5 aprile 2018

AmericaNapoli - 100 anni di film vesuviani tra Cinecittà e Hollywood



Qual è il primo film americano in cui si vede Napoli? Qual è il primo film italo-napoletano in cui si parla di 'Merica? Chi fu il più autenticamente anti-americano fra Totò e Eduardo De Filippo? Quanto c'è di vero e inventato nei film La Pelle di Liliana Cavani (dall'omonimo romanzo di Curzio Malaparte) e Il Re di Poggioreale sulla figura del camorrista Peppino Navarra? Perché Mario Merola fu invitato alla Casa Bianca dove ad attenderlo c'erano il presidente Gerald Ford e il Segretario di Stato Henry Kissinger? Chi è stato il miglior produttore napoletano (non è Dino De Laurentiis) a intortare gli americani? E' vero che Fellini avrebbe dovuto dirigere un film dal titolo Napoli - New York? Che cosa si portò da Los Angeles a Napoli in valigia l'attore Jack Lemmon per recitare nel film Maccheroni? Perché Julia Roberts ha usato una controfigura nella scena in cui mangia la pizza a Napoli nel film Mangia, Prega, Ama? Quale battuta del film Il talento di Mr. Ripley fece infuriare Fiorello? Cosa faceva tra un ciak e l'altro Vittorio De Sica sul set ischitano di Caccia alla Volpe? Cosa hanno fatto a Napoli Mark Twain e James Gandolfini alias Tony Soprano? Per quale motivo Jennifer Beals, l'eroina di Flashdance, impazzì d'amore per Massimino Troisi? Quale di queste tre cose ha fatto più danni al turismo di Napoli: la triade mefitica romanzo-film-serie Gomorra, l'agghiacciante Aitanic con Nino D'Angelo o i film partenopei e parte-terribili di Lina Wertmuller? Perché il pugliese d'origine John Turturro (emulo, a sua insaputa, di Renzo Arbore) è così innamorato di Napoli? 



Di tutto questo ho parlato nella conferenza-show dal titolo AmericaNapoli - 100 anni di film vesuviani tra Hollywood e Cinecittà  tenutasi mercoledì 18 aprile 2018 nelle sale del Palazzo delle Arti (PAN) di Napoli. 

L’evento è stato promosso dall'Associazione Culturale Musae di Carolina Giancotti e Francesco Carignani e presentato dalla giornalista Silvana De Dominicis.  Al termine della conferenza-show ha preso la parola il critico e giornalista Valerio Caprara per commentare il mio "documentario dal vivo".

Ma facciamo un passo indietro.




Il 16 dicembre 1796, in quello che era ancora il Regno di Napoli nasceva la più antica sede diplomatica degli Stati Uniti in Italia, la settima in tutto il mondo. 

Le relazioni commerciali tra Napoli e il Nuovo Mondo sono quindi di vecchissima data e furono anche culturali perché dalla Capitale del Sud partirono anche centinaia di artisti assieme ai milioni di emigranti meridionali che andarono alla volta dell'America tra il 1870 e il 1920. Musicisti, cantanti lirici, artiste di cafè chantant, e ancora impresari, maestri di canto e letterati sono alcune delle categorie di "skilled workers" che non ebbero problemi di visto per sbarcare a New York.


Ma questa infusione di napoletanità a New York non fu a senso unico. Solo gli storici della settima arte sanno che il cinema italiano muto dei pionieri era un'industria affermata che non aveva niente da invidiare a Hollywood. Napoli e Torino erano le capitali del cinema italiano e curiosamente nel capoluogo partenopeo si sviluppò un filone particolare di film legati ai movimenti migratori, da e per gli Stati Uniti. Nel 1924, il regista Eugenio Perego realizzò Vedi Napule e po' mori!, facendo già del meta-cinema perché raccontava la storia di Billy, produttore cinematografico americano, che giunge a Napoli per le riprese del suo film e per la parte di protagonista sceglie Pupatella, figlia di un'umile famiglia di pescatori. Il film è un grande inno alla napoletanità, in cui il binomio muto/musica trae dalla trama particolare ragion d'essere. Si tratta, infatti, quasi di un musical italoamericano ante litteram, che racconta il "sogno americano" di una bella napoletana, la figlia del popolo Pupatella, interpretetata da Leda Gys (al secolo Giselda Lombardi), diva del muto della stessa caratura di Francesca Bertini, mentre suo fratello è interpretato da un ancora adolescente Nino Taranto. Amori, gelosie, equivoci, passione e musica, in un intreccio di ambientazioni tra America e Napoli: questa la ricetta del grande successo del film, che innalzò Leda Gys a stella di prima grandezza.



La pellicola, prodotta dalla Lombardo Film (la futura Titanus), è persino a colori, con una gran varietà di virati, e rimane importante anche per la commistione con il genere documentario perché mostra le immagini rarissime del Festival di Piedigrotta in versione fascista del 1924. A raccontare la storia del film e contestualizzarne il periodo è (nella clip qui sopra) la docente e storica del cinema Giuliana Muscio - autrice del libro Piccole Italia, grandi schermi sul cinema dei migranti italiani negli Stati Uniti - durante una proiezione tenutasi nel giugno 2012 al Palladium di Roma con sonorizzazione dal vivo dell'orchestra dell'Università di Parma diretta dal maestro Luca Aversano.



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