24 gennaio 2017

Come hanno raccontato la televisione il cinema italiano e americano?



La televisione nasce come diretta concorrente del cinema e sin dai suoi primi vagiti numerosi registi non hanno perso tempo nel condannarla come strumento di manipolazione e istupidimento delle masse al servizio del potere politico. La rassegna getta uno sguardo su questo particolare sottogenere del cinema italiano, nato addirittura in epoca fascista con i film Mille lire al mese e Batticuore - che già anticipano in nuce la commistione patologica tra politica e spettacolo - e arrivato al capolinea negli ultimi anni con il de profundis firmato da Matteo Garrone, il quale con Reality ha raccontato la voglia di protagonismo di quegli italiani senza arte né parte in perenne gara per lasciare qualche traccia di sé nell’etere.

Nel cinema americano il television-movie è un genere assai frequentato, in particolare il sottogenere dei film sul giornalismo televisivo: da Sindrome cinese a Dentro la notizia, da Cambio marito a Qualcosa di personale, da Eroe per caso a Da Morire sino a La Seconda guerra civile americana e Insider – Dietro la notizia, che chiudono definitivamente la riflessione sul potere micidiale dell’informazione televisiva, in particolare nel suo rapporto con l’establishment, come hanno ben dimostrato anche i satirici Sesso e Potere e Candidato a sorpresa e i documentari The Yes Men Fix the World, Bowling for Columbine e Fahrenheit 9/11, questi ultimi due di Michael Moore.





Punta estrema della critica a questo medium è sicuramente Assassini nati di Oliver Stone: esibizionismo e voyeurismo, compiacimento del torbido e gusto dell’orrido, uso e abuso di sangue, morte, violenza, massacro e ogni altra materia raccapricciante, vengono dispiegati, in questo film altamente controverso, nella convulsa e frantumata rappresentazione di una società che i media tengono sotto la non resistibile fascinazione del crimine.

Oltre al tv-reporting, altri generi sono stati presi di mira dal cinema americano: la soap opera con Tootsie e Bolle di sapone, la sitcom con Autofocus, i giochi con Quiz show, Magnolia e Confessioni di una mente pericolosa, i varietà con Bamboozled, Re per una notte e i reality show con The Contenders, Ed Tv, American Dreamz e Live!

Sul potere di suggestione, abuso di credulità popolare e istupidimento prodotto dalla televisione, quattro sono i titoli fondamentali entrati nella storia del cinema: l’antesignano Un volto nella folla, il pamplettistico Quinto potere («Sono incazzato nero e tutto questo non lo sopporterò più» invitava a ripetere l’anchorman Peter Finch) e i poetici Oltre il giardinoThe Truman Show. Chiara e netta è in queste pellicole la condanna della tv come «strumento del diavolo» della realtà contemporanea.


Per il cinema europeo: molto prima dell’avvento della tv verità e della televisione del dolore, Bertrand Tavernier ha raccontato un mondo dispotico dove la morte ne La Morte in diretta è spiata da una telecamera miniaturizzata inserita nell’occhio di un operatore, mentre Pedro Almodovar ha tinteggiato, in Kika, un quadro eccessivo degli eccessi del reality-show.

Discorso a parte merita il cinema italiano, che ha raccontato miserie (molte) e grandezze (poche) della Tv di Stato prima e commerciale poi sin dai primi anni dalla nascita del nuovo medium in più di trecento film, soprattutto commedie, prodotte dagli anni ’50 sino a oggi e dirette tra gli altri da Federico Fellini, Michelangelo Antonioni, Dino Risi, Mario Monicelli, Luigi Zampa, Luigi Comencini, Gianni Amelio, Ettore Scola, Elio Petri, Nanni Moretti. In realtà la critica alla tv risale addirittura - come si diceva sopra - agli anni ‘30 con il film di epoca fascista Mille lire al mese ambientato - come da retorica dei "telefoni bianchi" - in Ungheria e nel quale un’interferenza mescola in maniera inconsapevolmente lungimirante le immagini di un comizio e quello di uno spettacolo di danza.



Un curioso reperto di satira televisiva formato Rai monocanale è I Teddy Boys della Canzone del 1960 diretto da Domenica Paolella con protagonisti Delia Scala, Teddy Reno e Paolo Panelli, i quali, non riuscendo a farsi ricevere dal direttore della tv, se ne organizzano una clandestina – finanziata dal Cavalier Amato! – che a poco a poco ottiene un enorme successo di pubblico. I tre sfuggono alla polizia e alla fine saranno nominati direttore del secondo canale. Serie B tanto demenziale quanto profetica. Non mancano in questo periodo i film che criticano apertamente la censura Rai e la responsabilità della tv di Stato nell’istupidimento degli italiani: da Pugni, pupe e marinai a Urlatori alla sbarra, sino a quelli degli anni del boom I mostri (episodi: L’oppio dei popoli e Il Testamento di San Francesco), Il profeta, Un italiano in America e il gustoso episodio Guglielmo il dentone dal film I complessi. Di grande attualità sono ancora, in particolare, il direttore del Tg unico nazionale che non permette al caporedattore di parlare male delle forze dell’ordine (Mordi e fuggi) e il viscido funzionario Rai che scheda i suoi dipendenti in base all’orientamento sessuale (Contestazione generale, episodio La bomba alla televisione), una figura ispirata a Federico Umberto D’Amato, storico capo dell’Ufficio Affari Riservati, che cominciò alla fine degli anni Sessanta a occuparsi anche di personaggi dello spettacolo tra militanti e simpatizzanti di sinistra, tra cui Dario Fo, Enzo Jannacci, Milva, Sergio Endrigo, Caterina Caselli, Giorgio Gaber, Gian Maria Volonté, Federico Fellini, Mario Scaccia, Florinda Bolkan, Gianni Morandi.

Tanti anni dopo lo stesso Fellini farà ricorso al suo prediletto immaginario circense per rappresentare, in Ginger e Fred, la degradazione dello spettacolo popolare nel formato tipicamente italiano del contenitore televisivo, attaccando frontalmente Silvio Berlusconi nella figura del Cavaliere Lombardoni, patron di una Cinecittà prefigurata già nel 1985 come fabbrica di casi umani a uso e consumo della tv. 

Dagli anni Novanta sino a oggi il cinema italiano è ritornato spesso sull’argomento, puntando più alla critica facile (Perdiamoci di vista, Ricordati di me) che alla riflessione sul potere del mezzo (Il siero della vanità), concentrandosi inevitabilmente negli anni successivi su Silvio Berlusconi (Viva Zapatero!, Il Caimano, Silvio Forever, Belluscone), ovvero il primo capo di governo di un Paese democratico che ha trasformato il consumatore, il tifoso di calcio e lo spettatore televisivo in un’unica persona: l’elettore.





Di questo confronto tra cinema italiano e americano sul tema della televisione si è parlato durante la presentazione della rassegna dal titolo Piccolo Schermo, Grande Scherno, promossa dalla Cineteca Nazionale e tenutasi dal 3 al 7 febbraio 2017 al Cinema Trevi di Roma. Nel corso dell'incontro, il curatore della rassegna Luca Martera ha raccontato al pubblico in sala per 90 minuti di questo particolare confronto commentando numerose sequenze di film americani e italiani.



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