14 dicembre 2016

Chi furono i primi italiani ad andare negli Stati Uniti?

Monumento commemorativo Columbus Circle - New York

Da Cristoforo Colombo a Frank Sinatra, la presenza e il contributo degli italiani alla storia antica e moderna degli Stati Uniti è sempre stata una costante, anche laddove non te lo aspetti. "Tutti gli uomini per natura sono liberi e indipendenti" poi diventata "Tutti gli uomini sono stati creati uguali" è la frase che il filosofo toscano Filippo Mazzei suggerì al presidente Thomas Jefferson per la Dichiarazione d'Indipendenza Americana. E il diritto alla felicità? Poteva questo caposaldo dell'etica americana non avere uno zampino italiano, anzi napoletano? Sì, perché fu il giurista partenopeo Gaetano Filangieri a suggerire questa frase a Benjamin Franklyn.


Mazzei e Filangeri furono tra i primi ad arrivare negli Stati Uniti. E furono soprattutto diplomatici, soldati, operai, commercianti, viaggiatori, contadini, artisti, missionari, giornalisti, intellettuali e perseguitati religiosi e politici, questi italiani - per lo più liguri e piemontesi - ad essere stati i primi ad emigrare negli Stati Uniti tra la fine del Settecento e la metà dell’Ottocento.


Le storie di questa emigrazione composita, pionieristica e poco conosciuta sono il tema dello documentario da me realizzato nel 2012 a New York dal titolo I primi Italians del nuovo mondo, andato in onda nell’ambito della programmazione di Rai150, il canale diretto da Giovanni Minoli e dedicato alla celebrazione del 150° anniversario dell’Unità d’Italia.



Una emigrazione limitata nel numero ma fortemente intrecciata con i grandi avvenimenti storici di quella parte del continente, la quale era allora attraversata - come l’Europa - dai complessi processi di fondazione delle nuove nazioni: la frontiera e la costruzione del territorio nazionale, la fondazione delle città, la guerra e le altre forme di contatto con le popolazioni native, la corsa all’oro.

A metà Ottocento Genova è uno dei principali snodi emigratori e serve un amplissimo retroterra, che comprende il triangolo appenninico tra Liguria, Emilia e Toscana, nonché le campagne piemontesi e lombarde. Già prima dell’Unità, centinaia di lavoratori italiani dalle più disparate specializzazioni si mettono in viaggio per l’Europa e da qui per le Americhe. Verso la metà del secolo si emigra dal biellese alla Francia e da qui alla Spagna e al Nuovo Mondo. Dal Regno delle Due Sicilie partono suonatori, cantastorie e giocolieri.



Questa emigrazione è il risultato di un intreccio tra flussi di natura politica e di natura economica e la dimensione dell’esilio è fondamentale non solo per capire lo sviluppo dei moti risorgimentali, ma anche per ricostruire le successive geografie degli espatri degli italiani, che seguirono le rotte già aperte verso le Americhe da figure leggendarie quali Giuseppe Garibaldi e dai carbonari Piero Maroncelli e Luigi Tinelli. Seguendo il loro esempio, furono centinaia i rifugiati politici che sbarcarono negli Stati Uniti in seguito al fallimento delle insurrezioni per l’unificazione nazionale italiana, anticipando l’emigrazione di massa dall’Italia che si sarebbe verificata dagli anni ‘80 dell’Ottocento.

Anche quando non esisteva la nazione italiana, gli emigranti si sono comunque identificati come italiani e si sono uniti per far fronte al disprezzo o alla paura delle società nelle quali si trovavano a vivere. Pur concedendo passaporti e salvacondotti, la maggior parte degli Stati pre-unitari non si interessa all’emigrazione come fenomeno sociale. E tale iniziale disinteresse caratterizza anche il nuovo Stato italiano che comincia a registrare statisticamente gli emigranti soltanto dal 1876, mentre dal censimento statunitense del 1880 risultano già 44.230 persone nate in Italia.

Questi fuoriusciti politici andavano ad aggiungersi a un numero considerevole di artigiani, venditori ambulanti, artisti di strada, figurinai lucchesi e ad alcuni artisti, musicisti ed esponenti del mondo letterario, quali Lorenzo da Ponte, il librettista di Mozart per “Le Nozze di Figaro" e il "Don Giovanni", e Costantino Brumidi, che ornò con i suoi affreschi il Campidoglio a Washington.

Capitani di mare che arruolavano marinai, giovani mercanti che venivano mandati a fare pratica presso ditte americane, artisti che venivano chiamati a fabbricare e decorare chiese e monumenti, tavernieri che ospitavano i loro “nazionali”, diplomatici che impiegavano gente che fosse pratica delle due lingue.

Furono circa qualche migliaio gli italiani che nell’Ottocento fecero fortuna nella costa Est ed Ovest del nuovo mondo. Neanche pochi, tenendo conto che al momento dell’Indipendenza si contavano circa 3 milioni in totale di Americani.

Questi italiani diedero lustro ma ce ne furono altri meno prestigiosi. Oltre ai molti artigiani, lustrascarpe, spazzacamino, osti e gelatai, si annoverano banditi, girovaghi, commercianti di strada, suonatori di organo di barberia e di altri strumenti, saltimbanchi, prestigiatori, domatori di orsi, di scimmie e cani sapienti, indovini e ciarlatani d’ogni specie. I più appariscenti erano quindi i suonatori ambulanti di organetto con il fazzoletto rosso al collo, la scimmia o l’orso ammaestrati, e le schiere di bambini dediti alla mendicità con l’aiuto di qualche strumento musicale (poi definiti come piccoli schiavi dell’arpa), segnalati nelle principali città europee, come Parigi e Londra, ma anche a New York. La loro presenza produsse un’immagine stereotipata degli emigranti italiani destinata a durare a lungo.

Gli italiani apparivano quindi divisi in due categorie, nettamente separate tra loro. Da un lato un numero crescente di nuovi arrivati, cenciosi ed analfabeti, che esercitavano nelle strade mestieri sovente contigui all’accattonaggio e che sembravano di una razza diversa e inferiore (e come tale venivano classificati), dall’altro la schiera dei professionisti, degli artisti, dei preti e missionari (soprattutto gesuiti), talvolta dei nobili e degli industriali, spesso vittime del loro impegno patriottico, colti e cosmopoliti, anche se spesso in difficoltà economiche. Tuttavia fu frequente il coinvolgimento sociale degli esuli politici nei confronti dei loro connazionali più diseredati e il loro ruolo nel determinare la nascita dell’associazionismo democratico fra gli italiani all’estero ispirate a Mazzini e Garibaldi.

Anche se gli esuli politici viaggiavano attraverso reti sociali e verso destinazioni differenti da quelle della massa ben più numerosa degli emigranti delle classi popolari, l’edificazione delle strutture comunitarie che avrebbero identificato le “colonie” italiane all’estero fu opera loro. La loro frequente condizione di intellettuali e liberi professionisti li collocò non solo a contatto con i lavoratori emigranti, che costituivano la loro clientela privilegiata per le attività di medico e farmacista, di commerciante e imprenditore, ma anche l’ideologia politica di ispirazione democratica che li aveva sospinti all’azione determinò il loro interesse per i propri connazionali più svantaggiati. Trasformandoli in “agenti vivi” della costruzione di un’identità nazionale italiana, l’esilio indusse molti intellettuali a edificare all’estero quella nazione italiana per cui avevano combattuto in patria.

Oltre alle figure celebri di Garibaldi, Da Ponte e Antonio Meucci (l’inventore del telefono), erano il più delle volte personaggi oscuri, dimenticati, a dispetto delle loro straordinarie e agitatissime vite tra una riva e l'altra dell'Atlantico, sullo sfondo di uno scenario storico che dagli albori della rivoluzione americana, passando poi per il risorgimento, giunge all'unità d'Italia e oltre, fino alla partenza dei fatidici bastimenti dall'esodo di massa.

Da Luigi Tinelli, comandante militare nella Garibaldi Guard durante la guerra civile, al conte Luigi Palma di Cesnola, archeologo italiano di fama e primo direttore del Metropolitan Museum di New York, da Charles Angelo Siringo, incredibile cow-boy-investigatore-scrittore inventore dell’epopea del Far West a Carlo Gentile, primo fotografo degli indiani d’America. E ancora: Suor Blandina Segale, che curò nel deserto del Nuovo Messico alcune vittime di Billy The Kid; Vincenzo Botta, creatore del salotto letterario “The house of the expanding doors” frequentato da intellettuali e scrittori tra cui Edgar Allan Poe, Ralph Waldo Emerson.


Il racconto termina nel 1861, anno di quell’Unità d’Italia, che sarà tra i motivi scatenanti della Grande Emigrazione della diaspora, già ampiamente analizzata e raccontata in migliaia di libri e centinaia di film.

Predecessori
- Philip Mazzei
- Geatano Filangeri

Esploratori, viaggiatori e giornalisti
- Antonio Gallenga
- Antonio Caccia
- Luigi Monti
- Enrico D'Albertis
- Vincenzo Botta
- Charlie Angelo Siringo
- Tullio De Suzzara Verdi
- Filippo Manetta
- Carlo Gentile
- Giacomo Costantino Beltrami
- Eusebio Kino (Eusebio Francesco Chimo)
- Paolo Andreani
- Bartolomeo Bertoldi
- Giorgio Pocaterra
- Leonetta Cipriani
- Giuseppe Maria
- Francesco Vigo

Diplomatici, militari
- Giuseppe Garibaldi
- Carlo Vidua
- Giuseppe Bertinatti
- Giuseppe Avezzana
- Eleuterio Felice Foresti
- Luigi Palma di Cesnola
- Luigi Tinelli
- Leonetto Cipriani
- Giovanni Francesco Secchi de Casali
- Carlo Andrea Dondero
- Antonio Balbo
- Marco Minghetti
- Piero Maroncelli
- Giovanni Martino (John Martin)
- Giuseppe Guerzoni
- Carlo Camillo di Rudio
- Enrico Fardella
- Francis Spinola

Pittori e scultori
- Costantino Brumidi
- Leonardo Barbiere
- Felice Peano
- Famiglia Piccirilli
- Giuseppe Franzoni
- Giovanni Andrei
- Giuseppe Ceracchi

Artisti e musicisti
- Carlo Bellini
- Lorenzo da Ponte
- Filippo Traetta
- Gaetano Franceschini
- Adelina Patti

Religiosi
- Suor Blandina Maria Segale
- Demetrio De Marogna, padre gesuita
- Sabato Morais
- Joseph Finotti, autore di Bibliographia Catholica Americana









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