27 dicembre 2016

Quali sono e come si pronunciano le parole inglesi più usate in Italia?




Colgate, Levi's, Titanic, David Bowie e ancora: management, welfare, mobile, stalking. Sono tutti esempi di parole inglesi spesso pronunciate male dagli italiani. Ovviamente ci si capisce stando in Italia, ma se si va all'estero e si parla in inglese, sarebbe consigliabile "resettare" la pronuncia italica con cui siamo cresciuti e usare quella corretta. Altrimenti si rischia di andare incontro a quell'esperienza surreale che a noi italiani sembra impossibile ovvero che il tuo interlocutore inglese non capisca realmente quello che stai dicendo e tu pensi che lui stia fingendo prendendoti in giro. Da buon italiano permaloso, giuro che all'inizio pensavo anch'io che fosse così, ma invece è il contrario. Se dico palla, non sto dicendo pelle, ecco: la stessa cosa avviene in inglese...

Nel video seguente ho affidato la lettura di una decina di questi esempi al mio amico americano Frank Pisaturo, che mi ha aiutato nella realizzazione del mio webshow in lingua inglese dedicato ai Griffin - Family Guy




Clicca qui per leggere l'intera lista delle parole inglesi più usate in Italia lette da Frank nei video che compongono la playlist di Youtube qui sopra. Oltre alle parole, figurano altre cinque sezioni: acronimi, nomi di celebrità, titoli di film e canzoni, marche commerciali, storia e geografia. Se avete dei suggerimenti per parole di cui volete ascoltare la corretta pronuncia, scriveteli nella casella delle risposte in coda a questo post.







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24 dicembre 2016

Mary Ann Sorrentino, la prima donna americana scomunicata dal Vaticano





Articolo di Luca Martera per il quotidiano Taranto Buonasera 

«Io non mi considero americana. Mi considero una donna che vive negli Stati Uniti ma che è nata nel paese sbagliato. Ogni volta che atterro a Linate o Fiumicino, appena sento l’odore del primo espresso, so di essere a casa». Mary Ann Sorrentino è una signora italo-americana anomala. Dimenticate le tre m: mamma, mafia e mandolino; con lei non c’è alcuna possibilità di imbattersi in stereotipi, in verità, duri a morire visto che i luoghi comuni servono anche a vendere l’italianità agli americani.

E a Federal Hill, il quartiere italo-americano di Providence, è tutto un pullulare di botteghe e ristoranti dove nello stesso posto si fa la spesa, si mangia e si portano a casa gli avanzi, anche se si tratta di pizza, perché qui le porzioni sono sempre troppo grandi. «L’America non è un paese profondo, è un paese superficiale. Il mondo vede gli americani attraverso Hollywood ma per chi ci è nato e ci vive è diverso».





Mary Ann ci accoglie nella sua casa di Cranston, sobborgo residenziale a pochi chilometri da Providence, capitale dello stato più piccolo degli Usa – grande più o meno quanto la Val d’Aosta – che ha altre due particolarità: la più alta percentuale di cattolici e di americani di origine italiana, anche se dall’ultimo censimento gli ispanici hanno sorpassato i “bianchi caucasici”.

Affacciata sull’Oceano Atlantico, Providence è una piccola città con meno di 100 mila abitanti che dista 1 ora di auto da Boston e quasi 4 ore da New York. Qui è nato lo scrittore H. P. Lovecraft e qui ha sede una delle università più prestigiose d’America, la Brown. Due le attività economiche che rendevano Providence da sempre un posto speciale: la pesca e l’allevamento dei molluschi e l’industria della bigiotteria, ma la crisi negli ultimi 10 anni l'ha trasformata in città di transito per lavoratori del terziario.

Mary Ann è una vulcanica signora di 72 anni, figlia di genitori ischitani emigrati a Providence, e quindi americana di prima generazione. «Furono gli irlandesi a costruire le prime chiese cattoliche negli Stati Uniti, anche in Rhode Island. Quando sono arrivati gli italiani, con gli irlandesi ci sono stati conflitti e gli emigrati cattolici erano costretti a seguire la messa nel garage o nei sottoscala. Ma dopo anni di tensioni, dopo aver chiesto il permesso al Vaticano, qui a Cranston, ad esempio, i cattolici hanno costruito nella piazza principale una chiesa più grande, bella e barocca proprio di fronte a quella degli irlandesi». La storia dell’emigrazione italiana passa infatti anche da queste parti. Fu qui che molti meridionali, provenienti soprattutto da Puglia e Campania, emigrarono all’inizio del Novecento per sfuggire alla miseria e realizzare il sogno americano nel paese del latte e del miele.


Nata e cresciuta a Providence, Mary Ann è una celebrità locale. Dopo essersi laureata in psicologia, lingue e letteratura con una specializzazione in demografia e aver frequentato per un anno l’Università a Firenze, negli anni ‘70 comincia la sua attività a favore del movimento pro-choice (diritto di aborto) e negli anni successivi diventa una delle firme di punta del maggior quotidiano locale e conduttrice di un seguitissimo talk show radiofonico. «In Rhode Island la vita di provincia ti espone sempre al giudizio degli altri. Se sei un libero pensatore, stai sempre a scontrarti. Ma in un posto più piccolo, puoi avere un’influenza decisiva, a New York sarei stata una delle tante “crazy liberal”. Apprezzo tutte le opportunità che mi ha dato questo paese. Lo so, tutto il mondo ce lo riconosce ed è una fissazione degli stranieri, ma questa opportunità è solo di natura economica. Negli Stati Uniti manca quella ricchezza culturale che esiste in Italia o in altri paesi europei. In Italia puoi trovare ancora uno spazzino con la licenza elementare che ti recita Dante, qui anche le persone che concorrono al Congresso non hanno mai letto la Costituzione».

Sarebbe facile smentire Mary Ann sull’altrettanto basso livello della classe politica italiana ma qui stiamo parlando di quella porzione di America conservatrice, cosiddetta “suprematista”, a prevalenza bianca, bigotta e un po’ ignorante e anche questo, poi, tutto sommato è un altro stereotipo.

«Nonostante il successo accademico, ai miei tempi l’obiettivo rimaneva quello di sposare un uomo. Ma dopo 9 mesi di gravidanza e 2 settimane di allattamento, ho subito pensato a fare altro». Mary Ann ha una unica figlia, Luisa, ed è da sempre sposatissima con Albert Ciullo, giudice civile in pensione. «Ho incontrato più pregiudizi come donna che come italo-americana. Ricordo una volta di aver insegnato a un uomo, che poi è stato promosso e io ero rimasta indietro. E mia madre diceva: è un uomo e devi accettarlo».

Mary Ann - si diceva - è atipica come italo-americana, anche perché il suo italiano fluentissimo non lascia indifferenti e se ci si dovesse limitare a descrivere il contesto della Little Italy di Providence in cui è cresciuta, è praticamente impossibile non citare il più noto boss mafioso di queste parti, Raymond Patriarca, che ha governato per anni a braccetto con i politici corrotti locali. Tra questi uno su tutti: il sindaco con parrucchino Buddy Cianci, eletto una prima volta alla fine degli anni ‘70, poi finito in galera per appalti truccati e poi rieletto negli anni ‘90. A lui si devono “fioriere” e “gite nel canale a bordo della gondola, come a Venezia”. Se poi uno si sforza di andare oltre, fortunatamente spuntano ovunque cognomi italiani di avvocati, medici, insegnanti e imprenditori che hanno reso ricco questo piccolo stato producendo ricchezza in maniera onesta e pagando le tasse.



Nel 1985 un evento sconvolge la vita di Mary Ann e della sua famiglia. La figlia è in procinto di ricevere la cresima e durante il colloquio di routine con il parroco, si ritrova ad essere davanti alla Santa Inquisizione. Dal 1977 al 1987 Mary Ann è alla guida del consultorio privato “Planned Parenthood”, nato da una singolare preoccupazione di tipo razzista, quasi eugenetica. «Questi consultori erano nati per volontà di quei comitati di bianchi che non tolleravano che certi gruppi etnici facevano troppo figli. Un po’ come quei commenti di tipo razzista che fa adesso Donald Trump. Ma questo non era il nostro scopo».

A Planned Parenthood Mary Ann è un’attivista Pro-Choice a favore dell’aborto – legale in tutti gli Stati Uniti dal 1973 – e il suo lavoro è quello di educare e guidare le giovani donne - tutte, non solo quelle nere con una scarsa istruzione - a essere consapevoli della scelta di tenere il bambino o di abortire, accettando in entrambi i casi queste responsabilità.

Ritorniamo alla cresima. Il parroco di Providence Salvatore Matano conosce l’attività di Mary Ann e non ci mette molto a scoprire le carte: la figlia potrà ricevere i sacramenti ma lei non potrà accompagnarla all’altare perché persona non gradita alla gerarchia ecclesiastica locale. Ricorda Mary Ann: «Gli dissi testuale: “Lei non vuole che io venga all’altare perché sono  a capo di una clinica dove si pratica l’aborto e che rispetta le leggi degli Stati Uniti? Lei mi sta dicendo che mia figlia non può ricevere i sacramenti da un prelato che abusa sessualmente dei bambini? E questo che mi sta dicendo?”.

Dalla vicenda Mary Ann ne uscirà come la prima donna americana a essere scomunicata dalla chiesa cattolica per il suo impegno nel movimento pro-choice, mentre Matano - un po’ come i procuratori distrettuali che ambiscono a diventare governatori dello Stato - diventerà vescovo. «Ai tempi della scomunica, secondo un sondaggio, 2/3 della popolazione era con me e contro la posizione della chiesa. Ricordo che dopo la scomunica bruciarono anche la mia immagine durante una manifestazione. Quado sei impegnato nel sociale, devi andare incontro alle conseguenze e sai anche che puoi rimanere da solo, rischiando la galera».


Mary Ann in galera non ci è finita ma ha vinto la sua battaglia sensibilizzando l’opinione pubblica americana negli anni della presidenza Reagan su tutto quello che ruota attorno a una gravidanza indesiderata, molto spesso frutto di violenze domestiche legate statisticamente all’abuso di alcool da parte di uomini bianchi.

«Le giovani generazioni non hanno la minima idea dei diritti acquisiti e non immaginano che un giorno qualche politico possa essere eletto facendo fare dei passi indietro. Quando vado ai convegni, dico alle ragazze: “Chiedete a vostra nonna com’era e vi dirà che cosa significava non avere alternative”. Noi abbiamo fatto queste lotte per permettere a queste giovani oggi di godere di questi diritti e quindi se tenere un bambino, darlo in adozione, abortire, informarsi per prevenire malformazioni e gravidanze precoci durante l’adolescenza».

La nostra visita a casa di Mary Ann si è conclusa e per lei non ci sono dubbi. «Sono completamente a mio agio con gli italiani. Trovo sempre meno conforto in questo paese e non so come andrà a finire. E se uno mi dicesse domani, non puoi fare più avanti e indietro, ma devi scegliere. Be’ non esiterei a scegliere l’Italia».







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15 dicembre 2016

How to make it in America - Magic Memes

 






 












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Mai più senza per i prossimi viaggi: LayBag



Alla ricerca di componenti scenografiche a basso costo per i miei video, mesi fa mi sono imbattutto nel "LayBag", il divano portatile che ho usato per trasformare in talk-show tutti i posti pubblici dove mi capitava di andare. 

Il LayBag è un materassino-lettino gonfiabile che ha “rivoluzionato” la metodologia di gonfiaggio di queste tipologie di prodotti per il relax. Il LayBag si gonfia infatti con i movimenti delle braccia, letteralmente intrappolando l’aria al suo interno.

Una volta sgonfiato, te lo puoi portare nella comoda sacca a tracolla. Comprato attraverso Amazon all'estero, ora è disponibile anche in Italia. 




Attenzione: questo blog non è sponsorizzato. L'articolo è puramente a carattere informativo e recensisce un oggetto che piace a me.














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14 dicembre 2016

Chi furono i primi italiani ad andare negli Stati Uniti?

Monumento commemorativo Columbus Circle - New York

Da Cristoforo Colombo a Frank Sinatra, la presenza e il contributo degli italiani alla storia antica e moderna degli Stati Uniti è sempre stata una costante, anche laddove non te lo aspetti. "Tutti gli uomini per natura sono liberi e indipendenti" poi diventata "Tutti gli uomini sono stati creati uguali" è la frase che il filosofo toscano Filippo Mazzei suggerì al presidente Thomas Jefferson per la Dichiarazione d'Indipendenza Americana. E il diritto alla felicità? Poteva questo caposaldo dell'etica americana non avere uno zampino italiano, anzi napoletano? Sì, perché fu il giurista partenopeo Gaetano Filangieri a suggerire questa frase a Benjamin Franklyn.


Mazzei e Filangeri furono tra i primi ad arrivare negli Stati Uniti. E furono soprattutto diplomatici, soldati, operai, commercianti, viaggiatori, contadini, artisti, missionari, giornalisti, intellettuali e perseguitati religiosi e politici, questi italiani - per lo più liguri e piemontesi - ad essere stati i primi ad emigrare negli Stati Uniti tra la fine del Settecento e la metà dell’Ottocento.


Le storie di questa emigrazione composita, pionieristica e poco conosciuta sono il tema dello documentario da me realizzato nel 2012 a New York dal titolo I primi Italians del nuovo mondo, andato in onda nell’ambito della programmazione di Rai150, il canale diretto da Giovanni Minoli e dedicato alla celebrazione del 150° anniversario dell’Unità d’Italia.



Una emigrazione limitata nel numero ma fortemente intrecciata con i grandi avvenimenti storici di quella parte del continente, la quale era allora attraversata - come l’Europa - dai complessi processi di fondazione delle nuove nazioni: la frontiera e la costruzione del territorio nazionale, la fondazione delle città, la guerra e le altre forme di contatto con le popolazioni native, la corsa all’oro.

A metà Ottocento Genova è uno dei principali snodi emigratori e serve un amplissimo retroterra, che comprende il triangolo appenninico tra Liguria, Emilia e Toscana, nonché le campagne piemontesi e lombarde. Già prima dell’Unità, centinaia di lavoratori italiani dalle più disparate specializzazioni si mettono in viaggio per l’Europa e da qui per le Americhe. Verso la metà del secolo si emigra dal biellese alla Francia e da qui alla Spagna e al Nuovo Mondo. Dal Regno delle Due Sicilie partono suonatori, cantastorie e giocolieri.



Questa emigrazione è il risultato di un intreccio tra flussi di natura politica e di natura economica e la dimensione dell’esilio è fondamentale non solo per capire lo sviluppo dei moti risorgimentali, ma anche per ricostruire le successive geografie degli espatri degli italiani, che seguirono le rotte già aperte verso le Americhe da figure leggendarie quali Giuseppe Garibaldi e dai carbonari Piero Maroncelli e Luigi Tinelli. Seguendo il loro esempio, furono centinaia i rifugiati politici che sbarcarono negli Stati Uniti in seguito al fallimento delle insurrezioni per l’unificazione nazionale italiana, anticipando l’emigrazione di massa dall’Italia che si sarebbe verificata dagli anni ‘80 dell’Ottocento.

Anche quando non esisteva la nazione italiana, gli emigranti si sono comunque identificati come italiani e si sono uniti per far fronte al disprezzo o alla paura delle società nelle quali si trovavano a vivere. Pur concedendo passaporti e salvacondotti, la maggior parte degli Stati pre-unitari non si interessa all’emigrazione come fenomeno sociale. E tale iniziale disinteresse caratterizza anche il nuovo Stato italiano che comincia a registrare statisticamente gli emigranti soltanto dal 1876, mentre dal censimento statunitense del 1880 risultano già 44.230 persone nate in Italia.

Questi fuoriusciti politici andavano ad aggiungersi a un numero considerevole di artigiani, venditori ambulanti, artisti di strada, figurinai lucchesi e ad alcuni artisti, musicisti ed esponenti del mondo letterario, quali Lorenzo da Ponte, il librettista di Mozart per “Le Nozze di Figaro" e il "Don Giovanni", e Costantino Brumidi, che ornò con i suoi affreschi il Campidoglio a Washington.

Capitani di mare che arruolavano marinai, giovani mercanti che venivano mandati a fare pratica presso ditte americane, artisti che venivano chiamati a fabbricare e decorare chiese e monumenti, tavernieri che ospitavano i loro “nazionali”, diplomatici che impiegavano gente che fosse pratica delle due lingue.

Furono circa qualche migliaio gli italiani che nell’Ottocento fecero fortuna nella costa Est ed Ovest del nuovo mondo. Neanche pochi, tenendo conto che al momento dell’Indipendenza si contavano circa 3 milioni in totale di Americani.

Questi italiani diedero lustro ma ce ne furono altri meno prestigiosi. Oltre ai molti artigiani, lustrascarpe, spazzacamino, osti e gelatai, si annoverano banditi, girovaghi, commercianti di strada, suonatori di organo di barberia e di altri strumenti, saltimbanchi, prestigiatori, domatori di orsi, di scimmie e cani sapienti, indovini e ciarlatani d’ogni specie. I più appariscenti erano quindi i suonatori ambulanti di organetto con il fazzoletto rosso al collo, la scimmia o l’orso ammaestrati, e le schiere di bambini dediti alla mendicità con l’aiuto di qualche strumento musicale (poi definiti come piccoli schiavi dell’arpa), segnalati nelle principali città europee, come Parigi e Londra, ma anche a New York. La loro presenza produsse un’immagine stereotipata degli emigranti italiani destinata a durare a lungo.

Gli italiani apparivano quindi divisi in due categorie, nettamente separate tra loro. Da un lato un numero crescente di nuovi arrivati, cenciosi ed analfabeti, che esercitavano nelle strade mestieri sovente contigui all’accattonaggio e che sembravano di una razza diversa e inferiore (e come tale venivano classificati), dall’altro la schiera dei professionisti, degli artisti, dei preti e missionari (soprattutto gesuiti), talvolta dei nobili e degli industriali, spesso vittime del loro impegno patriottico, colti e cosmopoliti, anche se spesso in difficoltà economiche. Tuttavia fu frequente il coinvolgimento sociale degli esuli politici nei confronti dei loro connazionali più diseredati e il loro ruolo nel determinare la nascita dell’associazionismo democratico fra gli italiani all’estero ispirate a Mazzini e Garibaldi.

Anche se gli esuli politici viaggiavano attraverso reti sociali e verso destinazioni differenti da quelle della massa ben più numerosa degli emigranti delle classi popolari, l’edificazione delle strutture comunitarie che avrebbero identificato le “colonie” italiane all’estero fu opera loro. La loro frequente condizione di intellettuali e liberi professionisti li collocò non solo a contatto con i lavoratori emigranti, che costituivano la loro clientela privilegiata per le attività di medico e farmacista, di commerciante e imprenditore, ma anche l’ideologia politica di ispirazione democratica che li aveva sospinti all’azione determinò il loro interesse per i propri connazionali più svantaggiati. Trasformandoli in “agenti vivi” della costruzione di un’identità nazionale italiana, l’esilio indusse molti intellettuali a edificare all’estero quella nazione italiana per cui avevano combattuto in patria.

Oltre alle figure celebri di Garibaldi, Da Ponte e Antonio Meucci (l’inventore del telefono), erano il più delle volte personaggi oscuri, dimenticati, a dispetto delle loro straordinarie e agitatissime vite tra una riva e l'altra dell'Atlantico, sullo sfondo di uno scenario storico che dagli albori della rivoluzione americana, passando poi per il risorgimento, giunge all'unità d'Italia e oltre, fino alla partenza dei fatidici bastimenti dall'esodo di massa.

Da Luigi Tinelli, comandante militare nella Garibaldi Guard durante la guerra civile, al conte Luigi Palma di Cesnola, archeologo italiano di fama e primo direttore del Metropolitan Museum di New York, da Charles Angelo Siringo, incredibile cow-boy-investigatore-scrittore inventore dell’epopea del Far West a Carlo Gentile, primo fotografo degli indiani d’America. E ancora: Suor Blandina Segale, che curò nel deserto del Nuovo Messico alcune vittime di Billy The Kid; Vincenzo Botta, creatore del salotto letterario “The house of the expanding doors” frequentato da intellettuali e scrittori tra cui Edgar Allan Poe, Ralph Waldo Emerson.


Il racconto termina nel 1861, anno di quell’Unità d’Italia, che sarà tra i motivi scatenanti della Grande Emigrazione della diaspora, già ampiamente analizzata e raccontata in migliaia di libri e centinaia di film.

Navigatori ed esploratori

- Cristoforo Colombo
- Giovanni da Verrazzano
- Amerigo Vespucci
- Giovanni Caboto
- Girolamo Benzoni


Viaggiatori e giornalisti
- Antonio Gallenga
- Antonio Caccia
- Luigi Monti
- Enrico D'Albertis
- Vincenzo Botta
- Charlie Angelo Siringo
- Tullio De Suzzara Verdi
- Filippo Manetta
- Carlo Gentile
- Giacomo Costantino Beltrami
- Eusebio Kino (Eusebio Francesco Chimo)
- Paolo Andreani
- Bartolomeo Bertoldi
- Giorgio Pocaterra
- Leonetta Cipriani
- Giuseppe Maria
- Francesco Vigo
- Philip Mazzei
- Geatano Filangeri

Diplomatici, politici, militari
- Giuseppe Garibaldi
- Carlo Vidua
- Giuseppe Bertinatti
- Giuseppe Avezzana
- Eleuterio Felice Foresti
- Luigi Palma di Cesnola
- Luigi Tinelli
- Leonetto Cipriani
- Giovanni Francesco Secchi de Casali
- Carlo Andrea Dondero
- Antonio Balbo
- Marco Minghetti
- Piero Maroncelli
- Giovanni Martino (John Martin)
- Giuseppe Guerzoni
- Carlo Camillo di Rudio
- Enrico Fardella
- Francis Spinola

- William Paca

Pittori e scultori
- Costantino Brumidi
- Leonardo Barbiere
- Felice Peano
- Famiglia Piccirilli
- Giuseppe Franzoni
- Giovanni Andrei
- Giuseppe Ceracchi

Artisti e musicisti
- Carlo Bellini
- Lorenzo da Ponte
- Filippo Traetta
- Gaetano Franceschini
- Adelina Patti
- Mariella Bonfanti
- Giuseppina Morlacchi
- Ronzi Vestris
- Giuseppe Giacosa
- Pascal D'Angelo
- Arnaldo Ferraguti
- Costantino Panunzio

Religiosi
- Suor Blandina Maria Segale
- Francesca Cabrini
- Demetrio De Marogna, padre gesuita
- Sabato Morais
- Joseph Finotti, autore di Bibliographia Catholica Americana










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8 dicembre 2016

Come ha rappresentato la televisione americana gli italiani e gli italo-americani?




Per qualsiasi tipo di analisi sulla rappresentazione degli italiani negli Stati Uniti si deve partire dal cinema americano che per primo, sin dai tempi del muto, ha diffuso gli stereotipi sugli italiani basati sulle tre m: mamma, mafia e mandolino. Bisogna arrivare alla fine degli anni '40 perché compaiano in radio o in tv i primi italoamericani in chiave positiva, ma comunque sempre stereotipata: magari non mafiosi, ma sempre emotivi, sciupafemmine, gesticolanti e pacchiani. 




Di questa particolare storia lunga un secolo e del ruolo giocato dalla televisione americana nella descrizione, nell'integrazione e nell'evoluzione degli italo-americani nella società americana ho parlato durante la conferenza di presentazione del volume We the Italians in compagnia dell'autore Umberto Muccidello storico degli Stati Uniti Stefano Luconi e della giornalista Mariella Valdiserrinel corso della Fiera della Piccola e Media Editoria Più Libri Più Liberi tenutasi al Palazzo dei Congressi dell'Eur l'8 dicembre 2016. Di seguito, il video del mio intervento.





Il libro di Mucci è il risultato di oltre tre anni di lavoro iniziato con il lancio nel 2013 del portale web We the Italians dedicato alla descrizione di tutto ciò che riguarda l’Italia e gli Italiani negli Stati Uniti d’America e ai rapporti tra i due Paesi.

We the Italians ospita 30 mila contenuti relativi a Italia e Usa con un archivio online di 3 mila soggetti che parlano di Italia negli Usa e la celebrano quotidianamente, un database di quasi 100 mila contatti italiani in America e italoamericani, un magazine online mensile in inglese sull'Italia, una ricca community sui social media e il libro di interviste a 100 leader su 100 diversi argomenti di riflessione sul rapporto tra i due Paesi.


Molti i consensi e le manifestazioni di interesse sono state espresse a proposito di We the Italians da parte dell'ambasciata e dei consolati italiani negli Stati Uniti, dal presidente della Niaf John Viola, dal presidente della Columbus Citizens Foundation Frank Fusaro, dal direttore dell’Ice di New York Pier Paolo Celeste, dal direttore esecutivo del progetto "Boys’ and Girls’ Towns of Italy" Carrie Sackett, dal presidente di Italian Business & Investment Initiative Fernando Napolitano, dal Presidente dell’Italian American Museum Joseph Scelsa, dal Presidente dello Iace Berardo Paradiso e dal direttore della Casa Italiana Zerilli-Marimò Stefano Albertini Mussini.


Fondatore di We the Italians, Umberto Mucci rappresenta in Italia l’Italian American Museum di New York e tiene lezioni per studenti americani presso il Centro Internazionale di Studi Accent sull'emigrazione italiana negli Stati Uniti.


Clicca qui per leggere il testo dell'intervista in versione integrale di Umberto Mucci a Luca Martera per il portale We The Italians. 

Clicca qui per comprare il libro "We The Italians" di Umberto Mucci (Armando Editore, 2016).


Clicca qui per leggere l'articolo sulla conferenza di Giovanna Astori per Art A Part of Culture.







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