11 febbraio 2013

Mai più senza per i prossimi viaggi: Chairless


               Luca Martera                 Carla Brandolini                    


Dal blog di Carla Brandolini 

Presentata nel 2010 al Salone del Mobile di Milano, Chairless della Vitra è un'idea minimalista, innovativa e straordinariamente semplice e geniale.

In effetti, come dice il suo realizzatore, Aejandro Aravena, designer e architetto cileno, l'idea è talmente semplice e immediata che c'è poco di cui parlare. Si presenta da sola: è una resistente fascia di tessuto ad anello. Serve per sedersi in mancanza di sedie e la schiena viene perfettamente sorretta, con in più la possibilità di avere le mani libere per poter fare altro: leggere un libro, lavorare al computer, parlare al telefono, giocare...


In Italia è possibile acquistarla trovando il rivenditore più vicino sul sito. L'acquisto permette anche di sostenere la fondazione degli indiani Ayoreo del nord del Paraguay, tribù nomade, da cui Aravena ha preso ispirazione per creare la sua Chairless.



Attenzione: questo blog non è sponsorizzato. L'articolo è puramente a carattere informativo e recensisce un oggetto che piace a me.





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Mussolini a stelle e strisce



Il fascismo italiano, per le sue caratteristiche proprie che lo distinsero nettamente da altre esperienze verificatesi altrove, apparve sin dagli anni Venti a politici, intellettuali ed economisti di altri paesi come un “modello” cui guardare con molta attenzione. Negli Stati Uniti questo atteggiamento era favorito, senza dubbio, dall’illusione di trovare soluzioni nuove e originali a una serie di problemi economico-sociali che la lunga crisi che va dal dopoguerra al ’29 aveva sollevato.

Sono tante le reazioni che i vari settori dell’opinione pubblica statunitense ebbero di fronte al fascismo: gli italo-americani e gli esuli italiani, Wall Street e gli uomini d’affari, i giornalisti e gli intellettuali, gli scrittori e i poeti (particolarmente Ezra Pound e T.S. Eliot), i sindacalisti e gli universitari, Hollywood, le Chiese cattolica e protestante, gli ebrei, i diplomatici, i funzionari del dipartimento di Stato, i quattro presidenti che si succedettero alla Casa Bianca (Harding, Coolidge, Hoover e Roosevelt).


Se l’ammirazione che gli italo-americani avevano per il fascismo era motivata, come è già noto, da fattori sentimentali e nazionalistici, la viva attenzione per Mussolini e il suo regime mostrata da molti ambienti statunitensi nasceva dall’interesse per un esperimento di società corporativa e totalitaria che sembrava possibile importare. 

Da metà anni ’30 si va però incontro a un progressivo deterioramento delle simpatie fasciste in America di fronte alle iniziative belliche di Mussolini, dalla guerra d’Etiopia a quella di Spagna, sino al conflitto mondiale che segna il tramonto definitivo del mito mussoliniano in America.

E' interessante al riguardo rivedersi l'enorme mole di cinegiornali americani che hanno mostrato, prima con ammirazione e leggerezza e poi con sdegno e disprezzo, l’Italia fascista al popolo a stelle e strisce. Tuttavia solo in alcuni saggi storici scritti da accademici è possibile ricostruire tutti gli snodi storico-sociali di questa relazione, facendo luce in particolare su alcuni episodi controversi:

  • l’analisi dei frammenti di tessuto cerebrale di Mussolini effettuata nell’istituto psichiatrico di Washington dopo la guerra per stabilire se avesse avuto una paresi, cioè uno stato di paralisi causato dalla sifilide; 
  • il prestito di oltre 100 milioni di dollari richiesto e ottenuto nel 1926 da Mussolini da parte della compagnia J.P. Morgan in polemica con il governo americano;
  • la testimonianza di Cornelius Vanderbilt (dell’omonima dinastia di costruttori americani) sulla morte di un bambino investito dall’auto in cui era a bordo accanto a Mussolini durante un viaggio in Italia. Secondo Vanderbilt, Mussolini ordinò all’autista di non fermarsi; 
  • i rapporti di sudditanza della comunità italo-americana nei confronti del fascismo sino alla promulgazione delle leggi razziali e in particolare i rapporti tra Mussolini e l’imprenditore Generoso Pope, fondatore del Columbus Day, e principale portatore di voti italo-americani al partito democratico, all’epoca famoso per il livello di corruzione, dello stato di New York; 
  • l’imbarazzo di Mussolini per la vittoria del nero Joe Louis contro il gigante italiano Primo Carnera nel leggendario match di pugilato avvenuto nel 1935; 
  • tutti i retroscena sulla celebre intervista a Mussolini di Ernest Hemingway che provocò un incidente diplomatico; 
  • il ruolo dell’amante ebrea di Mussolini Margherita Sarfatti che soggiornò a lungo negli Stati Uniti come ambasciatrice culturale a contatto con ambienti che volevano morto il Duce; 
  • i cambiamenti nell’organizzazione mafiosa, fortemente ridimensionata in Italia dal prefetto Mori ma già diventata industria negli Stati Uniti, grazie a capi carismatici come Al Capone e Lucky Luciano.











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Ciclo di vita della piccola e media impresa italiana negli Stati Uniti


Di solito la media o piccola impresa italiana segue una sorta di ciclo nella sua trasferta negli States.

L'inizio è tramite un consulente e/o un fiduciario inviato dall'Italia, magari il figlio di qualcuno dei soci, o un dirigente che ha già una qualche esperienza internazionale e parla inglese. Oppure ci si appoggia a qualcuno in loco che ha una piccola azienda.

Nella prima fase, se tutto va bene, grazie alla qualità del prodotto e all’intraprendenza della persona che opera ci si conquista un mercato di nicchia, che però negli Stati Uniti può essere di qualche milione di dollari l’anno o qualche decina per aziende più grandi.

In questa prima fase ciò che conta è il prodotto, i dirigenti sono italiani e così anche gran parte del personale, inclusi i venditori (magari italo-americani) perché capiscono il prodotto, lo conoscono e quindi si pensa, lo sanno vendere meglio. L'azienda continua insomma a essere un’azienda italiana con metodologie italiane, centro decisionale in Italia, una sorta di consolato che opera in territorio straniero. Ma senza immunità, infatti se la nicchia si allarga, merito dell'azienda italiana, arrivano le aziende americane e cominciano i problemi vista la loro aggressività.

Comunque vada in questo modo è molto difficile aumentare il fatturato oltre un certo limite. Si passa allora alla fase due in cui l’azienda si americanizza e scopre che il fine è il profitto. La struttura allora cambia: basta un dirigente italiano magari affiancato da un traduttore culturale a mantenere il contatto con l’Italia, le vendite vengono affidate ad un americano che si circonda di personale americano, soprattutto di venditori. E se non conoscono il prodotto? Spesso non importa. Infatti nemmeno il pubblico conosce il prodotto nel modo inteso in Italia, l’importante è vendere. E loro sanno farlo perché sono americani come i compratori che in questa seconda fase non appartengono più alla nicchia.

Niente più miti sul prodotto, meno direttive dalla casa madre e il fatturato parte in quarta.

Fase tre. Difficile fare previsioni. perché ora siete un'azienda americana a tutti gli effetti e chi governa è il mercato a cui dovete continuamente adeguarvi.

Stranamente in questa terza fase diventa ancora più importante la traduzione e l'osservazione culturale, insomma tradurre la creatività italiana in commercializzazione americana.
  

Dopo un po' che si risiede negli Stati Uniti ci si abitua al loro modo di concludere affari e viene istintivo agire nello stesso modo e con le stesse aspettative, quando si ha a che fare con l'Italia.

Purtroppo le mentalità sono molto diverse.

L'americano vuole ottenere il massimo da subito, sa quello che vuole e quanto vuole, se impiega tempo a concludere, ma poi raggiunto un accordo si va avanti senza esitazioni.

Una caratteristica costante per I'Italia è invece la difficoltà a mettere punti fermi: molti italiani hanno la tendenza a cambiare le carte in tavola continuamente fino all'ultimo momento. Forse hanno il gusto della trattativa continua, certo diventa molto stressante, inoltre in termini di investimenti sono spesso ancora legati al "mattone" insomma investono più volentieri per comprare cose fisiche (come le case) e investono molto meno in persone, conoscenza o consulenza.

Dico tutto questo non come critica vuota, ma per avvertirvi che se venite qui con questa mentalità rischiate di perdere molte buone occasioni e spesso rischiate anche che gli americani evitino accuratamente di trattare affari con voi.

Da "Vado a Vivere a New York" di Stefano Spadoni. Clicca qui per comprare il libro.




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Una piattaforma unica per far conoscere i prodotti italiani oltreoceano


Nell’ambito delle attività internazionali l'Unione degli industriali del Lazio ha organizzato di recente un workshop dal titolo “Crescere nel mercato USA: come vendere e radicarsi” dedicato alle possibilità di esportare i migliori prodotti laziali ed investire negli Stati Uniti. Hanno introdotto i lavori Micaela Pallini, presidente della sezione Alimentari di Unindustria e amministratore delegato della Pallini Spa, e Fernando Napolitano, uno dei più importanti promoter delle eccellenze italiane presso gli investitori Usa, che ha fondato l’Italian Business & Investment Initiative di New York “con l’obiettivo – ha ricordato durante l’incontro – di creare un ponte di business permanente tra Usa ed Italia e far conoscere al mercato Usa le grandi opportunità che il nostro Paese può offrire”, cominciando, ad esempio, dal know how tecnologico italiano molto competitivo ma ancora poco internazionalizzato.

 Micaela Pallini
 
“Il mercato americano – ha detto Micaela Pallini – può essere molto strategico per le aziende italiane perché sa affermare il valore di un marchio che, nonostante il made in italy sia da sempre molto apprezzato oltreoceano, non ha saputo ancora imporre il proprio prodotto, in particolare nel settore agroalimentare, attraverso la creazione e valorizzazione di un brand nazionale in grado di penetrare il mercato americano e quello asiatico, come invece è riuscita a fare la Francia con il suo prodotto più importante, il vino. Con questo incontro vogliamo quindi approfondire la conoscenza di questo mercato, complesso ma potenzialmente molto redditizio per le nostre imprese, soprattutto riguardo l’aspetto finanziario che è certamente uno dei nostri punti di debolezza”. “Nel Lazio - ha concluso Pallini – in particolare l’export è ancora limitato al di fuori dell’Unione Europea ed il suo peso sul totale nazionale delle vendite all’estero è limitato al 4,4%. I settori trainanti, come il farmaceutico e la chimica, stanno attraversando un periodo di forte crisi per la chiusura di alcune importanti multinazionali sul territorio. Dobbiamo quindi, anche attraverso le iniziative di Unindustria, lavorare per facilitare l’ingresso nel mercato Usa anche ad altri settori, soprattutto quelli di alta specializzazione”.

Alle oltre 50 aziende presenti all’incontro, sono state illustrate le caratteristiche del mercato USA ed i dettagli per investire e conquistare una fetta di mercato. Nel 2011 gli Stati Uniti hanno importato beni per un controvalore pari a circa 2,2 miliardi di dollari e tale valore nei prossimi dieci anni aumenterà a oltre 4 miliardi di dollari. Per un Paese a forte vocazione manifatturiera quale l’Italia, quindi, l’accelerazione della crescita delle esportazioni verso gli USA, soprattutto nel settore alimentare, rappresenta un’occasione da non perdere.

Paolo Timoni


Paolo Timoni, fondatore della startup americana Exagoga LLC Advisory, presentando agli imprenditori presenti i servizi della sua società che ha creato una piattaforma per diffondere i prodotti italiani oltre oceano, ha evidenziato che per migliorare l’andamento dell’export italiano verso il mercato americano e asiatico è necessario individuare nuovi modelli di business e favorire l’aggregazione delle migliori piccole e medie imprese del nostro Paese, con ampio potenziale di sviluppo, realizzando piattaforme distributive condivise e specializzate per settore, con un apporto di risorse manageriali e capitali e un modello di business basato sulla condivisione di rischi e benefici economici. Alan D’Ambrosio, vice presidente del prestigioso studio newyorkese McDermott Will & Emery LLP, ha infine approfondito gli aspetti fiscali e contrattuali per intraprendere rapporti commerciali con i clienti americani.

Clicca qui per leggere l'articolo sul sito dell'Ufficio stampa Unindustria di Viterbo.





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