18 gennaio 2013

Businessmen americani e italiani a confronto



 Donald Trump

Quando un businessman americano e un businessman italiano si incontrano si crea più di una semplice interrelazione tra parti: c'è l’incontro tra due mondi che in fondo sono ancora diversi e lontani. È difficile stabilire quale tra i due sia l'atteggiamento migliore per muoversi nell’intricato mondo degli affari, anche perché le diversità sono per lo più derivanti dalla cultura e dalle tradizioni del popolo di appartenenza, piuttosto che da tecniche e strategie, che grazie alla globalizzazione sono ormai comuni. Conoscere e capire le abitudini e gli atteggiamenti dell’interlocutore è importante nel business: aiuta a stabilire facilmente dei rapporti nei quali una reciproca comprensione, rapida e inequivocabile, permette di approdare a risultati concreti.


  Flavio Briatore 

Stiamo parlando di un problema di linguaggio che, evidentemente, non è determinato solo dall'uso dei vocaboli, ma include le abitudini, lo stile, il look, la gestualità e perfino gii atteggiamenti psicologici. Conoscere solo l'idioma, cosa che a molti sembra già un'impresa, non è più sufficiente. Oggi, per fare business internazionale con successo, bisogna entrare nel mondo culturale del nostro interlocutore straniero, americano in questo caso. L'atteggiamento migliore per interloquire con un partner americano è quello di partire da questo presupposto: quegli atteggiamenti e discorsi, che sembrano assurdi o quantomeno strani, sono assolutamente normali se analizzati ed inseriti nel contesto in cui l'interlocutore vive e opera. Quindi, si tratta di prendere le misure e adattarsi al nuovo schema, che in piena globalizzazione dei mercati e delle comunicazioni, sarà quello dominante. vediamo in alcuni punti fondamentali quali sono le tipiche caratteristiche del businessman americano.

- L'atteggiamento generale. Assolutamente informale. Il businessman americano segue pochissime regole formali o di protocollo, è diretto nel linguaggio, si rivolge ai superiori e ai subordinati chiamandoli con il nome di battesimo, non usa titoli, eccetto dottore per il medico. Atteggiamenti tipici sono una certa tendenza alla scompostezza e una totale libertà nelle gestualità, anche quelle naturali. Molto libero anche a tavola.

- Il linguaggio. È semplice, schematico, diretto. Vengono tagliate tutte le parti inutili e si va subito al sodo. Quella che apparentemente sembra essere povertà di esposizione ed espressione è, in realtà, il risultato di un processo idiomatico che conduce ad una rapida comprensione basata su praticità e concretezza. Molto raziocinio, fondato su logiche di base che si possono discutere, poca fantasia.

Mark Zuckerberg

- Il conflitto. È sempre diretto. In caso di disputa o discussione tra pari ci si affronta e confronta personalmente, senza esclusione di colpi. Tra superiore e subordinato le cose cambiano: autoritario l'atteggiamento del superiore, diplomatico e flessibile quello del subordinato.

- Il tempo. E' fondamentale e regola tutto. Ogni progetto, ogni azione deve avere una scadenza temporale che deve assolutamente essere rispettata. La scadenza è paradossalmente più importante dell’esito stesso di un'operazione. Quando si è in affari con un partner americano ci si deve preparare in anticipo a fornire risposte affidabili sulla tempistica di ogni azione. Quando i tempi non vengono rispettati si perde in credibilità, anche di fronte a ritardi ben motivati. Gli orari di ufficio possono essere 8-17 oppure 9-18. Durante la pausa pranzo gli uffici non chiudono: ci si da il cambio tra le 11.30 e le 13.30 per mantenere l’operatività continua.

Lapo Elkann

- Il rischio. Se ci sono delle possibilità si rischia. Anche se la caduta può far male. Col tempo ci si rialza e si ritenta.

- La logistica. Le operazioni e le trattative di business si praticano ovunque, non ci sono schemi fissi. Può accadere a colazione-pranzo-cena, in palestra, allo stadio, a teatro, in viaggio, a casa propria. Anche in ufficio naturalmente.

- La responsabilità. E sempre individuale. Si fa parte di un team e si collabora attivamente per raggiungere un obiettivo comune, ma in caso di errore paga il singolo che lo ha commesso. E chi sbaglia paga davvero.

- Il primo contatto. Deve essere diretto e aperto, sempre autopromozionale con un pizzico di aggressività. La battuta, anche se stupida, non deve mai mancare: la risata, anche se forzata, favorisce le aperture.

- ll lavoro. È praticamente tutto. Crea ruoli da giocare nella società, definisce le posizioni tra gli individui, procura i mezzi per vivere, fornisce motivazioni e obiettivi di vita, determina gli stati d'animo. Il lavoro è la vita stessa.

- Il target. È l'obiettivo da raggiungere, e lo si può raggiungere sempre e comunque. C'è sempre una possibile via per ottenere il risultato, a prescindere dalle difficoltà, dalla posizione sociale, dal bagaglio professionale e intellettuale. In America gira ancora la storia che ogni cittadino può potenzialmente diventare il Presidente.

- II look. Colletto bianco nel business, casual nella (poca) vita privata. Esteticamente mai bello: la giacca blu e la camicia bianca sono indossate come se fossero una divisa di servizio. Tipici il calzino bianco, il calzone corto, la scarpa sporca, il nodo cravatta a fusillo e il fondo giacca (sempre fuori misura) gualcito. Frequenti i vezzi estetici di ogni tipo.

Dal libro "Fare Business negli Usa" di Maurizio Dovigi.





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Django e gli italiani che fecero il West


Jamie Foxx e Franco Nero in "Django Unchained" (2012)

Nel film "Django Unchained" di Quentin Tarantino ambientato nel Sud degli Stati Uniti nel 1858, due anni prima della Guerra di Secessione, compare a un certo punto Franco Nero nei panni di  un ricco uomo d'affari italiano dal look ricercato, ospite nella sontuosa villa del mercante di schiavi Leonardo di Caprio. L'aspetto curioso è che Franco Nero parla in italiano facendo il tifo per il mandingo che picchia selvaggiamente a mani nude un altro "nigger" in un'atroce lotta per la sopravvivenza.

Non è questa la sede per analizzare criticamente la pellicola di Tarantino, il cui universo di riferimento rimane solo e soltanto cinematografico e non ha nulla a che fare con la storia e il fenomento aberrante dello schiavismo. Certo l'approccio di Tarantino è infantile, degno di un appassionato di videogiochi in stile "sparatutto", e far ricorso a così tanta violenza fa parte sicuramente della sua terapia per esorcizzare il sesso, questo sì il vero tabù americano per eccellenza. Non è un caso infatti che le armi siano mostrate come protesi e surrogato sessuale dei bianchi con la funzione inoltre di delimitare il territorio e mantenere le distanze dallo straniero. Una riflessione che il regista inglese Ken Loach estremizza, sostenendo addirittura che: "Se il cinema potesse cambiare il mondo, sarebbe per renderlo ancor più minaccioso, più pericoloso, più individualista, più aggressivo, più violento, ancor più di destra. Se il cinema potesse cambiare il mondo, sarebbe per rinforzare l'idea che tutti i problemi del mondo possono essere risolti da un solo uomo con un fucile in mano e l'accento americano. Sono gli americani che hanno il potere economico, sono le loro immagini che inondano il mondo".

Tornando all'amico di Leonardo Di Caprio, che ci faceva un italiano nel sud degli Stati Uniti a quell'epoca?



Be', sicuramente non era il solo. Tutti pensano che gli italiani d’America siano soltanto i poveri emigranti sbarcati a milioni a Ellis Island, una valigia legata con lo spago e tante speranze.

In realtà, prima di loro ci sono stati molti altri italiani che hanno attraversato l’Oceano in cerca di fortuna. Una emigrazione – quella dei pionieri italiani - limitata nel numero ma fortemente intrecciata con i grandi avvenimenti storici del Nord America, allora attraversata - come l’Europa - dai complessi processi di fondazione delle nuove nazioni: la frontiera e la costruzione del territorio nazionale, la guerra e le altre forme di contatto con le popolazioni native, lo scontro tra Nord e Sud, la corsa all’oro. Diplomatici, soldati, operai, commercianti, viaggiatori, contadini, artisti, missionari, giornalisti, intellettuali e perseguitati religiosi e politici. Sono questi gli italiani, per lo più siciliani, liguri, emiliani e piemontesi, a raggiungere per primi gli Stati Uniti. Sono il più delle volte personaggi oscuri, dimenticati, a dispetto delle loro straordinarie e agitatissime vite tra una riva e l'altra dell'Atlantico, sullo sfondo di uno scenario storico che dagli albori della rivoluzione americana, passando poi per il risorgimento, giunge all'unità d'Italia e oltre, fino alla partenza dei fatidici bastimenti dell'esodo di massa. Sono loro "I primi Italians del Nuovo Mondo".

E' questo il titolo che ho scelto per il documentario da me realizzato nel 2012 per il programma "La Storia siamo Noi" di Giovanni Minoli in cui racconto le loro storie.

Nel documentario, che potete vedere nel primo video più sopra, si racconta di Enrico Fardella, Francis Spinola e il conte Luigi Palma di Cesnola, i tre generali italiani che presero parte alla Guerra di Secessione. le storie del trombettiere del generale Custer, il salernitano Giovanni Crisostomo Martino, e di Maria Rosa Segale, “la suora più veloce del West”. E ancora: si narra dell'inventore della letteratura del West ad opera dell'oriundo siciliano Charles Angelo Siringo e della vicenda umana del fotografo napoletano Carlo Gentile, il primo a documentare le condizioni di vita degli indiani.
  







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