15 gennaio 2013

Errori frequenti degli italiani che investono negli Stati Uniti



 Buddy Valastro The Cake Boss

Ogni azienda italiana negli Usa è in cerca di "un dipendente che pensa, di una persona sveglia con voglia di imparare". Il che significa stipendio basso, capacità di accettare rimproveri, straordinari non pagati e fare molto di più del proprio dovere. Purtroppo negli Stati Uniti queste persone non esistono, o meglio esistono, ma vista la bassa disoccupazione e la mobilità, già lavorano al doppio dello stipendio che voi gli offrite.

Si finisce così per importare persone dall'Italia: segretarie e altri impiegati che lavorano "illegalmente" con il visto B-1 a quattro soldi anche per più di un anno in attesa del fatidico visto H-1B, con il quale poi a volte cercano altre strade. II problema è che spesso, malgrado la buona volontà non capiscono niente degli Stati Uniti e questo problema influenza l'azienda facendole sì risparmiare denaro, ma togliendo in opportunità.

Un atteggiamento tipico di chi viene negli Stati Uniti è: opero più o meno come in Italia o nel resto del mondo dove sono già presente. Come ho avuto successo altrove farò fortuna anche qui. Il mito è che gli Americani siano ricchi, adorino spendere, vadano pazzi per la roba italiana e anche che siano sostanzialmente dei "semplicioni" (ho sentito persino dire "provinciali") a cui si può affibbiare tutto perché di loro non hanno niente se non hamburger e roba fatta in serie. Ho amici che mi chiamano dall'Italia chiedendomi: “Cosa manca lì, dimmelo e ci mettiamo in società per importarlo". Ormai ho rinunciato a spiegare che qui non manca nulla, ma proprio nulla.


Ci sono poi quelli che pensano che basti spedire qui un prodotto buono e che questo si venda da sé. Purtroppo non è così. Bisogna essere umili e disposti a imparare e a cambiare idee e bisogna ammetterlo. Noi Italiani con la storia dei "duemila anni storia" e della "culla della civiltà", pensiamo di essere "nati imparati" e non ci rendiamo conto, ad esempio, che gli Egiziani costruivano le piramidi quando noi vivevamo nelle caverne ma ciò non vuol dire che ora possano tenerci lezioni di marketing. Una delle prime cose da capire è che non si può imporre nulla, bisogna invece ascoltare consumatori e clienti.

E' il caso spesso dei ristoratori improvvisati che aprono locali pensando di imporre un modo di mangiare tipicamente italiano senza modifiche. Il fatto è che il newyorkese, anche se europeizzato, ha abitudini diverse, come quella del piatto unico, dei sapori addomesticati, le porzioni più abbondanti, il servizio che deve essere rapido, attento ma mai invadente, il locale arredato con gusto americano e mai anonimo, e soprattutto oggi per fare il successo del ristorante il cibo non è sufficiente se mancano le pubbliche relazioni e la pubblicità che rendono il posto di moda.

Una lezione da imparare in fretta è che bisogna rischiare ed essere pronti ad investire. Il discorso comune a molte aziende è invece del “prima guadagno e poi investo i soldi presi". In America chi non risica non rosica. Ci sono ad esempio aziende di moda che arrivano qui, aprono un piccolo show-room, pagano qualcuno 3.000 dollari al mese, magari in nero, e sperano che il successo li colga come un fulmine a ciel sereno. Naturalmente il disperato che accetta quello stipendio lo fa solo per non morire di fame mentre cerca un posto decente, dopo un anno non è successo nulla e l’azienda in Italia si lamenta che “lo pagavo di più del mio direttore mondiale e non ha venduto nulla!". Ma a New York con quella cifra si sopravvive appena e la gente che vale viene pagata molto di più.


C’è poi il problema dei pagamenti dai clienti che in Italia vorrebbero anticipati all’ordine con lettera di credito ecc. Dall'altra parte succede anche che si voglia vendere per forza e cioè senza preoccuparsi se si riuscirà a venire pagati. E veniamo ai rischi. Avere le spalle forti è indispensabile per reggere chi non paga, e sono tanti, o perché falliscono (qui è molto facile e praticamente senza conseguenze) o perché semplicemente non si riesce a farsi pagare. Senza arrivare all’episodio del responsabile di un’importante azienda italiana di prodotti da bar (episodio rigorosamente vero) che si è messo in giro per New York ed è approdato alla Bar Association (che qui è il nome dell’Ordine degli Avvocati) insistendo con la segretaria che dovevano comprare i prodotti da “bar” da lui, si può dire che l’ignoranza della realtà americana è spesso totale.

C’è poi l’incomprensione culturale. Una fabbrica di divani vuole produrli negli Stati Uniti per evitare le spese di spedizione: mette su la fabbrica nel Sud degli USA con l’aiuto di un socio americano, prende ad una fiera una barca di ordini e quindi invia il suo tecnico più anziano per formare il personale americano assunto allo scopo. Sembrava un gioco, ad esempio per fare un divano basta tirare la pelle e fissarla con la spillatrice, operazione che in Italia avviene con ritmi tali che sembra che la spillatrice sia una pistola mitragliatrice. Tutto sbagliato. Gli operai hanno un sacco di difficoltà e soprattutto sono lentissimi tanto che l’istruttore si arrabbia e dopo un mese arriva, esasperato, a lanciare un martello contro uno di loro che “sparava” alla cadenza di un fucile ad avancarica. Arresto da parte della polizia per tentato omicidio, multa e, dopo altri inutili tentativi, fabbrica chiusa, ordini perduti ecc. Bastava aver capito che gli Americani sanno fare anche lavori complessi ma se il lavoro viene spezzettato e ciascuno ne fa una parte. Inoltre il ritmo del lavoro, se si sommano anche solo due semplici operazioni, si abbassa incredibilmente. Mai due cose in una volta, non dimenticate questa regola, così come mai due argomenti nello stesso discorso. Vanno in tilt. Il personale può essere licenziato in tronco, ma mai offeso o peggio ancora bersaglio per il lancio di oggetti, nemmeno per scherzo. La produttività cambia inoltre notevolmente a secondo del gruppo razziale nel senso che ognuno ha un proprio modo di lavorare che è molto difficile cambiare, tanto che è meglio adattare il tipo di lavoro alla mano d’opera, o meglio spezzare tutto in tante piccole operazioni o responsabilità fino a che il risultato è un qualcosa di tanto semplice e meccanico che tutti possono eseguire senza errori o interpretazioni personali.
 
Altra grande lezione da imparare è che qui nessuna impresa si può considerare “arrivata". Tutto può essere messo in discussione e non esistono rendite di posizione, tanto meno quelle "politiche". Per tutti questi motivi molte grandi aziende italiane sono venute qui, hanno distribuito con sussiego i loro bigliettini da visita per sentirsi rispondere "E chi siete?", hanno operato per un po' rimettendoci milioni di dollari e quindi hanno smobilitato lasciando solo uffici di rappresentanza o le diramazioni delle loro holding finanziarie. Altri invece, imparata a caro prezzo la lezione, hanno capito e adesso stanno andando a gonfie vele, prendendo nuove fette di un mercato praticamente illimitato, ma sempre attenti perché qui si è senza paracadute e se si cade ci si può fare molto male.

Dal libro "Vado a Vivere di New York" di Stefano Spadoni

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New York, cinque mosse per aprire un ristorante italiano



Dici “Italian restaurant” a New York e molto probabilmente conquisterai un cliente. L’appeal della nostra cucina è ancora inossidabile all'estero, e per questo il sogno di aprire un ristorante nella Grande Mela accarezza i desideri di molti italiani.

Ma attenzione: la competizione è altissima. A  New York aprono in media mille ristoranti l’anno e anche l’autorevole guida Zagat ha messo in guardia gli avventurosi imprenditori, con il monito di “Don’t do it. Il rischio di fallimento della vostra attività si aggira attorno al 60%”! Un calderone in cui si sono ritrovati progetti promettenti come Ago, ristorante a gestione italiana aperto insieme a personaggi del calibro di Robert De Niro e Ridley Scott e chiuso dopo pochi mesi, o il trasteverino Sora Lella che nella location di Soho non ha bissato il successo romano.

Ma per chi nonostante tutto è pronto a cimentarsi con una delle città più competitive del mondo, ecco i passaggi fondamentali per iniziare:

1. Il Visto
2. Aprire una società
3. La ricerca del locale. Meglio Brooklyn
4. La Liquor Licence
5. Cercare il personale, costruire una squadra 

Fonte: articolo di Paola Camillo per Panorama.it





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Come esportare la lingua italiana negli Usa



La lingua italiana costituisce per gli italiani all’estero una fondamentale forma di conservazione e rispetto per le proprie radici. I nostri connazionali che per primi emigrarono negli Stati Uniti la parlavano a stento, perché partirono quando erano ancora i dialetti a farla da padrone in una neonata Italia. Spesso, poi, l’integrazione in America fu incentivata anche con la spinta ad usare la lingua americana, a danno dell’uso di quella italiana. Oggi la lingua italiana è motivo di vanto e sinonimo di alto profilo per molti americani, non solo di origine italiana. Ne parliamo con Berardo Paradiso, imprenditore di successo e presidente dello Iace, Italian American Committee on Education.

Presidente Paradiso, qual è la sua storia di successo di italiano emigrato in America?
Sono nato e cresciuto a Buonalbergo, in provincia di Benevento. Mi sono laureato in ingegneria meccanica al Politecnico di Napoli e poi sono emigrato in Svizzera, dove ho sviluppato la mia carriera prima di spostarmi a Porto Rico; all’inizio degli anni ’80 mi sono trasferito a New York, dove ho creato la mia azienda che ancora oggi guido. Ho avuto la fortuna di ricevere numerosi riconoscimenti da parte del mio Paese: tra questi, sono particolarmente orgoglioso di essere Cavaliere della Repubblica Italiana. Ho svolto numerosi incarichi al servizio della comunità italoamericana, prima di essere nominato a capo dello Iace: ho presieduto la Camera di Commercio Italiana a New York, faccio parte della delegazione di New York Soho della Accademia Italiana della Cucina, e sono nei board di diverse istituzioni che celebrano l’italianità a New York nel campo della educazione e della cultura. 

Fonte: Intervista a Berardo Paradiso di Umberto Mucci per L'Opinione.








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Berlusconi analyzed through Movies about Television












It could only happen in Italy. Too many sentences could start this way because Italy is at the avant-garde of corruption, sexual scandals and dirty politics.

In one word Silvio Berlusconi, of course. The only Prime Minister of a democratic country who has turned the consumer, the football-fan, the tv-viewer into a single person: the elector.

After all, the first modern dictatorship was born in Italy with Benito Mussolini and it’s not a coincidence that history repeats itself with this sort of tele-dictatorship created by Silvio Berlusconi, the Controversial Italian Prime Minister and media mogul, who has influenced Italian political and cultural history for the past 30 years.

Hundreds of books and several documentaries that tried to tell the story of this “Italian wise-guy” and other hundreds of works will follow in the years to come, but until now no one has analyzed Berlusconi through the films about television. It’s a subgenre very popular in the Italian movie history, and many of these films have often anticipated that dangerous mix of politics, media, crime organizations and private business, that is the eternal Italian anomaly.



So using this idea as a starting point, it's easy to explain how tele-fascism was born and developed through this fil rouge of the films about television: from the birth of the medium to current times in which the monition of George Orwell’s novel “1984” is by now a paradoxical routine embodied in the “Big Brother” series, the global format that has been manipulating reality under the pretext of telling about it. 

When dealing with television, the movie industry and filmmakers have frequently mocked, despised, blamed it and warned of the risks and damage caused by its intrusiveness, vulgarity, stupidity and above all its power. The anti-TV paranoia in the US is not an invention of the movie industry, but the movie industry has a specific interest in cultivating it because television is a direct competitor, the new medium from which the old one feels deposed. By the way, a chapter of this work will be focused on the relationship between political and media power in the US through the over two hundred films about TV produced from the 50’s to recent years.

The first American movie about the small screen is “Murder by Television” (1935), a classic whodunit film in which an ambitious and young television engineer is killed because he promised to secure the secret patent for his company. A classic film on American capitalistic values, in which TV, is used as a pretext. 


In Italy two rather significant feature films were made in the 30’s “Batticuore” (Heartbeats) and “Mille lire al mese” (A thousand liras a  month). These two films shot during the Fascist age, were set in an imaginary Eastern Europe countries because of the censorship regime. At a certain point the same thing happens in these two films: some interference unwittingly mixes images of a political discussion with a show featuring female dancers, so it seems that the politicians dance with the dolls, as happened fifteen years later under Berlusconi when his dancers became members of the Italian parliament.

Unlike “Murder by Television”, these two films point their attention to two important aspects of the new medium: the using of live broadcasts and the enslavement to the political power. Surely they were very much far-sighted.

To continue delving into this special history, one will need to wait for the New Hollywood of the 70’s to find significant American films, with an important exception in the late 50’s,“A face in the crowd” by Elia Kazan, the first movie which told of the great swindle of Television. In this sarcastic movie, an Arkansan hobo becomes an overnight media sensation. Thanks to fame and power, he becomes the US Presidential candidate’s consultant but because of his alcohol-addiction he is later exposed as a fraudster. Kazan’s movie ran a year before the first real great TV scandal happened in 1958, when a popular English instructor at Columbia University Charles Van Doren became the wildly popular champion of a successful TV show called "Twenty-One". His story was told by Robert Redford in his great film “Quiz show”, curiously made in the 1994. Van Doren was an American folk hero. His charming presence seduced 50 million people into believing him. But the truth is, viewers were fooled and saw only what the network and program's producers wanted them to see. Then someone pulled the plug. Congressional investigator Richard Goodwin uncovered the truth about the quiz show being a fraud. Goodwin later became the speechwriter to Presidents Kennedy and Johnson. About the quiz show scandal, Goodwin wrote: “But then we were more ingenuous persons. That fraud betrayed our confidence towards the electronic mass media guards and some writers claimed afterward that the game shows scandals marked the beginning of the loss of our naïveté.  All this because innocence or naïveté is a force. One that encourages the willpower that feeds the protest against the cheaters and injustices and that gives courage to the oppressed and unsatisfied. Those who are without hope do not riot. Cynical people don’t march. Only when what we define as “innocence” becomes a reality – and success seems an apparent possibility – are we strong and brave enough to fight against the establishment”.  

This is the essence of the New World vision that many non-Americans have also always appreciated. A vision, unfortunately, too naïve for who lives in the old, decadent and vicious Italy. It’s not a coincidence that the master of Italian Cinema, Federico Fellini, told of the misery of Italian TV first in his “La dolce vita” (The sweet life, 1960) with a fake religious miracle staged for a TV show and later in the grotesque “Berluscoland” of “Ginger and Fred” (1986), or rather the abjection of the popular show in vulgar Berlusconian style. 

Media Moguls

Besides Fellini, from the 50’s to the past decade, there have been around 300 Italian films about television directed by other important names (among which Michelangelo Antonioni, Gianni Amelio, Dino Risi, Elio Petri, Mario Monicelli,  and Nanni Moretti) but most of these are typical Italian style comedies with the usual moralistic criticism of the national flaws (political patronage, career help in exchange for sex, painful exploitation through tear-jerker tales, wild consumerism) rather than an analysis of the power of the medium. Anyhow, only recently have some documentaries tried to report on the  Berlusconi regime (“Viva Zapatero” in 2005 by Italian comedian Sabina Guzzanti and “Videocracy” in 2009 by Italian-Swedish filmmaker Erik Gandini). 
 
On the flipside, American cinema has reached several milestones on the suggestion of power and the abuse of public credulity produced by TV: the militant “Network” by Paddy Chayefsky - Sidney Lumet in the 70’s,  the acid “King of Comedy” by Paul Zimmerman - Martin Scorsese in the 80’s, the splattered “Natural Born Killers” by Quentin Tarantino -  Oliver Stone, the satirical “Wag the Dog” by David Mamet – Barry Levinson and the poetic “Truman Show” by Andrew Niccol – Peter Weir in the 90’s to the cynical “Slumdog Millionaire” by Danny Boyle -  Simon Beaufoy in the 2000’s. In this last film a Mumbai teen, who grew up in the slums, becomes a contestant on the Indian version of "Who Wants to be a Millionaire?", a global format like “Big Brother”. “Big Brother” was born in the peep show city, Amsterdam, and for some years Endemol is owned by Silvio Berlusconi, the real Orwellian Big Brother who built his success thanks to sexy shows with European (above all from the East) housewives and female students who stripped in a TV poker game. The same Eastern European girls – but this time as real escorts and not game participants - who in the 2000’s will take part in his mansions to orgy feasts resembling something between the masonic symbolisms of Stanley Kubrick’s “Eyes Wide Shut” and the fascist partouze of Pier Paolo Pasolini’s “Salò”." This explains so what now has became the Italian political power based on the power of television. Anyway, you don't have forget that half of the fault lies with the Italians. Too often, have they been willing participants and not victims of this shameless daily “on air” show which has been running for twenty years in Italy. And this is the End-emol.

  artwork by Carla Brandolini

BURLESQUONI: THE MUSICAL (work in progress)
In other countries, Berlusconi would be already politically dead. He, and those like him, would have been forced to resign. How come is so there?  To better explain this situation, the musical is in my opinion the best format and so this foolish project I’d like to see one day in a off-or-on Broadway stage. Dirty politics, women, mafia, corruption, sex and much more. For the first time in English, here it is the life and times of the colorful and controversial Italian leader Silvio Berlusconi! Think about it like a sort of hybrid between "The producers" by Mel Brooks and "Network" by Sidney Lumet. I have been already historical consultant for three documentary films about him: Silvio Forever by Roberto Faenza (2011), SB: Io lo conoscevo bene (I knew him well) di Giacomo Durzi e Giovanni Fasanella (2012) and Belluscone by Franco Maresco (2013). Read this column about my projetc written by Jeff Israely, correspondent at Time Magazine. 









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Come proteggere il prodotto italiano nel mercato americano





Quando l'operatore commerciare italiano entra ner mercato Usa per lanciare il proprio prodotto si trova inevitabilmente all'imbocco di un bivio decisionale: far prevalere la volontà di divulgare l'idea o la necessità di proteggerla? E ancora, è possibile trovare un giusto equilibrio tra queste due esigenze? Le due cose devono, per forza di cose, coesistere: un prodotto non si vende se non lo si fa conoscere; d'altro canto in un mercato pirata come quello americano e necessario appellarsi alla legge per proteggere i segreti commerciali e di fabbricazione del prodotto stesso.

La protezione del prodotto è particolarmente importante per chi esporta tecnologia. E evidente che l'immissione di un uovo prodotto tecnologico nel mercato consente alla concorrenza una quasi immediata azione difensiva/offensiva che consiste nella riproduzione dell'idea.

Le leggi americane che regolano la materia sono precise ed efficaci, se utilizzate nel verso giusto. In realtà, nel contesto della protezione di segreti commerciali e di fabbricazione non esiste una legge federale valida per tutto iI territorio nazionale, ci si deve così affidare alla legge di ogni singolo stato. Più della metà degli stati americani hanno inserito la legge che regola questa materia, legge denominata Uniform Trade Secrets Act, nel proprio codice civile, a testimonianza della notevole attenzione posta su questa tematica. È importante per l'imprenditore italiano, intenzionato ad esportare prodotti tecnologici negli Usa, conoscere ed utilizzare lo Uniform Trade Secrets Act come principale strumento di difesa legale a sua disposizione.

 
Questa legge, nelle sue varie versioni, in genere agglomera la normativa sui brevetti, per idee ed invenzioni, la normativa sul copyright, per scritti e disegni, e la normativa sui segreti commerciali e di fabbricazione, per quei casi in cui il know-how non si può diffondere tramite scritti e disegni. Il diritto di protezione delle idee è soprattutto utile per tutti coloro che hanno intenzione di vendere invenzioni, progetti e simili tramite licenze o contratti, evitando la divulgazione diretta al pubblico.

Ma quali sono esattamente i segreti commerciali e di fabbricazione che la legge consente di proteggere? Tutto ciò che genera ricchezza per il fatto di non essere conosciuto creando un risultato in modo diverso da ciò che fa la concorrenza. La legge è flessibile e si adatta a molte situazioni, ma per poterla utilizzare a propria difesa è necessario attenersi scrupolosamente ad una condizione primaria: l'attuazione di un programma di protezione e difesa. Chi dimostra di avere attivato tale programma avrà sempre il potere di far causa immediata contro terzi per danni. Un programma di protezione e difesa delle idee consiste nel far firmare a soci, licenziatari e terzi un contratto di non divulgazione dei progetti. Inoltre ogni atto dell'invenzione dovrà essere vidimato come segreto. Chi non attiva tale programma non potrà godere di alcuna protezione legale, perché non essendoci un diritto monopolistico all'uso della tecnologia, chiunque ha il diritto di copiare un'idea tramite visione, acquisto o spionaggio, se questa non è "protetta".

Dal libro "Fare Business negli Usa" di Maurizio Dovigi.




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