14 gennaio 2013

Sempre più italiani nella Grande Mela, nonostante la crisi



Annalisa Liuzzo è un avvocato italo-americano esperto di leggi sull'emigrazione e da anni si occupa di italiani che vogliono trasferirsi negli Stati Uniti e in particolare a New York.

Lei incontra ogni anno diversi italiani che hanno il sogno di spostarsi a vivere e a lavorare negli Stati Uniti. Chi sono questi italiani, e perché vogliono andare negli Usa? C’è un trend crescente riguardo alle richieste di immigrazione negli Usa da quando lei ha iniziato la sua carriera ad oggi?
 
Faccio l’avvocato da 15 anni, e devo dire che ho visto evolvere l’emigrazione italiana negli Stati Uniti in questo periodo. All’inizio della mia carriera incontravo principalmente il classico importatore di prodotti italiani, soprattutto enogastronomici, insieme a giovani laureati ma di famiglie piuttosto benestanti. Ma andando avanti col tempo, sono aumentati sempre più i ragazzi dotati di grande talento e voglia di farcela a prescindere dalla condizione economica delle loro famiglie, consapevoli che negli Stati Uniti lavorando duro avrebbero avuto una possibilità. Oggi questi italiani continuano ad arrivare, e oltre a loro vengono anche coloro che vogliono investire qui, altri che semplicemente comprendono la necessità di avere nel loro curriculum un’esperienza negli Usa - sia essa in aziende americane come pure in aziende italiane che operano anche qui; e infine chi cerca di aprire una sua azienda direttamente negli Stati Uniti. Gli ultimi anni di crisi in Europa hanno contribuito ad aumentare le richieste di informazioni e di aiuto da parte di nostri connazionali, e certamente non mancano coloro che oggi vogliono provare a scommettere su un deciso cambio di vita dovuto alle condizioni nelle quali a loro avviso si trova l’Italia. Alcuni di loro hanno un accento forse più preoccupato di altri che li hanno preceduti, da italiana percepisco il loro dispiacere nel lasciare l’Italia e capisco che non è una scelta facile. E’ un numero purtroppo in grandissima crescita, piuttosto impressionante anche perché non è calato nemmeno dopo la crisi che gli Usa stessi hanno vissuto dal 2008 in poi.  

 
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La legge anti-trust negli Stati Uniti


 

Negli Stati Uniti vige un regime di libero mercato che, attraverso l'ideale liberal democratico, fonda la propria ragione d'essere sul principio che il movimento dei capitali e delle cose produce ricchezza.

In un simile contesto è necessario dover minimizzare all'indispensabile vincoli e difficoltà all'azione imprenditoriale introducendo però una "regulation", atta a stabilire le regole del gioco. Pena: un mercato "Far West" dove in regime di totale anarchia l'operatore commerciale spregiudicato può compiere operazioni piratesche a danno della concorrenza, può monopolizzare i settori, può impunemente uccidere o stravolgere i mercati. Per far sì che il diritto all'iniziativa e all'espansione imprenditoriale fosse salvo, nel rispetto di regole e limiti comuni, nel 1890 venne promulgato lo "Sherman Act", un insieme di norme che regolava comportamenti e usi ritenuti negativi per la concorrenza.

Lo Sherman Act, che venne integrato ma non modificato da due nuove leggi nel 1914, "Clayton Act" e "Federal Trade Commission Act", è tutt'oggi esistente, applicato e rispettato in tutti gli Stati Uniti. In Italia lo Sherman Act è conosciuto come "Legge Anti-Trust", come del resto viene comunemente chiamato in America.


La legge anti-trust americana ha il potere di valicare i confini territoriali nazionali quando azioni commerciali, condotte all'estero da operatori americani e non, alterano negativamente i movimenti dei mercati interni, recando danno all'economia e a talune aziende. L'applicabilità all'estero della legge anti-trust Usa trova fondamento nei trattati commerciali internazionali e grazie a significativi strumenti messi a disposizione dal Governo americano per scoraggiare fenomeni esterni di concorrelza sleale a danno del Paese. Ma torniamo allo Sherman Act, il quale nella sostanza proibisce:

- accordi concertati irragionevolmente e restrittivi quali: la ripartizione del mercato o della clientela, la fissazione dei prezzi, la disponibilità dei prodotti vincolata all'acquisto di un altro prodotto o servizio, i boicottaggi; 

- il potere monopolistico di beni e/o di servizi. La concentrazione, la fusione e l'accorpamento di aziende, l'acquisizione spregiudicata di beni e servizi allo scopo di restringere la concorrerrza creando un monopolio, non devono superare le quote di mercato, espresse in percentuali, stabilite dalla legge per i diversi settori;

- le pratiche diprezzi discriminatori. È evidente che le grandi aziende e i grandi gruppi hanno potenzialmente la possibilità di uccidere la concorrenza delle piccole/medie imprese nella negoziazione dei prezzi con distributori e dettaglianti. Tale pratica è proibita quando lede volutamente la competitività di talune aziende: tutti hanno il diritto di giocare con pari opportunità e lo svantaggio competitivo delle piccole/medie imprese deve essere riequilibrato.

Le violazioni alla legge anti-trust americana rappresentano un reato. Il Ministero della Giustizia Usa applica pene che possono raggiungere i tre anni di reclusione e/o multe fino a dieci milioni di dollari. Dal 1980 la Federal Trade Commission, owero l'autorità anti-trust americana, controlla e giudica, oltre alle corporations, anche ogni altro soggetto giuridico o singolo imprenditore sospettato di attuare pratiche monopolistiche.

Dal libro "Fare Business negli Usa" di Maurizio Dovigi.



 




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