12 gennaio 2013

All'estero si guadagna si più





Vi è mai capitato, in questo momento di crisi economica e lavorativa, di pensare di mollare tutto e di trasferirvi altrove, in una città in cui guadagnare di più, ad esempio? Che lo avete fatto seriemante o soltanto per fantasticare in attesa di tempi migliori, ecco i posti del mondo in cui si guadagna di più.

A Zurigo, ad esempio, si guadagnano circa 17 euro netti l'ora potendo godere di 23 giorni di ferie ogni anno. Ma attenzione, qui tasse e previdenza vi "costeranno" il 46% dei vostri compensi. Se avete voglia di risparmiare ed investire all'estero, il posto che fa per voi è il Qatar. Qui, infatti, un lavoratore straniero guadagna, in media, circa 2 mila euro al mese, non male anche se bisogna dire che i Qatarini possono raggiungere anche i seimila. Anche a Lussemburgo la vita per i lavoratori è molto diversa. Per ogni ora del loro turno guadagnano, infatti, 17,40 euro netti ed il peso di tasse e previdenza sociale è del 18% e possono godere di 25 giorni di ferie annui.

Con i magnifici paesaggi lacustri e le atmosfere moderne e frizzanti, Ginevra è un'altra meta in cui i guadagni a fine mese fanno dormire sonni tranquilli. E' di 15,70 euro , infatti, il compenso percepito per ogni ora di lavoro, con tasse e previdenza che pesano per il 30% del totale, ed ogni anno si hanno a disposizione 25 giorni di ferie. Le atmosfere glamour e cosmopolite della Grande Mela, invece, "offrono" ai lavoratori 19 dollari all'ora al netto delle imposte, con un peso di tasse e previdenza pari al 28%, anche se le ferie concesse annualmente ammontano soltanto a 12 giorni. Anche Hong Kong non deluderà i lavoratori stranieri. In base al tipo di impiego, infatti, l'importo dei salari cambia notevolmente. Un impiegato nel settore dell'edilizia può guadagnare tra 1800 e i 2700, un lavoratore delle pubbliche amministrazioni potrà contare su uno stipendio di circa 4500 dollari, mentre nel settore industriale ci si deve "accontentare" dei 1700 dollari mensili.

Fonte: Libero Viaggi.





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Differenze su come fare impresa in Italia e negli Stati Uniti


Su 183 nazioni gli Stati Uniti si classificano al quarto posto per facilità di fare impresa, l'Italia al 78° posto.

Clicca qui per leggere il documento pdf con tabelle che mostrano le differenze su come fare impresa in Italia e negli Stati Uniti.

Il documento, curato dall'imprenditore italiano Tomaso Veneroso, mostra il confronto Italia-Stati Uniti sui seguenti argomenti:
- creazione di una nuova impresa;
- ottenere le licenze per costruire ed avviare una warehouse;
- assunzione dipendenti;
- registrazione di prorietà;
- ottenimento finanziamenti;
- protezione degli Investitori;
- pagamento tasse;
- regolamentazione per rispetto contratti commercial;
- chiusura dell’attività.


Tomaso Veneroso (al centro nella foto) è tra i fondatori della CIIM, la Confederazione degli Imprenditori Italiani nel Mondo, presidente di Amcast e del GIPI (Gruppo Imprenditori e Professionisti Italiani) e professore associato alla Columbia University di New York. Nel 2011 è stato nominato Cavaliere del Lavoro per la sua attività di promozione per l'imprenditoria italiana nel mondo.









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GlocalTrip, it's easier to trust a stranger than a friend

GlocalTrip is a social network and an app to help travelers to satisfy their needs by sharing services for free.



Glocal is a modern word derived from the combination of global and local. Our app is both global and local, and users are from everywhere. Offering services to travelers wherever they are at that moment. Our type of traveler is obviously not the classic tourist who uses all-inclusive packages. Our users are single travelers, couples or families who organize their own trips.


We thought about services for every kind of situation and our goal is to satisfy all needs of frequent travelers. Such as accomodation for one night, a refreshing shower, borrowing a stroller or a baby sling for visiting the city, or even a baby car seat, the chance to meet a partner for games, or sports, or spas, spend time with a local companion, etc.

Here below some examples of our app interface with services we offer (beta version):



                


                    

                     

GlocalTrip is a startup created by Carla Brandolini, Luca Martera and Emilio Vacca. We’re currently testing a beta version in order to get specific feedback by our testers and at this point we’re looking for funding to launch officially this social app. Contacts: glocaltrip@gmail.com








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GlocalTrip, il viaggio nel futuro

Glocaltrip è un social network e una app per aiutare i viaggiatori a soddisfare le loro necessità grazie a uno scambio di servizi gratuiti.



Glocal è una parola moderna che deriva dall'unione di “global” e “local” e la nostra app è sia globale perché gli utenti sono di tutti i paesi del mondo, ma è anche locale, perché chi offre un servizio lo fa in loco e a poca distanza da dove si trova il viaggiatore. Ovviamente il viaggiatore non è quello che frequenta villaggi turistici o gruppi organizzati, lì ha già tutto quello che gli serve. Noi ci rivolgiamo a viaggiatori singoli o coppie o famiglie che partono organizzando loro stessi il viaggio.


Abbiamo pensato a servizi per moltissime situazioni e diverse esigenze e credo che siamo arrivati a soddisfare tutte le necessità di chi si trova in viaggio. Dall'alloggio per una notte, a una doccia ristoratrice, al prestito del passeggino o della fascia portabebè per un giro in città al seggiolino per la macchina noleggiata, alla compagnia di un autoctono per fare sport insieme, passare una serata in posti non turistici, usufruire di una guida esperta della città, eccetera.

Qui di seguito alcuni esempi di interfaccia della nostra app con i servizi offerti (versione beta):

    
               
                                   

                                    

GlocalTrip è una startup creata da Carla Brandolini, Luca Martera e Emilio Vacca. Al momento stiamo testando la versione beta per poter ricevere dei feedback dai nostri primi utenti e nel contempo stiamo cercando il primo round di investimenti per poter lanciare ufficialmente la app. Info: glocaltrip@gmail.com





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Cosa pensano gli americani degli italiani?



“Fastidioso” è il termine più ricorrente che è stato usato per commentare questo video da me realizzato, stando al quasi centinaio di messaggi tra post privati e pubblici che ho letto sui maggiori social network.   

Se la normalità è un fatto statistico – cioé la maggior parte della gente fa una certa cosa – si può affermare allora che gli italiani sono un popolo di furbacchioni, la cui reputazione è rovinata da un pugno di onesti. Pecco di qualunquismo? Facciamo un confronto. Gli Stati Uniti sono tutt’altro che il mondo perfetto ma banalmente sono “larger than life”, ovvero mostruosamente grandi. Quella dello spazio non è solo una metafora ma una realtà concreta perché significa che c’è spazio per tutti e non c’è bisogno di sgomitare. Sarò più preciso. In paesi più evoluti e piccoli come la Svezia o la Danimarca quanti saranno gli architetti, scienziati, registi e scrittori affermati e non necessariamente famosi? Diciamo dieci. Per lo stesso motivo, calcolando questa cifra rapportata al numero di abitanti, in Italia saranno più o meno cinquanta. Tradotto: per tutti gli altri che sgomitano non c’è spazio perché vuoi l’allungamento della vita, vuoi la tutela della corporazione di riferimento e vuoi – in Italia soprattutto – l’eredità di censo (i figli di avvocati sono avvocati e così via per giornalisti, parlamentari, registi, notai ecc.) non c’è spazio e quindi concorrenza vera che funziona grazie e soprattutto a leggi che premiano la meritocrazia e il pluralismo.

Negli Stati Uniti è esattamente l’opposto: ci sono pesi e contrappesi che bilanciano i poteri e il sogno americano, almeno sulla carta, continua a essere il programma elettorale più forte da loro mai realizzato.   Sarà sufficiente indicare un provvedimento su tutti: il Giving Pledge. Si tratta della richiesta fatta ai ricchi del pianeta – quasi tutti americani, of course – di donare almeno metà del loro patrimonio in fondazioni filantropiche. Attenzione: il significato di donazione è profondamente diverso negli Stati Uniti, non si tratta di fare il Babbo Natale ma di creare posti di lavori attraverso le imprese e il finanziamento della ricerca scientifica e universitaria. Bene, in base a questo Giving Pledge, lo stesso Bill Gates ha precisato il suo scopo: “Non lasciare che l’ingente ricchezza accumulata venga trasmessa in via ereditaria ai figli, perché non sarebbe bene né per loro né per la società”. Un altro milionario Bernard Marcus ha aggiunto:  “Sono sempre stato convinto che lasciare grandi ricchezze ai nostri figli impedisce di stimolare la loro capacità di farcela da soli”.

Clicca qui per continuare a leggere il racconto di Luca Martera per Scopri New York.






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Come sfondare nello showbiz americano


Roberta Ruggiero e Luca Martera sul set del film "Sexual Radar" (2009)

Consiglieresti a un professionista della comunicazione di emigrare a New York?
New York e gli Stati Uniti non tollerano l’improvvisazione, la superficialità e il pressappochismo, quindi l’emigrazione deve essere graduale. Prima studiare e informarsi, poi osservare e infine contaminarsi con gli indigeni. Capisco che tutto questo non è invitante per i cultori del “tutto e subito”, ma io sto parlando di un progetto di vita molto complesso da realizzare. Poi naturalmente può capitare la botta di fortuna, ma io preferisco lasciarla ai lettori dell’oroscopo.

Che differenze hai notato tra il mondo del lavoro italiano e quello made in Usa?
Posso fare un esempio molto pratico. Qualche anno fa sono stato sul set dell’ultimo film americano di Roberto Faenza dal titolo “Un giorno questo dolore ti sarà utile”. Faenza mi ha spiegato che non c’è stato verso di convincere le potentissime Unions del cinema a portare sul set di New York maestranze italiane, in quanto extracomunitari. Dopo aver battagliato per mesi, l’ha spuntata solo per il direttore della fotografia, che nella catena del valore di un film è ai primissimi posti dopo regista e attori. L’anno scorso, invece, Woody Allen ha girato per tre mesi a Roma la sua cine-cartolina, portandosi un centinaio di persone di troupe e ricevendo deroghe e permessi dal Comune di Roma, che si conferma più che mai “Città Aperta”.

Ci sono possibilità concrete di collaborazioni lavorative in loco, oppure si rimane legati all’Italia?
La mia percezione nuda e cruda degli italiani che ho incontrato a New York è la seguente: un 99 per cento equamente diviso tra camerieri illegali di varie generazioni e figli di papà anche questi di varie generazioni e solo l’1 per cento di professionisti (soprattutto avvocati, architetti e addetti dei settori luxury and fashion) tutti legati però alle case madri italiane. Gli Italiani italiani – quelli cioè emigrati negli ultimi 15-20 anni – che hanno sfondato  negli States, senza aprire ristoranti, sono davvero pochi. Un popolo di camerieri che non amano il rischio, questo siamo. E’ stato molto istruttivo per me realizzare un documentario sugli italiani arrivati in Nord America prima della Grande Emigrazione, quindi tra l’inizio e la metà del 1800. Si tratta di storie poco conosciute di gesuiti, avventurieri e puttanieri. Erano soprattutto toscani, liguri e piemontesi e ai tempi della Gold Rush (corsa all’oro) gestivano per la clientela yankee ristoranti, locande e bordelli nelle retrovie. Si sa, noi italiani amiamo far l’amore invece della guerra.

Clicca qui per leggere l'intervista a Luca Martera di Piero Armenti per Scopri New York.



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Il Made in Italy alla conquista della Florida



Gianluca Fontani è il presidente della Camera di commercio italiana a Miami.

Miami è la porta d’ingresso per il Sud America e i Caraibi, ma anche un eccezionale snodo commerciale nel sudest degli Usa, nonché una città dal grandissimo fascino, come d’altronde tutta la Florida. Quali sono i numeri che descrivono gli scambi commerciali italiani con quest’area, e cosa si può fare per migliorarli?

Nel 2011 abbiamo assistito ad una crescita delle esportazioni italiane. L’economia americana sta gradualmente riprendendo a crescere e questo si nota ovviamente anche nelle cifre dell’import-export. Il valore dei prodotti italiani venduti in Florida ha superato i 1.200 milioni di dollari, ritornando a cifre molto vicine a quelle di prima  della crisi del 2008. I prodotti maggiormente venduti sono quelli legati alla nautica da diporto (yacht e componentistica), dove l’Italia ha una leadership internazionale. La Florida è uno dei primi mercati al mondo per l’acquisto di yacht: qui sono registrate più imbarcazioni da diporto che in tutta Europa. Altri prodotti caratteristici delle nostre esportazioni sono quelli della filiera agroalimentare (soprattutto il vino ha fatto registrare tassi di crescita a due cifre) e quelli del comparto casa-arredo, dove per i mobili di alta gamma Miami rappresenta un polo distributivo di primaria importanza sia per il sudest degli Stati Uniti che per tutta la regione latino-americana. Da sottolineare poi l’importanza che quest’area riveste per il comparto lusso italiano (alta moda e gioielleria). 

Come si caratterizzano gli italiani e gli italoamericani che vivono nel Sudest?

Bisogna fare una distinzione tra l’emigrazione storica e quella più recente. Gli italo-americani di terza o quarta generazione sono oltre un milione su una popolazione complessiva di 19 milioni di abitanti. Sono molto presenti in aree come Fort Lauderdale, Tampa o Sarasota. A Miami, invece, non c’è una grande comunità italo-americana tradizionale, ma a partire dalla fine degli anni novanta è arrivata una nuova migrazione composta soprattutto da giovani, imprenditori, ricercatori. Si tratta, quindi, di due comunità che si muovono con logiche diverse tra loro ma che sono accomunate da un forte sentimento di appartenenza all’Italia e da un grande apprezzamento verso cio’ che l’Italia rappresenta dal punto di vista culturale ed industriale. Poi bisognerebbe parlare di una terza categoria molto significativa a Miami, ovvero  gli italo/latino-americani emigrati negli ultimi 10-12 anni da paesi come Venezuela, Colombia o Argentina. Si tratta molto spesso di una migrazione qualificata di studenti, professionisti ed imprenditori. Anche per loro il legame con l’Italia rimane forte.

Clicca qui per continuare a leggere l'intervista di Umberto Mucci al presidente della Camera di Commercio italiana in Florida Gianluca Fontani per L'Opinione.







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I Newyorkesi e il difficile rapporto con l'igiene personale



To split significa in Italiano dividere. L’italianizzato splittare viene usato nel gergo del montaggio cinetelevisivo per indicare l’immagine divisa in due, come nelle scene romantiche dei film con i due piccioncini che parlano al telefono ognuno nel proprio appartamentino newyorkese.

To split traduce anche l’italiano fare la spola tra due luoghi e per estensione mi vien da pensare anche tra due stati mentali. Nel mio caso, quello italiano e quello americano.

Italiano perché sono nato nello stivale ma non l’ho scelto e americano perché non ci sono nato ma ho scelto di andarci. Rimanerci, si vedrà. Per il momento mi godo questo cambiamento totale di aria, lingua e continente per scrollarmi di dosso un po’ di cinismo romano e provare a dimenticare i piagnoni italici, eroi del “chiagni e fotti”.

Mi ci sono voluti due anni di preparazione per trasferirmi a New York perché non sono nato ricco.

Sicuramente è una cosa che ho agognato sin da ragazzino quando avevo non il semplice poster del ponte di Brooklyn ma l’intera parete ricoperta da un murale fotografico dello skyline di Manhattan. Adesso sono qui ma non è certamente il sogno che si realizza, preferisco chiamarlo obiettivo portato a termine.

Sono una persona molto concreta e credo anche un buon osservatore e quindi non considero la New York del 2011 come il migliore dei mondi possibili. Nei miei precedenti viaggi, le ho dedicato la mia attenzione da turista-viaggiatore-esploratore, ma adesso per me è diverso perché si tratta di lavorare e quindi viverla quotidianamente nei suoi pro e contro.

Il maggior pro è che gli Stati Uniti – nonostante sia il paese storicamente più pericoloso mai apparso sulla faccia della terra, se si tiene conto del numero di morti ammazzati in guerre, invasioni e colonizzazioni – ti permettono di affermare questa verità storica, senza timore di essere arrestato. Secondo: ci sono i banchieri cattivi, d’accordo, ma esiste anche la concorrenza vera e quindi la meritocrazia. Da freelance quale sono ho sempre sposato la massima “tanti padroni, nessun padrone” ma in Italia non è possibile perché i padroni si conoscono tutti e si mettono d’accordo per pagarti di meno.

Palma d’oro dei contro della mia speciale t-chart (così chiamano la lista qui negli USA) è l’impressionante mancanza di igiene di coloro che vivono a New York. E non sto parlando della solita nostalgia per il bidè che abbiamo solo noi italiani. Mi riferisco invece ai danni di una mancata educazione prolungata a casa dei genitori. Sì, perché se è figo andarsene di casa a 16-17 anni, non lo è altrettanto se non sei preparato alla vita nelle manifestazioni più elementari quando ti trovi in pubblico. Di cosa sto parlando? 

Clicca qui per continuare a leggere il racconto di Luca Martera per I-NewYork, il portale di informazioni creato da Luca Colnaghi e Cristina Villa che in questo video danno consigli per lavorare negli Stati Uniti.
   






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Gli italiani 2.0 a New York: chi sono e perché emigrano



Nell’era moderna gli Stati Uniti d’America rimangono un Paese straordinariamente capace di accogliere ed integrare immigrati da ogni angolo della terra. Il contributo dato dagli emigrati alla crescita economica, artistica e culturale degli Stati Uniti d’America è di una straordinaria rilevanza.Tuttavia l’immigrazione, l’entrata legale, negli Stati Uniti, segue delle fluttuazioni economiche e dinamiche sociali globali che spesso trovano resistenze da parte del legislatore o innescano intense dibattiti sulla regolamentazione all’entrata nel Paese.

Nicola Tegoni, studioso dell’emigrazione ed avvocato dell’emigrazione con una esperienza internazionale (studi in Europa, laurea negli Stati Uniti, a Boston, Brandeis University e Suffolk University Law School) ci illustra la situazione corrente sull’emigrazione anche a fronte delle numerose richieste di chiarificazioni sul tema che gli pervengono quotidianamente.
 
L’America vive un nuovo intenso momento di emigrazione dall’Europa (ma non solo). Secondo lei perchè questo e chi sono i neo emigrati negli Stati Uniti? 

Vista la loro stabilià economica e politica, la loro cultura democratica, i forti valori “meritocratici”, e la loro tradizione nell’accogliere immigrati in quanto “Paese di immigrati”, gli Stati Uniti d’America sono sempre stati una meta molto desiderata da parte di persone provenienti da tutto il mondo che desideravano una vita economica, professionale e sociale migliore per loro e per i propri cari. Questa realtà è ancora attuale ai giorni nostri. Ogni qualvolta esistono crisi economiche, politiche, o sociali in altri Paesi e continenti, le persone che abitano in quei Paesi che desiderano soddsifare il proprio normale desiderio umano e naturale di cercare una sistemazione di vita migliore spesso guardano verso gli Stati Uniti d’America come meta naturale per soddisfare questo desiderio di vita.
  
Clicca qui per continuare a leggere l'intervista di Vincenzo Pascale all'avvocato Nicola Tegoni.








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