18 febbraio 2013

Stereotipi negativi sugli italiani: perché ci piace farci riconoscere



Isabella Rossellini racconta la Little Italy di Nyc (1978)

La storia dei pregiudizi etnici è uguale per tutti negli Stati Uniti. Se tutti i musulmani sono terroristi come Osama Bin Laden, gli ebrei sono ovviamente tutti avidi come Bernie Madoff e gli italiani tutti mafiosi come Al Capone.
Wops, dagoes e guineas sono alcuni degli epiteti usati negli Stati Uniti nei confronti degli emigrati italiani del tempo che fu. Oltre alle categorie dei "mangiaglio" e degli "scippatori", ce n'è un'altra però sempreverde: il "pizzicasederi greasehead" (testa di brillantina) ovvero l'innocuo e cafone sciupafemmine a parole che ha origine nel mito del latin lover Rudy Valentino, trova nuovo smalto nel proletario re della pista da ballo Tony Manero (John Travolta, star di Saturday Night Fever) e ovviamente finisce in farsa con Guido, l'appellativo poco carino con cui vengono chiamati gli italo-americani di nuova generazione. 

Isabella Rossellini racconta il fenomeno di Tony Manero a New York (1977)

  
I Guidos e le Guidettes sono la summa caricaturale ed esagerata dell'italiano delle classi popolari e di poca cultura.  A questa tribù MTV America ha dedicato un reality dal titolo Jersey Shore, trasmesso nel 2009 con molto successo, a un anno di distanza dal primo reality italo-americano That's Amore del 2008 con il vitellone Domenico Nesci. Allora e adesso si sono levate le voci di protesta della Niaf e di altre associazioni di rappresentanti italo-americani, ma gli show non sono mai stati cancellati.

 Jersey Shore             



Domenico Nesci in "That's Amore" 

Alle prese con la vita quotidiana, tra lavoro, sentimenti, vita notturna, amore e amicizia, i Guidos riescono nell'ardua impresa di dimostrare che sotto la loro abbronzatura, i muscoli pompati e le curve generose, non c'è proprio niente. Da questo punto di vista, è praticamente una missione impossibile convincere i pubblicitari di tutto il mondo che gli italo-americani possono anche essere educati, onesti e fare beneficenza. Basta vedere questa galleria di spot per rendersene tristemente conto.




A tutti quelli che cominciano a tirare fuori questi stereotipi basati ancora sulle 3 m (mamma, mafia, mandolino), rispondo personalmente non con le mani, nemmeno con la giustamente famosa battuta di Luciano De Crescenzo "Quando voi eravate sugli alberi, noi eravamano già froci" ma ricordando semplicemente che se non ci fossero state l'Italia e gli italiani Shakespeare non avrebbe potuto scrivere: Il Mercante di Venezia, L'Ultima Tempesta, La Bisbetica Domata, Giulio Cesare e Otello, personaggio quest'ultimo che praticamente sta all'Inghilterra come Arlecchino e Pulcinella all'Italia. Per approfondire il rapporto complesso  di Shakespeare con lo stivale segnalo il bel saggio di Nicola Fano dal titolo Gli italiani di Shakespeare che ha come incipit questa sentenza tratta proprio dall'Otello: "Non tutti possono essere padroni e non tutti i padroni possono essere serviti fedelmente".

Questa frase esprime uno dei tipici atteggiamenti degli italiani che, essendo pecore anarchiche, hanno sempre considerato lo stato come un nemico perché rappresentato per secoli dallo straniero invasore. Quando poi non sono gli stranieri, sono gli stessi vicini di casa a essere i nemici perché lo scontro si frappone tra famiglia e società e non tra società e nemico straniero. Di questa eredità genetica è rimasto non solo il termine campanilismo (vedi Palio di Siena, il film Per un pugno di dollari ispirato appunto al goldoniano Arlecchino servitore di due padroni) ma anche quella ambiguità in base a cui molti italo-americani e italiani sono diventati ricchi e famosi denunciando gli stereotipi negativi sul belpaese. Ambiguità perché, volenti o nolenti, Mario Puzo e lo stesso Roberto Saviano sono diventati popolari in tutto il mondo perché è lo stesso mondo a volerci vedere ancora mafiosi, familisti e amorali. Del resto, non si può non ricordare che il nostro lato oscuro ha prodotto ben tre organizzazioni criminali esportate con successo in tutto il mondo: mafia, camorra e 'ndrangheta. Certo, Silvio Berlusconi non aiuta e purtroppo a venire in soccorso non sono neanche i numeri di quegli italiani e italo-americani onesti e di talento che lavorano a testa bassa senza bisogno dei riflettori. Oggi il web permette al lettore informato di andare oltre gli stereotipi, ma a trionfare in rete, come nella realtà, è inevitabilmente il dato puramente quantitativo: l'immaginario tricolore non è rappresentato da brand come Ferrari, Dolce & Gabbana, Eataly ma è ancora legato a certe immagini pittoresche dell'altro secolo che sono gli stessi italo-americani a perpetuare, ad esempio, con il Columbus Day e la Festa di San Gennaro a New York.

Il celebrato e geniale designer francese Philippe Starck, con casa veneziana a Burano, ha un unico rimpianto: "di non essere nato italiano". E di recente ha azzardato un'ipotesi niente male sul decadimento berluscone dell'Italia: "Sono i popoli felici, come sono gli italiani, che diventano meno rigorosi sui loro governati e sul sistema istituzionale".

Veritiera o no questa lettura, facciamo comunque di tutto per farci riconoscere nel mondo ma poi ci lamentiamo se gli altri ce lo fanno notare. 








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