7 gennaio 2013

Sette buone ragioni per investire negli Stati Uniti




In un regime economico di libero mercato come quello statunitense diventa indubbiamente più facile trovare il modo di intraprendere una qualsiasi attività commerciale o business. Stiamo ovviamente considerando un modello che non è esattamente quello, ormai considerato utopico, paventato da Adam Smith nell'opera "La ricchezza delle nazioni"; ma è comunque un modello che, pur nella sua imperfezione e nei suoi limiti, produce ottimi risultati nell'ambito dello sviluppo della libera impresa. È il risultato di un insieme di leggi, regole, iniziative e progetti nati da una precisa e continua volontà politica che, nel corso della storia americana, ha sempre creduto nell'ideale liberal-democratico applicato alla gestione dell'economia. Un sistema che gira attorno ad un principio fondamentale: il benessere e il progresso della nazione nascono dalla libertà che viene data all'essere umano di "intraprendere". 

Per vivificare questo sacro comandamento della Costituzione degli Stati Uniti d'America è necessario minimizzare all'indispensabile vincoli e difficoltà all'azione imprenditoriale, introducendo però una "regulation", atta a stabilire delle regole del gioco dove, in linea di massima, prevalgono principi di garanzia e difesa del diritto all'azione commerciale, con i limiti dell'anti-trust e della sicurezza e del benessere nazionale.

Se il principio basilare su cui si fonda il sistema economico americano è la "libertà di intraprendere" devono, per forza di cose, esserci delle buone possibilità di "doing business" anche per gli operatori commerciali stranieri.

Attraverso un'analisi dei fatti troviamo 7 valide ragioni per giustificare l'investimento negli Usa come facile. Vediamole nel dettaglio.

1. Costituire una società negli Stati Uniti è un'operazione elementare. In genere, la legge non prevede un capitale minimo per la società di capitali. I pochi Stati della Federazione che prevedono un capitale minimo, Io prevedono davvero in minimi termini: 1.000/2.000 dollari. Uniche eccezioni i settori finanziari, assicurativi e bancari. La costituzione avviene tramite la semplice compilazione e sottoscrizione di un formulario presentato al "secretary of State" competente, con l'indicazione dei dati relativi alla società costituenda, e cioè sede, capitale, scopi sociali, tipo e numero di azioni a\torizzate per l'emissione. Con il deposito di detto formulario e dello statuto si esauriscono le formalità e la società nasce di fatto. Non vi è obbligo di omologazione da parte dell'autofità. La costituzione della società avviene, dipendentemente d,alle regulation dei vari Stati, in modo rapidissimo, addirittura nel giro di poche ore, mai oltre i due giorni, e con costi ridottissimi rispetto a quelli sostenibili per la costituzione di una società di capitali in Italia. Non è in genere richiesta la cittadinanza o la residenza americana per gli amministratori di società di capitali.

2. Negli Stati Uniti i vincoli di carattere urbanistico per l'uso di edifici e terreni per attività commerciali e industriali sono quasi inesistenti, e comunque l'attenersi a questi blandi vincoli è cosa veramente praticabile.

3. Per l'esercizio di molte attività commerciali non è richiesta alcuna licenza amministrativa, al contrario di quanto accade in Italia dove la cosiddetta Ticenza di vendita è obbligatoria in tutti i casi, senza distinzione.

4. La legislazione americana tende, come abbiamo già detto, a minimizzare ogni sorta di vincolo e difficoltà all'azione di impresa, sia a livello federale che locale. E questo lo si vede molto bene nel campo del diritto del lavoro dove, nonostante la presenza del sindacato, l'imprenditore ha piena libertà di assumere o licenziare il personale, seguendo la configurazione, le strategie e le necessità contingenti dell'azienda, elementi mutabili nel corso del tempo a seconda delle condizioni di mercato e delle innovazioni tecnologiche. Si ottiene in questo modo la costante possibilità di operare in modo libero e flessibile nell'adeguare le politiche di gestione dell'organico lavorativo conformandosi alle reali esigenze aziendali.

5. L'imprenditore è libero di gestire in modo completamente autonomo il contratto di assunzione di ogni singolo lavoratore. Non si è quindi obbligati a sottostare alle ferree disposizioni dei contratti collettivi. Pur mantenendo ferme le dovute garanzie previdenziali e assistenziali, la legislazione americana non consente quegli eccessi di sindacalismo, atti a proteggere indistintamente tutti i diritti del lavoratore, tralasciando particolari "inutili" come i doveri dello stesso lavoratore, i diritti dell'imprenditore e soprattutto la salute dell'azienda. Gli americani pensano che la salute delle aziende determini la ricchezza di un Paese.

6. Politica fiscale. Il Presidente Bill Clinton ha, negli ultimi anni, rafforzato una politica fiscale che si è ormai consolidata da diverso tempo negli Usa: meno prelievo fiscale alle società è uguale a più investimenti da parte delle stesse. A livello federale, la pressione fiscale sulle aziende si attesta mediamente su un'aliquota oscillante attorno al 30% totale. L'imprenditore italiano, se paga tutte le tasse previste dalla legge, è in grado di stabilire i giusti raffronti con una situazione italiana, che andando a corrente contraria, ha visto, specie nell'ultimo decennio, aumentare a dismisura tale aliquota.

7. I singoli Stati americani sono in competizione e concorrenza tra loro. Il sistema federale genera, all'interno di ogni Stato, la necessità di istituire una serie di agevolazioni finanziarie, fiscali e amministrative per incentivare le imprese straniere investitrici a scegliere come base, per operare il proprio business, lo Stato che offre condizioni più vantaggiose. Il principio che regola la strategia di promozione delle agevolazioni per l'imprenditore straniero è semplice: la presenza di più attività commerciali nel territorio determina una maggiore ricchezza per il territorio stesso.

Dal libro  "Fare Business negli Usa" di Maurizio Dovigi




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