12 gennaio 2013

Come sfondare nello showbiz americano


Roberta Ruggiero e Luca Martera sul set del film "Sexual Radar" (2009)

Consiglieresti a un professionista della comunicazione di emigrare a New York?
New York e gli Stati Uniti non tollerano l’improvvisazione, la superficialità e il pressappochismo, quindi l’emigrazione deve essere graduale. Prima studiare e informarsi, poi osservare e infine contaminarsi con gli indigeni. Capisco che tutto questo non è invitante per i cultori del “tutto e subito”, ma io sto parlando di un progetto di vita molto complesso da realizzare. Poi naturalmente può capitare la botta di fortuna, ma io preferisco lasciarla ai lettori dell’oroscopo.

Che differenze hai notato tra il mondo del lavoro italiano e quello made in Usa?
Posso fare un esempio molto pratico. Qualche anno fa sono stato sul set dell’ultimo film americano di Roberto Faenza dal titolo “Un giorno questo dolore ti sarà utile”. Faenza mi ha spiegato che non c’è stato verso di convincere le potentissime Unions del cinema a portare sul set di New York maestranze italiane, in quanto extracomunitari. Dopo aver battagliato per mesi, l’ha spuntata solo per il direttore della fotografia, che nella catena del valore di un film è ai primissimi posti dopo regista e attori. L’anno scorso, invece, Woody Allen ha girato per tre mesi a Roma la sua cine-cartolina, portandosi un centinaio di persone di troupe e ricevendo deroghe e permessi dal Comune di Roma, che si conferma più che mai “Città Aperta”.

Ci sono possibilità concrete di collaborazioni lavorative in loco, oppure si rimane legati all’Italia?
La mia percezione nuda e cruda degli italiani che ho incontrato a New York è la seguente: un 99 per cento equamente diviso tra camerieri illegali di varie generazioni e figli di papà anche questi di varie generazioni e solo l’1 per cento di professionisti (soprattutto avvocati, architetti e addetti dei settori luxury and fashion) tutti legati però alle case madri italiane. Gli Italiani italiani – quelli cioè emigrati negli ultimi 15-20 anni – che hanno sfondato  negli States, senza aprire ristoranti, sono davvero pochi. Un popolo di camerieri che non amano il rischio, questo siamo. E’ stato molto istruttivo per me realizzare un documentario sugli italiani arrivati in Nord America prima della Grande Emigrazione, quindi tra l’inizio e la metà del 1800. Si tratta di storie poco conosciute di gesuiti, avventurieri e puttanieri. Erano soprattutto toscani, liguri e piemontesi e ai tempi della Gold Rush (corsa all’oro) gestivano per la clientela yankee ristoranti, locande e bordelli nelle retrovie. Si sa, noi italiani amiamo far l’amore invece della guerra.

Clicca qui per leggere l'intervista a Luca Martera di Piero Armenti per Scopri New York.



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