31 ottobre 2010

Columbus Day? Al confronto i Soprano sono una sinfonia d'autunno di Bergman

Come sono visti oggi gli italo-americani (e per assimilazione tutti gli italiani) dagli americani? Stilisti, cuochi e architetti o al solito mammoni, sciupafemmine e gangster? Stando agli italiani d’America che hanno sfilato nella “più grande parata del mondo” del Columbus Day non c’è dubbio: gli stereotipi vincono e convincono che apparteniamo alla seconda categoria.

E’ curioso come molti italiani e italo-americani si lamentino se gli altri tiirano fuori una delle quattro m – mamma, mafia, mozzarella e mandolino – quando invece siamo appunto noi a  esprimerle in technicolor in occasioni come questa. 

Carretto siciliano

Lamborghini tricolori

Ma di quali italiani e italo-americani stiamo parlando?

I primi sono quelli colti e danarosi che non emigrano a New York ma ci arrivano per fingere di studiare e lavorare e che inorridiscono al solo pensiero di avere a che fare con altri italiani. Gli italo-americani sono quelli per intenderci che hanno solo origini italiane, non parlano una sola parola della lingua di Dante ma alla fine ce l’hanno fatta, risultando perfettamente integrati nella società americana in posizioni di rilievo nella scala socio-economica ma non culturale.

Le semplificazioni sono sempre pericolose ma riflettono sicuramente un dato: quella italiana è sempre e ovunque stata una comunità divisa e non coesa. Gli italiani, si sa, sono o troppo pecore o troppo anarchici. Se poi rimangono intatte molte differenze culturali tra italo-americani di origine siciliana, calabrese, lucana o pugliese, figuriamoci tra italiani del nord e del sud.

Italo Americano recto e tergo

Questa premessa per spiegare che cos’è oggi Il Columbus Day che ho seguito momento per momento durante l’edizione del 2010 e che a mia memoria non ho mai compreso bene cosa fosse, anche perché molti giornalisti italiani, corrispondenti e non, sono troppo occupati a provare l’ultimo modello di I-Pad e mangiare da Eataly (a gratis, of course) per sporcarsi le mani con il giorno dell’orgoglio italiota.

Almeno una volta nella vita bisogna invece vedere con i propri occhi questa grottesca manifestazione a metà tra le paraolimpiadi, il carnevale di Rio e una processione del Venerdì Santo come se ne vedono ancora nel Meridione d’Italia. Un’accozzaglia di stereotipi folkloristici, propaganda politica e divertimentificio in yankee style al cui confronto i dagoes dei Sopranos passano per pastori calvinisti in un film in bianco e nero di Bergman dei primi anni ‘50. Come nei Soprano, sorprende comunque una costante: sono gli italo-americani stessi a fare marketing dei loro stessi stereotipi, con buona pace delle associazioni per la difesa della reputazione (Niaf e Unico) che, in effetti, non avrebbero ragione d’esistere se non ci fossero good fellas e Guidos

"Vuoi davvero celebrare l’eredità di un uomo che ha commesso crimini efferati contro le popolazioni indigene americane?"

"Per celebrare Colombo con una festa nazionale, il governo degli Stati Uniti continua a insultare con veemenza i nativi americani perpetuando una filosofia di razzismo e sfruttamento".

Difficilmente Generoso Pope, il fondatore del Columbus Day, avrebbe immaginato che un giorno la festa con cui l’America celebra il suo scopritore, Cristoforo Colombo, sarebbe stata lambita dalla formula ipocrita del politicamente corretto made in USA. Reconsider Columbus Day è il nome di questa campagna d’opinione - le due frasi succitate sono prese dal sito - che se da un lato ha l’intento di chiamare le cose con il suo nome – quella di Colombo non fu un’esplorazione ma una violenta invasione con massacri e stupri – dall’altro dimentica di mettere in fila tutti gli episodi di violenza nati dalla “paura del diverso” che hanno fondato il mito western e poi metropolitano dell’eroe yankee tutto d’un pezzo secondo una linea di sangue che parte dai padri pellegrini della Mayflower e finisce con la bolla speculativa sui mutui subprime degli avidi broker WASP di Wall Street.


Il Columbus Day si festeggia ogni anno il secondo lunedì di ottobre – più o meno nei dintorni della data fatidica: 14 ottobre 1492 – e con gli anni è diventata la festa degli italo-americani. L’attuale Presidente degli Stati Uniti Barack Obama se l’è ricordato, proclamando ottobre mese della cultura italo-americana. Cultura intesa come patrimonio storico di tutta l’umanità (heritage) che Obama rielabora secondo un suo ricordo personale: "Da giovane ho amato il cinema italiano: Fellini, Antonioni, De Sica. Per quanto riguarda la letteratura, sono più incline ai classici, Dante soprattutto. Non parliamo del cibo. Ma continuo a considerare la regione intorno a Firenze la mia preferita: la luce della Toscana è particolare. Sinceramente non so a chi non possa piacere l’Italia e chi non sia stato influenzato dalla cultura italiana. Sicuramente considero l’Italia parte di me stesso” (Corriere della Sera, 8 luglio 2010).

 Columbus Day 1892

La prima edizione delle Colombiadi si tenne il 12 ottobre 1866 ma divenne festa nazionale a partire dal 1920 con la tradizionale parata di ottobre che sfila sulla Quinta Strada da mezzogiorno alle 3 del pomeriggio.

Dedicato quest’anno al ricordo di Maria Montessori, la fondatrice della moderna pedagogia, il Columbus Day 2010 - si diceva nella premessa - è uno spettacolo fuori dal tempo su un’Italia da cartolina che non c’è più ma sarebbe più corretto dire che non è mai esistita.

Questo perché i meridionali poveri e analfabeti emigrati sulla costa est degli Stati Uniti non avevano altro appiglio se non quello dei “luoghi comuni” – su tutti il Vesuvio, pittoresco per definizione - che hanno cementato la loro identità all’estero, fondendo tradizioni, cibi e culture che in Italia sono tuttora separate, proprio perché la nostra ricchezza di “Stati Uniti d’Italia” è legata alle differenze culturali dovuta alla presenza di 100 città, 1000 comuni e 20 regioni.

Il continente italiano diventa quindi il frutto di una rielaborazione personale degli emigranti contadini legati alla diaspora aggiornata però ai dettami consumistici propri della cultura a stelle e strisce e dando così luogo a un unicum che a una persona colta può far storcere il naso.

Si tratta comunque di livelli di lettura appannaggio di pochi che la stragrande maggioranza degli americani non può comprendere, perché essa stessa si nutre da sempre di stereotipi prodotti da Hollywood in base ai quali i neri sono spacciatori, gli arabi terroristi, gli ebrei avidi e gli italiani mafiosi. Ovviamente ci sono americani e americani, ma qualcosa vorrà pur dire se solo il 15 cento su 300 milioni di abitanti ha il passaporto. Per tutti gli altri si viaggia restando seduti davanti alla tv e tenendo in mano il sacro mug. Quella della tazza (e del portatazza) è comunque una fissazione tutta iu-es-ei, stando a queste immagini.
 
 

Ancor più divertente ai miei occhi è osservare le finestre chiuse e nessuna persona affacciata, tranne alcuni operai appollaiati sui trabattelli, nelle street che si affacciano sulla 5th Avenue dove si tiene la sfilata. Le differenze di classe resistono e lottano insieme a noi: i newyorchesi ricchi e residenti in questa zona ne approfittano infatti per prolungare di un giorno il weekend  negli Hamptons o in altre località pur di evitare il terronissimo corteo di tarantelle e tamburelli. Le poche coppie bionde ariane presenti sul posto – da me interpellate – spiegano che sono qui solo far vedere lo spettacolo ai bambini.

E di grande e rutilante show si tratta. Sembra infatti di stare in un luna-park multiculturale ed interrazziale organizzato – in questo caso con la complicità del tycoon-mayor Michael Bloomberg - per non scontentare nessun gruppo etnico con diritto di voto.

Non si spiegherebbe altrimenti la bizzarra idea di accostare il rigore geometrico e marziale delle bande militari americane (e furbescamente anche una cinese) con i carri italiani colorati, sgangherati e ovviamente disordinati. 

Lo stupore lascia comunque il posto all’allegria perché tutti – dagli spettatori italo-americani con il cuore in mano a quelli yankee con il berretto in testa – sono concordi nel dire che si tratta di una vera festa, a differenza del Saint Patrick Day, durante il quale gli irlandesi di tutto il mondo festeggiano il loro santo giorno, ubriacandosi e trasformando New York in un orinatoio a cielo aperto.

Invece qui siamo di fronte a un caravanserraglio più che felliniano riconducibile a un grottesco “Fantozzi d’America” cioè i Simpson: poliziotti ciccioni, venditori ambulanti di hot dog con sorriso di ordinanza e regolare permesso, raccoglitori solertissimi di merda di cavallo, Miss New Jersey fresche di ceretta e (giuro!) senza peli sotto le ascelle che salutano, filodrammatici da parrocchia e pizzaioli acrobatici, piccoli fans di Frank Sinatra che mixano “Quando Quando”, “Nel blu dipinto di blu” e “New York New York”, politici italo-americani del sud (il repubblicano Rick Paladino col parrucchino) e del nord (il democratico Andrew Cuomo, materializzatosi però tramite i suoi supporter vitaminizzati) e ancora i Sanniti nel mondo, la comunità Formiana, la Confraternita di Artena, persino il Pooh Stefano D’Orazio venuto a promuovere il musical “Pinoccio” come da pronuncia americana.

Estasi da Pooh

Cop partenopeo e parte-ammericano

Meraviglia!

A un certo punto la mia fotocamera ha issato bandiera bianca e la memoria piena mi ha impedito di immortalare gli ultimi momenti della parata con il carro “Viva San Pio” e quello dei massoni in sinistri completi doppiopetto e grembiulini della Mecca Temple AAO NMS. 

E’ proprio vero che “Everybody needs somebody”, soprattutto se questo somebody è un italiano con cui fare affari che non puoi rifiutare...






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1 commento:

  1. io ho assistito alla parata di Puerto Rico sulla V Ave e a quella cinese di China Town, e più o meno l'atmosfera era sempre la stessa: chiasso luoghi comuni e stereotipi in tutti i casi, e un pubblico che guardava come si guardano gli animali allo zoo

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