18 settembre 2010

Io non mi sento italiano

 ... ma per fortuna o purtroppo lo sono, aveva sentenziato il cantante Giorgio Gaber in una delle sue ultime canzoni-monologo.

Giorgio Gaber

La formula ipocrita del “politicamente corretto”, almeno agli occhi di un europeo, è nata negli Stati Uniti all’inizio degli anni Novanta a tutela delle minoranze discriminate sul lavoro e più in generale nella vita sociale. Alcune conseguenze del “politically correct” sono note a chi si trova a dover compilare un curriculum vitae in inglese – il résumé – nel quale può omettere di indicare la data di nascita per evitare una discriminazione in base all’età (ageing bias). Si arriva persino a cestinare i résumé che la indicano, così come quelli con la foto allegata del candidato. In questo caso, la società o l’azienda si tutelano in anticipo dalla minaccia di una causa legale per discriminazione “estetica”. 

Sarebbe bello a questo punto poter evitare di indicare nei résumé un’altra informazione: la nazionalità. 

Sì, perché la qualifica di “italiano” ti porta dietro ormai solo quel corredo di pregiudizi e stereotipi negativi riassumibili nella formula del "volgare cialtrone" e non più la simpatia, la leggerezza e quel pizzico di ironia con cui il mondo ci guardava ovvero il "simpatico cialtrone". La globalizzazione ha infatti accorciato le distanze e l’informazione "always on" ha amplificato in me quel particolare sentimento chiamato “vergogna di esser italiani".

Da quando ho raggiunto l'età della ragione, ho sempre evitato di generalizzare e attibuire ad altri le colpe, cercando sempre di rimboccarmi le maniche. Questo esercizio è poco praticato dai miei connazionali, cui piace attribuire tutte le colpe di quel che non va ai politici (destra o sinistra, non ha importanza), senza farsi un bell'esame di coscienza prima.

Internezzo comico. La sai l'ultima sugli italiani?

Ad un sondaggio sulla felicità, rispondono un giapponese, un americano e un tedesco e un italiano.

Il giapponese dice: "Perché vivo così male?". Dopotutto ho creato la TV al plasma, la stampante e il karaoke.

Ah, se solo potessi riuscire a godermi la vita come fanno gli italiani!

L'americano prova a rispondergli: pensa a me che per risparmiare ho sepolto la carta di credito in un bicchiere nel freezer. E dire che il mio sogno è andare in vacanza a Roma o Venezia.

Il tedesco si unisce al coro: e cosa dovrei fare io? Lavoro tutto l'anno per trascorrere due magiche settimane tra Rimini e Riccione. Che cibo! Che mare! Che sole!

L'italiano ascolta i tre e mesto mesto commenta: "Sono un vero perdente. Se fossi giapponese, americano o tedesco, sognerei di essere italiano. Invece...".


Esterofili e col vizio dell'autodenigrazione. Molto si è detto e tanto si è scritto su questi vizi italici ma a me interessa il qui ed ora e pur avendo letto i fondamentali e necessari saggi e operette morali di Machiavelli, Guicciardini, Leopardi, Prezzolini, Sciascia, devo gettare la spugna.

Eravamo e non siamo più un paese imbattibile per divertimento e cultura, bellezza fisica e stile di vita. Se è per questo non lo siamo mai stati per qualità dei prodotti e dei servizi, tecnologia, contributo alla comunità globale e welfare, opportunità di affari, innovazione e capacità di governo.

Ma non si può avere tutto. Tutto no, ma qualcosa in più rispetto al Rinascimento, forse sì.

Lo studioso Piero Bassetti ha riassunto così l'intera faccenda: "Storicamente quando un italiano è insoddisfatto, reagisce non prendendo la Bastiglia ma andandosene dal proprio paese".

Raffaele Simone nel suo saggio "Il paese del pressappoco" la vede così:

"Scarso senso civico, menefreghismo e individualismo sono i peggiori difetti nazionali. Molto deriva da tre fattori fondamentali dell'arretratezza civica italiana: la chiesa, le dominazioni straniere, la mafia. Non quella storicamente siciliana, ma quella di origine nobile e feudale di Don Rodrigo e dei bravi. Tutti questi tre fattori non si trovano in nessun altro paese d'Europa. L'italia, poi, non si è mai data l'opportunità illuministica di distinguere i poteri civili da quelli religiosi. E' debolissima: il papa qui fa cose che non si permetterebbe in Irlanda o in Spagna.
I nostri sindaci sembrano avere un rapporto ultramondano, in senso cattolico, ai problemi quotidiani. Trasporti, spazzatura, servizi, insomma, il bene pubblico, non sono davvero importanti. Quel che conta è altrove, più in alto".


Ancora qui? Non siete ancora stufi di leggere cose che in realtà già sapete benissimo, ignorando bellamente che si potrebbero anche risolvere?

Io ho cercato di farlo, pagando le tasse, informandomi sulle leggi dello stato e  da arrogante e presuntuoso quale sono sforzandomi di far sentire il più possibile ai miei connazionali cafoni e incivili, ricchi e poveri, bianchi e neri tutto il peso della propria meschinità. Ho imparato a mie spese infatti quanti danni può causare l'ignoranza e la superstizione. Sono nato e cresciuto a Taranto, una delle città più stuprate d'Italia dal sacco dei potenti, la cattiveria delle persone normali e la fatalistica indifferenza dei poveri. Poi sono arrivato a Roma, città classista dove è in scena l'eterno carnevale orgiastico che ti costringe a perdere qualsiasi barlume di beato e beota candore. E siccome ne ho le tasche piene di essere cinico, mi ritrovo  adesso caricato a pallettoni a quasi 37 anni con la voglia di cambiare tutto: aria, lingua e continente. Sto arrivando New York con il mio "laptop di cartone". Finalmente così non sentirò più parlare di Mr. B. 

Cavolo! Mi ero ripromesso di scrivere questo post senza citarlo...





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