9 agosto 2010

Cervo Bianco, un mitomane yankee alla corte di Mussolini

Qualche tempo fa ho visitato il museo dedicato a Cesare Lombroso inaugurato a Torino alla fine del 2009 nel Palazzo degli Istituti Anatomici.

Museo Lombroso - Torino

Lombroso è forse più noto oggi per l'aggettivo "lombrosiano" che per i suoi studi di antropologia criminale, risalenti alla fine dell'Ottocento. Secondo la sua teoria, "criminali si nasce" ed era anche facile capirlo, misurando le dimensioni del cranio, del mento e della mascella. A farne le spese furono soprattutto le genti del meridione d'Italia, che si videro accumunati tutti indistintamente come ladri, accoltellatori e stupratori, grazie alla straordinaria diffusione mondiale della sinistra visione lombrosiana proto-nazista, oggi definitivamente superata, che sottolinea il ruolo centrale che ebbe il positivismo scientifico a cavallo dei secoli XVIII e XIX.

Cesare Lombroso

Visitando il museo - tra calchi in gesso e maschere di cera di volti di delinquenti, disegni e dipinti di alienati e di carcerati, schede segnaletiche e interessanti apparecchi scientifici - mi sono imbattuto anche in alcuni curiosi ritratti di criminali-mitomani.

Uno di questi è Cervo Bianco "Chief White Elk", detto anche "Tewanna Ray", vero nome Edgar Laplante, un bizzarro americano che si spacciò per falso capo pellerossa, sbarcando in Europa nel 1924 per difendere davanti alla Società delle Nazioni i diritti degli Irochesi. 

Chief White Elk                                  Benito Mussolini


Fisico atletico, battuta pronta, Cervo Bianco lavora nel cinema nel film "I quattro cavalieri dell'Apocalisse" con il divo del muto Rodolfo Valentino (che gli insegna l'italiano), è mondano, galante, si intende di tutto, ed esprime la sua gioia di vivere con sonore risate. La sua generosità si rivela presto inesauribile e spettacolare: rende felici con le sue donazioni centinaia di poveri, orfani e reduci; dispensa mance favolose, si proclama ammiratore e sostenitore del Fascismo. Ad ogni tappa di una tournée trionfale (da Venezia a Fiume, da Bari a Napoli, dalla Riviera ligure a Firenze) lo attendono folle in delirio, in cui si ritrovano fianco a fianco nobili e popolani, “maschiette” e generali, alti prelati e camicie nere, giornalisti e autorità. Gli italiani scoprono che Chief si può tradurre Principe, e lui accetta il nuovo titolo. Sono i giorni del rapimento e poi l’assassinio di Giacomo Matteotti. Proprio in quel difficile momento, il Principe è ricevuto da Mussolini che gli promette aiuti per la causa degli Irochesi. Compare un anello di pietra azzurra con sopra un fascio littorio. Papa Pio XI gli fa dono di due ritratti con dedica manoscritta, i Savoia, invece, lo ignorano. Poi, all’improvviso, tutto precipita. Il fascismo gli volta le spalle. L’Indiano è raggiunto da un decreto di espulsione dall’Italia come ospite indesiderabile. Seguiranno rivelazioni d’infinite truffe, processi, condanne, il carcere, un’amnistia nel 1932 e la sparizione dell’Indiano nell’anonimato e nel nulla.

Se non esistessero le cronache dell’epoca, si sarebbe indotti a supporre che l’avventura dell’Indiano sia stata un'ammaliante invenzione pirandelliana. Ma le cronache esistono, l’Indiano fu il protagonista di un periodo di confusione, di mondo alla rovescia, di buffonerie turbinose e inesplicabili. E per una volta, il truffatore non è lombrosianamente italiano ma addirittura uno yankee.


Nel Museo Lombroso è custodita la giacca in daino del presunto capo indiano e a quest'incredibile storia sono stati dedicati diversi libri, tra cui “L’anno dell’indiano" (Einaudi, 2004) di Ernesto Ferrero e “ Il tramonto degli dei“ (Collana delle Orme, 2004) di Renato Martinoni, ma curiosamente nessun film.

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