23 luglio 2010

Memorie di Jeff Israely, un americano a Roma

"Roma sa essere gretta e volgare, con il suo inestimabile paesaggio urbano imbrattato dai graffiti degli ultrà di calcio. In attesa di un incontro casuale con il sublime, capita di essere inghiottiti dal cinismo diffuso, dallo sviluppo selvaggio e dal caos di una disorganizzata metropoli del Secondo Mondo nel ventunesimo secolo. Roma è una città piena di grazia, in un paese così legato ai secoli passati che la morte è appena più reale, appena meno spaventosa di quanto non sia in quell'America che promette una soluzione creativa per tutto, anche per la morte".


E' uno dei passaggi più tragicomici di "Stai a vedere che ho un figlio italiano - Tutto ciò che un padre americano ha imparato sull'Italia, meraviglioso paese da cui scappare" (Mondadori, 2009), disincantato racconto dell'esperienza italiana di Jeff Israely, ex corrispondente a Roma del settimanale americano "Time" e attualmente a Parigi con moglie italiana e due figli nati nel Belpaese.

Nato a New York nel 1968, Jeff ha lasciato l'Italia dopo 10 anni di corrispondenze con un bilancio amaro: "In dieci anni il paese è rimasto immobile, incapace di reagire al malcostume. E ha smesso di essere un posto fantastico dove far diventare grandi i propri figli".


Arrivato a Roma l'1 giugno 1998, Jeff racconta di essersi sentito come a Città del Messico "avevo l'impressione di essere finito in un paese straniero, di essere un gringo a tutti gli effetti". Durante il tragitto dall'aeroporto in città a bordo di una Cinquecento decappottabile bianca degli anni Settanta, Jeff confessa che l'eccitazione per la sua nuova vita aveva subito lasciato il posto alla paura: paura per la propria incolumità. "Sarebbe bastato che su quella strada fosse spuntato un dosso, pensavo cercando disperatamente qualche maniglia a cui aggrapparmi, e sarei stato scaraventato fuori dal tettuccio finendo sull'asfalto come in un film di James Bond e così fine della mia avventura italiana".

Stupito dallo scarso uso delle cinture di sicurezza e del casco, Jeff impara così che il senso della legalità e dell'incolumità personale hanno una declinazione diversa nella Capitale d'Italia. "I romani mi hanno insegnato che sono di più le probabilità di cavarsela e che comunque la vita è breve. Quel distacco, quel senso innato della relatività, quell'idea che ogni situazione ha tanti aspetti e che conta più il destino della volontà personale, insomma tutti i lati positivi del tipico fatalismo italiano sono stati un'ottima medicina per un americano educato nella convinzione che nella vita puoi sempre fare le scelte necessarie a controllare il corso degli eventi".


Ma romano Jeff non lo è mai diventato, confessando un piccolo segreto: "Noi stranieri prima critichiamo i vostri comportamenti, poi li limitiamo con la scusa del detto "When in Rome do as the romans to" (Quando sei a Roma fai come i romani). Però non smettiamo mai di giudicare male i romani perché fanno come i romani". Ad esempio, giustificare le trasgressioni che qui è una forma d'arte. Spiega Jeff: "Ho sentito definire "piccole scorrettezze" l'inversione a U quando nessuno ti guarda o andare contromano in motorino per cercare un parcheggio".

Il relativismo porta però con sé anche una visione negativa perché impedisce a molti italiani di non comprendere che tutto è collegato: i grandi problemi e le banalità, le questioni nazionali e quelle locali, le infrazioni stradali e il politico corrotto, quello che non rispetta le fila e il vicino che evade le tasse. "Non sono sorprendenti le cattive abitudini - commenta Jeff - ma il fatto che tanti italiani accettino di subirle".

Nel 2008, Jeff ha imparato molto su Roma e come funziona il Belpaese. Se all'inizio l'amore per la bella vita, il calore e la sicurezza della famiglia e degli amici compensavano i lati negativi, col passare del tempo gli stereotipi sono diventati realtà e fuggire dall'Italia con moglie e due figli è stata una scelta matura alla ricerca di qualcosa di meglio fuori dai confini di un paese bellissimo ma impossibile.

Jeff Israely








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