31 ottobre 2010

Columbus Day? Al confronto i Soprano sono una sinfonia d'autunno di Bergman

Come sono visti oggi gli italo-americani (e per assimilazione tutti gli italiani) dagli americani? Stilisti, cuochi e architetti o al solito mammoni, sciupafemmine e gangster? Stando agli italiani d’America che hanno sfilato nella “più grande parata del mondo” del Columbus Day non c’è dubbio: gli stereotipi vincono e convincono che apparteniamo alla seconda categoria.

E’ curioso come molti italiani e italo-americani si lamentino se gli altri tiirano fuori una delle quattro m – mamma, mafia, mozzarella e mandolino – quando invece siamo appunto noi a  esprimerle in technicolor in occasioni come questa. 

Carretto siciliano

Lamborghini tricolori

Ma di quali italiani e italo-americani stiamo parlando?

I primi sono quelli colti e danarosi che non emigrano a New York ma ci arrivano per fingere di studiare e lavorare e che inorridiscono al solo pensiero di avere a che fare con altri italiani. Gli italo-americani sono quelli per intenderci che hanno solo origini italiane, non parlano una sola parola della lingua di Dante ma alla fine ce l’hanno fatta, risultando perfettamente integrati nella società americana in posizioni di rilievo nella scala socio-economica ma non culturale.

Le semplificazioni sono sempre pericolose ma riflettono sicuramente un dato: quella italiana è sempre e ovunque stata una comunità divisa e non coesa. Gli italiani, si sa, sono o troppo pecore o troppo anarchici. Se poi rimangono intatte molte differenze culturali tra italo-americani di origine siciliana, calabrese, lucana o pugliese, figuriamoci tra italiani del nord e del sud.

Italo Americano recto e tergo

Questa premessa per spiegare che cos’è oggi Il Columbus Day che ho seguito momento per momento durante l’edizione del 2010 e che a mia memoria non ho mai compreso bene cosa fosse, anche perché molti giornalisti italiani, corrispondenti e non, sono troppo occupati a provare l’ultimo modello di I-Pad e mangiare da Eataly (a gratis, of course) per sporcarsi le mani con il giorno dell’orgoglio italiota.

Almeno una volta nella vita bisogna invece vedere con i propri occhi questa grottesca manifestazione a metà tra le paraolimpiadi, il carnevale di Rio e una processione del Venerdì Santo come se ne vedono ancora nel Meridione d’Italia. Un’accozzaglia di stereotipi folkloristici, propaganda politica e divertimentificio in yankee style al cui confronto i dagoes dei Sopranos passano per pastori calvinisti in un film in bianco e nero di Bergman dei primi anni ‘50. Come nei Soprano, sorprende comunque una costante: sono gli italo-americani stessi a fare marketing dei loro stessi stereotipi, con buona pace delle associazioni per la difesa della reputazione (Niaf e Unico) che, in effetti, non avrebbero ragione d’esistere se non ci fossero good fellas e Guidos

"Vuoi davvero celebrare l’eredità di un uomo che ha commesso crimini efferati contro le popolazioni indigene americane?"

"Per celebrare Colombo con una festa nazionale, il governo degli Stati Uniti continua a insultare con veemenza i nativi americani perpetuando una filosofia di razzismo e sfruttamento".

Difficilmente Generoso Pope, il fondatore del Columbus Day, avrebbe immaginato che un giorno la festa con cui l’America celebra il suo scopritore, Cristoforo Colombo, sarebbe stata lambita dalla formula ipocrita del politicamente corretto made in USA. Reconsider Columbus Day è il nome di questa campagna d’opinione - le due frasi succitate sono prese dal sito - che se da un lato ha l’intento di chiamare le cose con il suo nome – quella di Colombo non fu un’esplorazione ma una violenta invasione con massacri e stupri – dall’altro dimentica di mettere in fila tutti gli episodi di violenza nati dalla “paura del diverso” che hanno fondato il mito western e poi metropolitano dell’eroe yankee tutto d’un pezzo secondo una linea di sangue che parte dai padri pellegrini della Mayflower e finisce con la bolla speculativa sui mutui subprime degli avidi broker WASP di Wall Street.


Il Columbus Day si festeggia ogni anno il secondo lunedì di ottobre – più o meno nei dintorni della data fatidica: 14 ottobre 1492 – e con gli anni è diventata la festa degli italo-americani. L’attuale Presidente degli Stati Uniti Barack Obama se l’è ricordato, proclamando ottobre mese della cultura italo-americana. Cultura intesa come patrimonio storico di tutta l’umanità (heritage) che Obama rielabora secondo un suo ricordo personale: "Da giovane ho amato il cinema italiano: Fellini, Antonioni, De Sica. Per quanto riguarda la letteratura, sono più incline ai classici, Dante soprattutto. Non parliamo del cibo. Ma continuo a considerare la regione intorno a Firenze la mia preferita: la luce della Toscana è particolare. Sinceramente non so a chi non possa piacere l’Italia e chi non sia stato influenzato dalla cultura italiana. Sicuramente considero l’Italia parte di me stesso” (Corriere della Sera, 8 luglio 2010).

 Columbus Day 1892

La prima edizione delle Colombiadi si tenne il 12 ottobre 1866 ma divenne festa nazionale a partire dal 1920 con la tradizionale parata di ottobre che sfila sulla Quinta Strada da mezzogiorno alle 3 del pomeriggio.

Dedicato quest’anno al ricordo di Maria Montessori, la fondatrice della moderna pedagogia, il Columbus Day 2010 - si diceva nella premessa - è uno spettacolo fuori dal tempo su un’Italia da cartolina che non c’è più ma sarebbe più corretto dire che non è mai esistita.

Questo perché i meridionali poveri e analfabeti emigrati sulla costa est degli Stati Uniti non avevano altro appiglio se non quello dei “luoghi comuni” – su tutti il Vesuvio, pittoresco per definizione - che hanno cementato la loro identità all’estero, fondendo tradizioni, cibi e culture che in Italia sono tuttora separate, proprio perché la nostra ricchezza di “Stati Uniti d’Italia” è legata alle differenze culturali dovuta alla presenza di 100 città, 1000 comuni e 20 regioni.

Il continente italiano diventa quindi il frutto di una rielaborazione personale degli emigranti contadini legati alla diaspora aggiornata però ai dettami consumistici propri della cultura a stelle e strisce e dando così luogo a un unicum che a una persona colta può far storcere il naso.

Si tratta comunque di livelli di lettura appannaggio di pochi che la stragrande maggioranza degli americani non può comprendere, perché essa stessa si nutre da sempre di stereotipi prodotti da Hollywood in base ai quali i neri sono spacciatori, gli arabi terroristi, gli ebrei avidi e gli italiani mafiosi. Ovviamente ci sono americani e americani, ma qualcosa vorrà pur dire se solo il 15 cento su 300 milioni di abitanti ha il passaporto. Per tutti gli altri si viaggia restando seduti davanti alla tv e tenendo in mano il sacro mug. Quella della tazza (e del portatazza) è comunque una fissazione tutta iu-es-ei, stando a queste immagini.
 
 

Ancor più divertente ai miei occhi è osservare le finestre chiuse e nessuna persona affacciata, tranne alcuni operai appollaiati sui trabattelli, nelle street che si affacciano sulla 5th Avenue dove si tiene la sfilata. Le differenze di classe resistono e lottano insieme a noi: i newyorchesi ricchi e residenti in questa zona ne approfittano infatti per prolungare di un giorno il weekend  negli Hamptons o in altre località pur di evitare il terronissimo corteo di tarantelle e tamburelli. Le poche coppie bionde ariane presenti sul posto – da me interpellate – spiegano che sono qui solo far vedere lo spettacolo ai bambini.

E di grande e rutilante show si tratta. Sembra infatti di stare in un luna-park multiculturale ed interrazziale organizzato – in questo caso con la complicità del tycoon-mayor Michael Bloomberg - per non scontentare nessun gruppo etnico con diritto di voto.

Non si spiegherebbe altrimenti la bizzarra idea di accostare il rigore geometrico e marziale delle bande militari americane (e furbescamente anche una cinese) con i carri italiani colorati, sgangherati e ovviamente disordinati. 

Lo stupore lascia comunque il posto all’allegria perché tutti – dagli spettatori italo-americani con il cuore in mano a quelli yankee con il berretto in testa – sono concordi nel dire che si tratta di una vera festa, a differenza del Saint Patrick Day, durante il quale gli irlandesi di tutto il mondo festeggiano il loro santo giorno, ubriacandosi e trasformando New York in un orinatoio a cielo aperto.

Invece qui siamo di fronte a un caravanserraglio più che felliniano riconducibile a un grottesco “Fantozzi d’America” cioè i Simpson: poliziotti ciccioni, venditori ambulanti di hot dog con sorriso di ordinanza e regolare permesso, raccoglitori solertissimi di merda di cavallo, Miss New Jersey fresche di ceretta e (giuro!) senza peli sotto le ascelle che salutano, filodrammatici da parrocchia e pizzaioli acrobatici, piccoli fans di Frank Sinatra che mixano “Quando Quando”, “Nel blu dipinto di blu” e “New York New York”, politici italo-americani del sud (il repubblicano Rick Paladino col parrucchino) e del nord (il democratico Andrew Cuomo, materializzatosi però tramite i suoi supporter vitaminizzati) e ancora i Sanniti nel mondo, la comunità Formiana, la Confraternita di Artena, persino il Pooh Stefano D’Orazio venuto a promuovere il musical “Pinoccio” come da pronuncia americana.

Estasi da Pooh

Cop partenopeo e parte-ammericano

Meraviglia!

A un certo punto la mia fotocamera ha issato bandiera bianca e la memoria piena mi ha impedito di immortalare gli ultimi momenti della parata con il carro “Viva San Pio” e quello dei massoni in sinistri completi doppiopetto e grembiulini della Mecca Temple AAO NMS. 

E’ proprio vero che “Everybody needs somebody”, soprattutto se questo somebody è un italiano con cui fare affari che non puoi rifiutare...






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18 settembre 2010

Io non mi sento italiano

 ... ma per fortuna o purtroppo lo sono, aveva sentenziato il cantante Giorgio Gaber in una delle sue ultime canzoni-monologo.

Giorgio Gaber

La formula ipocrita del “politicamente corretto”, almeno agli occhi di un europeo, è nata negli Stati Uniti all’inizio degli anni Novanta a tutela delle minoranze discriminate sul lavoro e più in generale nella vita sociale. Alcune conseguenze del “politically correct” sono note a chi si trova a dover compilare un curriculum vitae in inglese – il résumé – nel quale può omettere di indicare la data di nascita per evitare una discriminazione in base all’età (ageing bias). Si arriva persino a cestinare i résumé che la indicano, così come quelli con la foto allegata del candidato. In questo caso, la società o l’azienda si tutelano in anticipo dalla minaccia di una causa legale per discriminazione “estetica”. 

Sarebbe bello a questo punto poter evitare di indicare nei résumé un’altra informazione: la nazionalità. 

Sì, perché la qualifica di “italiano” ti porta dietro ormai solo quel corredo di pregiudizi e stereotipi negativi riassumibili nella formula del "volgare cialtrone" e non più la simpatia, la leggerezza e quel pizzico di ironia con cui il mondo ci guardava ovvero il "simpatico cialtrone". La globalizzazione ha infatti accorciato le distanze e l’informazione "always on" ha amplificato in me quel particolare sentimento chiamato “vergogna di esser italiani".

Da quando ho raggiunto l'età della ragione, ho sempre evitato di generalizzare e attibuire ad altri le colpe, cercando sempre di rimboccarmi le maniche. Questo esercizio è poco praticato dai miei connazionali, cui piace attribuire tutte le colpe di quel che non va ai politici (destra o sinistra, non ha importanza), senza farsi un bell'esame di coscienza prima.

Internezzo comico. La sai l'ultima sugli italiani?

Ad un sondaggio sulla felicità, rispondono un giapponese, un americano e un tedesco e un italiano.

Il giapponese dice: "Perché vivo così male?". Dopotutto ho creato la TV al plasma, la stampante e il karaoke.

Ah, se solo potessi riuscire a godermi la vita come fanno gli italiani!

L'americano prova a rispondergli: pensa a me che per risparmiare ho sepolto la carta di credito in un bicchiere nel freezer. E dire che il mio sogno è andare in vacanza a Roma o Venezia.

Il tedesco si unisce al coro: e cosa dovrei fare io? Lavoro tutto l'anno per trascorrere due magiche settimane tra Rimini e Riccione. Che cibo! Che mare! Che sole!

L'italiano ascolta i tre e mesto mesto commenta: "Sono un vero perdente. Se fossi giapponese, americano o tedesco, sognerei di essere italiano. Invece...".


Esterofili e col vizio dell'autodenigrazione. Molto si è detto e tanto si è scritto su questi vizi italici ma a me interessa il qui ed ora e pur avendo letto i fondamentali e necessari saggi e operette morali di Machiavelli, Guicciardini, Leopardi, Prezzolini, Sciascia, devo gettare la spugna.

Eravamo e non siamo più un paese imbattibile per divertimento e cultura, bellezza fisica e stile di vita. Se è per questo non lo siamo mai stati per qualità dei prodotti e dei servizi, tecnologia, contributo alla comunità globale e welfare, opportunità di affari, innovazione e capacità di governo.

Ma non si può avere tutto. Tutto no, ma qualcosa in più rispetto al Rinascimento, forse sì.

Lo studioso Piero Bassetti ha riassunto così l'intera faccenda: "Storicamente quando un italiano è insoddisfatto, reagisce non prendendo la Bastiglia ma andandosene dal proprio paese".

Raffaele Simone nel suo saggio "Il paese del pressappoco" la vede così:

"Scarso senso civico, menefreghismo e individualismo sono i peggiori difetti nazionali. Molto deriva da tre fattori fondamentali dell'arretratezza civica italiana: la chiesa, le dominazioni straniere, la mafia. Non quella storicamente siciliana, ma quella di origine nobile e feudale di Don Rodrigo e dei bravi. Tutti questi tre fattori non si trovano in nessun altro paese d'Europa. L'italia, poi, non si è mai data l'opportunità illuministica di distinguere i poteri civili da quelli religiosi. E' debolissima: il papa qui fa cose che non si permetterebbe in Irlanda o in Spagna.
I nostri sindaci sembrano avere un rapporto ultramondano, in senso cattolico, ai problemi quotidiani. Trasporti, spazzatura, servizi, insomma, il bene pubblico, non sono davvero importanti. Quel che conta è altrove, più in alto".


Ancora qui? Non siete ancora stufi di leggere cose che in realtà già sapete benissimo, ignorando bellamente che si potrebbero anche risolvere?

Io ho cercato di farlo, pagando le tasse, informandomi sulle leggi dello stato e  da arrogante e presuntuoso quale sono sforzandomi di far sentire il più possibile ai miei connazionali cafoni e incivili, ricchi e poveri, bianchi e neri tutto il peso della propria meschinità. Ho imparato a mie spese infatti quanti danni può causare l'ignoranza e la superstizione. Sono nato e cresciuto a Taranto, una delle città più stuprate d'Italia dal sacco dei potenti, la cattiveria delle persone normali e la fatalistica indifferenza dei poveri. Poi sono arrivato a Roma, città classista dove è in scena l'eterno carnevale orgiastico che ti costringe a perdere qualsiasi barlume di beato e beota candore. E siccome ne ho le tasche piene di essere cinico, mi ritrovo  adesso caricato a pallettoni a quasi 37 anni con la voglia di cambiare tutto: aria, lingua e continente. Sto arrivando New York con il mio "laptop di cartone". Finalmente così non sentirò più parlare di Mr. B. 

Cavolo! Mi ero ripromesso di scrivere questo post senza citarlo...





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2 settembre 2010

Va a quel Belpaese o Yankee go home? Italiani vs. Americani secondo Beppe Severgnini


Beppe Severgnini

“Noi italiani amiamo i confronti con gli altri popoli. Li amiamo anche quando non ne usciamo bene, il che capita piuttosto spesso. Li amiamo perché consentono di trasformare paragoni complessi in contrapposizioni provocatorie. E' l'aspetto epico-sportivo, in altre parole, che ci entusiasma”. Così descrive il giornalista Beppe Servergnini “Confronti” (Rizzoli), una sorta di bigino dei suoi viaggi e soggiorni all'estero uscito nel 1996.
 
Beppe Severgnini è forse il giornalista italiano più conosciuto all’estero. Da anni il pubblico italofilo e le varie comunità di italiani sparse nel mondo apprezzano le sue numerose pubblicazioni tra libri e articoli incentrate molto spesso sulle differenze culturali tra noi e il resto del mondo. A questo tema è dedicato in particolare il suo seguitissimo forum su Internet Italians del Corriere della Sera nato nel 1995.

Il suo è un tipo di umorismo leggero, in punta di penna, in sintesi britannico. E non è un luogo comune affermarlo, semplicemente perché in Italia l’umorismo non esiste, avendo il Belpaese più una tradizione alta e bassa per lo sberleffo che è una cosa di pancia rispetto all’ironia che è cosa più di testa.

Dal matrimonio alle automobili, dalle forme di cortesia alla vita notturna, dallo shopping alla scuola, il volume passa in rassegna usi e costumi, arti e mestieri, tic, vizi e vezzi degli italiani all’estero a confronto con inglesi, americani, tedeschi e francesi.

Dalla sua prefazione: “Il viaggio, più di ogni altra attività umana, ci obbliga a confrontarci con altri popoli: quelli che visitiamo e quelli contro cui cozziamo nei duty-free-shop. Dal confronto - dicevano i sociologi - nasce sempre qualcosa. Anche un divorzio, o la fine di un'amicizia”.  

Trattando questo blog di “Culture Shock” tra italiani e americani, ecco alcune differenze scritte quindici anni fa ma ancore attualissime.

 
1- LA CASA    
Un tempio (Italiani) / Una palestra (Americani)
 
 
 Villa Certosa owned by Italian Prime Minister Silvio Berlusconi  


 2 - LE PRIME PAROLE    
"Mamma" (Italiani) / "I'm the greatest" (Americani)
 


3 - IL CIBO     
Gustare (Italiani) / Riempirsi (Americani)
 


4 - CHI LAVA?  
Lavanderie a 99 cents (Americani) 
Madri, mogli, fidanzate, compagne (Italiani)  
 

5 - COME CI SI ARRICCHISCE?   
Molto lavoro (Americani) / Donne e politica (Italiani)  
 


6 - CAPODANNO   
Ci sono più italiani che grattacieli (New York) 
Imbucarsi alle feste altrui (Roma)  
 


7 - IL BACIO SOCIALE 
Un rischio igienico (Americani) 
Un'importazione francese (Italiani)  
 


8 - LINGUA INGLESE  
Semplificazione (Americani) 
Parlarlo senza studiare o inventarselo (Italiani)  
 


9 - COSA FANNO GLI ATTORI AL CINEMA? 
Saltano, ballano, sparano, baciano, scappano (Americani) / Sospirano (Italiani)  
 


10 - COSA PUO' SUCCEDERE A UN INSEGNANTE TROPPO SEVERO?  
Minacce a mano armata (Americani) 
Genitori maneschi e ricorso al Tar (Italiani)  
 


11 - TRIBU'    
Fans di qualunque cosa (Americani) 
Reduci di tutto, da sempre (Italiani)  
 


12 - COSA APPASSIONA VERAMENTE IL TIFOSO?
Le statistiche (Americani) 
La sconfitta dell'avversario (Italiani)  
 
                                                                                          

13 - GLI ASCIUGAMANI IN ALBERGO
Li usano tutti perché è tutto pagato (Italiani) 
Li usano tutti perché sono microscopici (Americani)  



14 - RITI D'APERTURA AL RISTORANTE  
Iced water (America), coperto (Italia)  
 



15 - COS'E' IL COSTO DELLA VITA?  
Il prezzo di un buon sistema di allarme (America)  L'aumento del prezzo di ciò che desideriamo (Italia)  
 









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24 agosto 2010

L'amore glocal raccontato da Tiziana Nenezic

Tiziana Nenezic

Una cosa che mi ha sempre stupito è il fatto paradossale che in questa città folle e trasgressiva il gioco dell'amore segua tappe ben strutturate. La prima manche suole aprirsi con quello che in inglese si chiama date e che in italiano non ha alcuna traduzione nell'accezione romantica del termine. Non a caso gli italiani che conosco e che come me vivono a New York da anni usano espressioni come: "Domani ho un date", "Il date ieri sera mi è andato da schifo", o come disse una volta una mia connazionale che ancora non aveva l'agognata assicurazione medica: "Il mio date fa il ginecologo. E vai! Mi risparmio anche $300 di visita!".

A parlare, anzi a picchiettare i tasti sul Mac, non è la Carrie Bradshaw di "Sex and the City" ma una vera sex-columnist o sexual-urban-anthropologist Tiziana Nenezic, autrice di "Come sopravvivere ai NewYorkesi" (Cooper 2008), una guida spasso per lo Zoo di New York alla scoperta di usi e costumi dell'homo perennemente erectus e della lady perennemente in fregola. 


Tarantina di nascita come il sottoscritto (ecche diamine, per una volta mi fa finalmente piacere sottolinearlo!), Tiziana Nenezic (all'anagrafe Caloro) ha vissuto 15 anni a New York dove sbarcò nel lontano 1991 e da allora ha svolto i lavori più disparati, approdando poi nel campo editoriale con articoli di costume e attualità in inglese e in italiano per diverse riviste, tra cui "Velvet" e "D la Repubblica delle Donne". E' stata spesso ospite delle ultime edizioni del "Maurizio Costanzo Show".

Nel libro Tiziana Sunshine (suo primo middle name americano) spiega perché New York viene chiamata con così tanti nomi, che cosa pensano i newyorkesi di noi italiani, cosa si mangia in un deli (dal tedesco delikatessen) lasciando una mancia senza perdere la faccia, come si sopravvive in un one-bedroom-apartment in compagnia di rats e bedbugs e come si supera lo shock di lavare i propri panni sporchi in una lavanderia pubblica a gettoni. Se non fosse scritto da un'italiana, questo libro sarebbe bollato irrimediabilmente come il solito "chick flick book" in stile Bridget Jones ma la Nenezic ha di suo oltre a un invidiabile uso dell'ironia e dell'autoironia una comprensione più globale delle dinamiche sociali che acuisce tutti i sensi quando ci si trova in presenza di un "cultural shock". Ecco la sua spiegazione di "date".

La parola date indica, come sostantivo, l'atto da parte di un uomo (o donna) di chiedere a una donna (o uomo) di uscire con lui (o lei... per gay e bisessuali riorganizzare la frase a piacere). Un altro significato è l'insieme di attività (cena, drinks, ballo, cinema) che si svolgono durante un date. Inoltre lo stesso termine indica ciascuna delle persone che partecipa al date: "I'm his date", e "He's my date". Come verbo, to date o dating, è l'atto di uscire con qualcuno regolarmente, ma senza impegni profondi come fidanzamento ufficiale o piani di convivenza. Per esempio, "I'm dating this great guy right now". La mancanza di una traduzione immediata di date nella nostra lingua non è svista, bensì un segno che per noi il gioco dell'amore non ha regole e non può essere messo in scatola come se fosse il Monopoli.

Una società rigida, razionale e gerarchica - e mettiamoci anche il solito prude che sta per puritano - come quella dei bianchi americani ha una passione smodata per le etichette. L'amore non è da meno e tra un blind date (appuntamento al buio) e una one-night stand (scopata di una notte con repentina fuga del maschio senza post-liminari) le relazioni seguono regole e dinamiche consumistiche: si va dagli innocui girlfriend e boyfriend al fiancé e fiancée (fidanzamento ufficiale con tanto di anello), dal friend-with-benefits (in italiano "trombamico") al fuckbuddy (persona con cui si fa sesso senza un minimo di relazione o amicizia) sino all'ultimo livello della scala gerarchica sessual-amorosa ovvero il booty call (fuckbuddy rimediato all'ultimo momento per telefono), senza dimenticare gli over50 sugar daddy e sugar mama (uomo o donna ricca con amante giovane "mantenuto" detto toyboy).

Precisa Tiziana. Gli uomini italiani a New York si lamentano tutti di una cosa: "Quando si esce con le donne americane, queste ci chiedono sempre se il nostro è un date, che cosa cerchiamo, che intenzioni abbiamo". Magari è perché le poveracce temono di essere considerate fuckbuddies, anziché girlfriends. Chi lo sa! Io, da brava mediterranea, sono più sanguigna e istintiva per quanto riguarda l'amore e le volte in cui mi sono sentita trasportata da una certa reazione chimica mentre ero fuori con uno, l'idea di chiedere se questo incontro lo si poteva catalogare come date non mi ha mai sfiorato il cervello. E per quello che gli uomini cercano quando portano fuori una donna, non ho bisogno di chiederlo perché conosco già la risposta. E no, non è il petrolio.


Al dating e alle sue mille sfaccettature, Tiziana ha dedicato il suo secondo libro intitolato "L'amore ai tempi del globale" (Cooper, 2009) nel quale racconta le sue esperienze dirette e indirette di chi l'International love l'ha vissuto nel cuore di Manhattan. Dalle coppie miste al mito della straniera, dal cyberstalking al cybersesso, al crack del single market, Tiziana spiega anche chi sono le "jaguards, pumas, cougars and milf" e discetta sull'italiano mammone all'estero ricercato nel vestire e forse pure dalla polizia, mettendolo a confronto con l'altrettanto stereotipato ma vero maschio americano bianco sulla quarantina ancora con sneakers, bermuda, t-shirt e cappellino da baseball.


Tiziana Nenezic vive a Miami in Florida, dove lavora nel settore delle pubbliche relazioni. A Miami - racconta Tiziana nel suo libro - ho notato che gli italiani, soprattutto le coppie, li si distingue facilmente anche se scalzi, mezzi nudi e fuori dal raggio uditivo. Perché gli italiani, più che dall'aspetto, li si riconosce dall'assetto, spesso così animato da risultare bellicoso. Fateci caso: non ha importanza se siamo d'accordo o meno con i nostri interlocutori, le nostre conversazioni sono sempre discussioni perché ci piace sottolineare, enfatizzare ed esprimere con veemenza le nostre idee. Durante i primi mesi della mia permanenza americana se i miei amici mi vedevano parlare con altri italiani per più di due minuti credevano che ci stessi litigando. "Ma che ti ha detto quello per farti incazzare così?" chiedeva sempre il mio ex marito. "Incazzare? Ma no!" gli facevo io, "parlavamo di politica e gli stavo dando ragione!". "Wow! Pensa se gli avessi dato torto!", commentava giustamente lui.

Per approfondimenti:
Blog di Tiziana Nenezic
Il sito di Tiziana Nenezic









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