1 novembre 2017

Non solo Kansas City: Alberto Sordi, un romano in America da Ollio a Kissinger



Da dove nasce l’ossessione per gli Stati Uniti di Alberto Sordi? Fu davvero lui a inventare la voce di Oliver Hardy? A chi si ispirarono gli sceneggiatori Lucio Fulci e Sandro Continenza per il personaggio di Nando Moriconi di Un americano a Roma? Come mai non andò in porto il progetto di fare un sequel con Un romano a New York? Cosa hanno imparato gli studenti Robert De Niro e Dustin Hoffman vedendo i film di Sordi all’Actors Studio? E soprattutto: Sordi è stato un inguaribile filo-americano o al contrario un acerrimo anti-americano?

Di tutto questo si è parlato nella conferenza-show dal titolo Non solo Kansas City: Alberto Sordi, un romano in America da Ollio a Kissinger ternutasi il 13 novembre 2017 nella Sala del Mappamondo della Camera dei Deputati a Roma.


Alberto "Henry" Sordi

L’evento, promosso dalla Fondazione Italia Usa, ha reso omaggio al grande attore romano facendo conoscere al grande pubblico storie, curiosità e aneddoti legati al suo rapporto con gli Stati Uniti: dal concorso da lui vinto nel 1937 per doppiare Oliver Hardy al film mancato del 1975 nei panni del Segretario di Stato americano Henry Kissinger.

La storia dell’italiano Sordi può infatti essere intrecciata con molti grandi eventi che hanno visto protagonisti italiani e americani nel Novecento: la Grande Guerra (Addio alle armi), l’armistizio dell’8 settembre 1943 (Tutti a casa), l'arrivo degli alleati (Polvere di Stelle), la passione di Nando Moriconi per tutto ciò che è yankee negli anni della Ricostruzione e del Piano Marshall (Un Americano a Roma), il consumismo e il capitalismo americano a confronto con la civiltà contadina e neo-industriale italiana del boom: il venditore di bambini (Il giudizio universale), il mafioso brianzolo e piccolo borghese alle prese con il gangsterismo newyorchese (Mafioso), il latin lover (I tre volti, Venezia, la luna e tu), il caso umano televisivo (Un italiano in America), il miserabile che gioca a scopa con la miliardaria Bette Davis (Lo scopone scientifico), l’industriale misogino contrario all'emancipazione delle donne americane (Io e Caterina), l’uomo medio che critica l’invadenza di “Dallas” (Il tassinaro), il faccendiere che gioca con l’alta finanza internazionale (Assolto per aver commesso il fatto).


Albertone con Woody Allen e Andy Warhol

Tra film girati, progetti rimasti nel cassetto, vacanze e viaggi di lavoro, retrospettive e omaggi da New York a Los Angeles, quella di Sordi negli States è una storia altrettanto divertente e ricca di particolari poco conosciuti che sono stati svelati nel corso della conferenza, moderata dal giornalista Giampiero Gramaglia, da Luca Martera, documentarista tra Italia e Stati Uniti, attraverso sequenze tratte da film, cinegiornali e interviste.


Clicca qui per leggere l'articolo di Filippo Ceccarelli per il Venerdì di Repubblica sulla conferenza-show.


Per richiedere il racconto-show su Alberto Sordi e gli Stati Uniti per scuole, università, aziende, associazioni, fondazioni e abitazioni private, leggi qui.







31 ottobre 2017

Racconti-show a domicilio, i nuovi dopocena per la mente




Negli ultimi anni in diversi paesi del mondo (dalla California alla Svezia fino in Giappone) sono nati dei network di professionisti che raccontano in case private storie curiose e divertenti legate (ma non necessariamente) alla propria attività, solo per il gusto di comunicare, nel senso etimologico del termine che significa “mettere in comune”. 

Di che cosa si tratta in sostanza? Un gruppo di persone - da un minimo di 15 a un massimo di 30 - si riunisce in una casa, con un salone sufficientemente ampio, per ascoltare un racconto di 90 minuti supportato da foto, immagini e talvolta accompagnamento musicale. Gli spettatori sono spesso invitati a leggere brevi frasi legati al racconto in modo da creare un coro che partecipa attivamente al rituale della comunicazione, visto in questo caso come arricchimento del proprio bagaglio culturale. 

Di qui l’idea dei dopocena per la mente, il cui orario va dalle 21 a mezzanotte, oppure il sabato o la domenica pomeriggio. A dispetto del nome, non c'è niente di new age o peggio ancora di life coaching ma solo la voglia di sprofondare in altri mondi. 

Secondo un sondaggio interno a questo network, le categorie di professionisti più richieste sono le seguenti: architetto, magistrato, antropologo, storico dell’arte, chirurgo.


A queste seguono una serie di discipline tra le più disparate, tra le quali rientrano anche le mie attività di regista, sceneggiatore, storico dei mass-media e da qualche tempo di “raccontatore itinerante” su come il cinema italiano ha rappresentato gli Stati Uniti. Oltre a scuole, fondazioni, università e aziende con sedi in Italia e negli Usa, ho esteso quest’attività - come spiegato sopra - anche al "teatro in casa", su richiesta di quei proprietari che hanno uno spazio sufficientemente grande e un congruo numero di amici e conoscenti ai quali regalare una serata speciale. Il costo a persona è molto contenuto, pari a quello di un aperitivo, al quale si può rinunciare una volta tanto per imparare qualcosa e gustarsi invece un bel bicchiere di vino - non diciamo calice, please! - offerto gentilmente dal padrone di casa e maestro di cerimonia. 

Il mio tema di partenza Gli americani nel cinema italiano è molto ampio e trasversale e mi permette di parlare di differenze culturali attraverso storia, letteratura, sociologia, design, arte, cibo, moda e business. Non mancano i sottoargomenti un po’ più pepati: il razzismo, cioè come gli italiani giudicano gli altri gruppi etnici (ebrei, cinesi, neri) e sono giudicati dagli altri; il rapporto con l’amore e il sesso; le caratteristiche della comicità italiana messa a confronto con quella anglosassone; le radici italiane e l’influenza della musica italiana nella storia dei generi jazz-pop-rock degli Stati Uniti.



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Clicca qui per leggere l'intervista in cui parlo di conferenze-show pubblicata su Nòva del Sole 24 Ore.

CHI SONO E CHE COSA FACCIO
Lavoro dal 1997 come autore e regista creando contenuti per il cinema, la televisione e il web con una predilezione per i generi legati alla satira e la comicità. Ho lavorato e collaborato per Rai-Mediaset-La7 con Antonio Ricci (Striscia la Notizia), Giovanni Minoli (La Storia siamo Noi), Enrico Mentana (Matrix), Piero Chiambretti (Chiambretti Night), Mike Bongiorno, Gianni Boncompagni, Paolo Limiti e altri big della tv. Dal 2011 mi divido tra Roma, Milano, New York e Los Angeles, realizzando documentari e svolgendo attività di consulenza tra Italia e Stati Uniti legata ai media, business d'impresa, ricerche storiche, giornalismo investigativo e progetti di divulgazione della lingua e della cultura americana in Italia. Clicca qui per leggere il mio cv con i link video a tutti i miei lavori (tv, cinema, web, startup, editoria).





















27 ottobre 2017

Americanismo e Antiamericanismo nel cinema italiano: Il Caso Mattei e la morte di Pasolini



                                                                                  Al centro, Furio Colombo e Gian Maria Volonté


“Io faccio affari con petrolieri, non venditori di petrolio”. La frase-lapide è del miliardario texano dal volto pingue e roseo (vagamente maialesco) che così sprezzantemente liquida Enrico Mattei durante una colazione di lavoro. Piccato, il fondatore dell’Eni, attraverso il suo interprete, gli ordina di tradurre in inglese alla lettera: ”Questo colloquio se lo ricorderà per tutta la vita, parola di Enrico Mattei”. L’interprete, diplomatico, saluta il petroliere e il suo assistente, dicendo: “Temo che l’affare sia saltato. Arrivederci signori”.

Questa scena è tratta dal film del 1972 di Francesco Rosi “Il caso Mattei” dedicato alla vita di Mattei, interpretato con la solita abilità mimetica da Gian Maria Volonté. A far da attore-traduttore nel film fu Furio Colombo, giornalista, scrittore, americanista e parlamentare della Repubblica, presente alla conferenza-show "Chi vuò fà l’Amerikano? - Un secolo di Stati Uniti attraverso il Cinema Italiano” che si è tenuta lunedì 23 ottobre al Centro Studi Americani di Roma.


Colpi di stato, opposti estremismi, servizi deviati, cadaveri eccellenti e la solita CIA che manipola tutto e tutti. Il film di Rosi, col senno di poi, si presta a tante, forse troppe, letture ex-post. Alla domanda, rivolta dal curatore dell’evento Luca Martera all’ex direttore dell’Unità Colombo, sul perché Rosi abbia scelto di realizzare un film che - visto oggi - sembra finanziato dall’Eni per raccontare la lotta di uno uomo solo contro tutti, Colombo ha precisato: “La storia di Mattei riguardava un pezzo di Italia contro un altro pezzo d’Italia e l’omicidio del giornalista De Mauro (che aiutò Rosi nelle ricerche per il film) non può essere collegato all’omicidio Pasolini. A Rosi piaceva curare più l’aspetto formale costruendo un puzzle che doveva lasciare volutamente molti punti interrogativi”. Come molti ricorderanno, Pasolini aveva da poco finito di girare “Salò” nel 1975 e da qualche anno stava lavorando al romanzo uscito postumo “Petrolio” che, per molti, sarebbe la vera ragione della sua morte poiché in alcune pagine - all’inizio ritenute perse ma poi rese note dal senatore ora in galera Marcello Dell’Utri - Pasolini parlò di P2, quando ancora non si sapeva cosa fosse, indicando nel successore di Mattei all’Eni, Eugenio Cefis, il fondatore della loggia massonica nonché il mandante dell'omicidio Mattei in combutta con i servizi segreti americani.

Ma, oltre a Rosi, come hanno raccontato gli altri registi, produttori e sceneggiatori che hanno fatto grande il cinema italiano gli Stati Uniti nei loro film? Così Martera: “In Italia, siamo sempre stati divisi su tutto e quindi anche in questo ambito si sono sviluppate correnti filo-americane e anti-americane di centro, destra e sinistra. Poi, a guardare bene, ci fu molta cautela da parte di molti “maestri” perché nel periodo d’oro i film italiani facevano il giro del mondo ma la distribuzione restava in mano agli americani. Ad inquadrare bene il fenomeno con il suo proverbiale cinismo fu Alberto Sordi, che così volle rassicurare quel giovane Sottosegretario allo Spettacolo di nome Giulio Andreotti sulle sorti del nostro cinema negli anni di Scelba e del Piano Marshall: “Vanno ai comizi dei metalmeccanici, ma se poi i produttori non li pagano in nero e in Svizzera, i film non li fanno”. Come dire, cuore a sinistra e portafoglio a destra, ieri, oggi e domani.


E ancora: la raccomandazione chiesta da Tony Renis al boss mafioso Joe Adonis per avere un ruolo nel film “Il Padrino” di Francis Ford Coppola, Mike Bongiorno agit-prop al servizio di Clare Boothe Luce, l’interpretazione nei panni di un simil-Cupido di Benito Mussolini nel film muto americano “La città eterna”, il film su Sacco e Vanzetti di Giuliano Montaldo che fa riaprire l’inchiesta negli Stati Uniti sui due anarchici che riescono ad ottenere la riabilitazione nel 1977, il finale del film del 1975 di Giuseppe Ferrara “Faccia di spia” che mostra le due Torri Gemelle coperte da un fiume di sangue a significare la commistione tra gli affari di Wall Street e gli eccidi nel mondo made in CIA.

Di questo e molto altro si è parlato nella conferenza-show ideata da Martera e promossa nell’ambito del Festival Diplomacy diretto da Giorgio Bartolomucci, in collaborazione con la rivista di cinema Sentieri Selvaggi. Qui di seguito la playlist con alcuni estratti dalla conferenza durante la quale l'autore, in base all'art. 70 della legge sul diritto d'autore, ha fatto uso di citazioni cinematografiche per finalità di critica, analisi e discussione.


Al termine della conferenza il critico cinematografico Simone Emiliani ha chiacchierato con Martera su come i registi italiani hanno raccontato gli Stati Uniti negli ultimi anni e il discorso non è potuto che cadere sul produttore americano Harvey Weinstein, il cui ruolo è stato fondamentale per far ottenere gli Oscar ai film italiani “Nuovo Cinema Paradiso”, “Il postino”, “Mediterraneo” e “La vita è bella”. A proposito del film di Benigni, all’epoca del tour promozionale negli Stati Uniti, il regista toscano fu preso in giro dal programma satirico di Mtv “Celebrity Deathmatch” che vedeva scontrarsi in una lotta all’ultimo sangue personaggi famosi riprodotti in plastilina. Come avversario di Benigni, Mtv scelse Benito Mussolini, definito nella scheda di presentazione come colui che mandò al macello gli italiani, invase l’Etiopia e fu amico di Hitler. Descrizione di Benigni: massacratore di lingua inglese, invasore di spazio personale altrui e amico personale di Harvey Weinstein...

Per richiedere il racconto-show sugli Americani nel Cinema Italiano per scuole, università, aziende, associazioni, fondazioni e abitazioni private, leggi qui.









20 ottobre 2017

A Journey in the Italian Roots of American Music



From the Italian ancient tradition of the Great Opera Houses to early New Orleans Jazz set by Nick La Rocca; from Vincente Minnelli’s musicals to Louis Prima’s swing; The Voice Frank Sinatra to modern Pop-Rock by Madonna, Frank Zappa, Bruce Springsteen and Lady Gaga, hundred of artists with Italian ancestry, without whom American music would not be, as we know it.



Italian blood is the title of a documentary, which desires to tell the story of Italian roots in the history of American music. It is a special journey that starts from Italian classic music, through Neapolitan melodies and refined blues and jazz sounds on to International Pop. If this story is well known to the fans and experts, it’s not the same for the large audience, that remember just big names as Caruso and Sinatra, not knowing the great contribution that Italians gave to jazz and musicals, genres that go beyond pop-rock.

The American Dream… an immigration of Italians in the United States, as the Gold Rush and the West was won, representing the eternal challenge of man entering into the unknown, seeking out a good future. Music is the score of this extraordinarily humanistic adventure, but also the indication of surprising results achieved by the descendants of those migrants; the thrilling epic of everyday experiences by millions of men and women accompanied by the successes of artists who created the music of our time.

Enrico Caruso

America, land of immigration and an extraordinary laboratory for ideas, is a cultural melting pot in which great figures in Italian artists succeeded: Enrico Caruso, Arturo Toscanini, Francesco Paolo Tosti, Beniamino Gigli, and in more recent years Luciano Pavarotti and Andrea Bocelli. Beyond Frank Sinatra, there are many relevants artists noted for their talent and repertoire: Louis Prima, Tony Bennett, Mario Lanza, Connie Francis, Perry Como, Paul Anka, Frankie Laine, Dean Martin, Frankie Avalon, Vic Damone, Al Martino and Ida Lupino.

Less known are the Italian contributors to jazz in New York City but especially in New Orleans, where there were a lot of musicians of Italian origin. Among the best known: Joe Venuti, Eddie Lang (Salvatore Massaro), Frank Signorelli, Tony Colucci, Tony Morello.

Another contribution of great importance was that by composers for Hollywood film scores. From Henry Mancini (“The Pink Panther”) to Bill Conti (“Rocky”), from Harry Warren (Salvatore Antonio Guaragna, who wrote lyrics and songs for Fred Astaire, Ginger Rogers, Gene Kelly, Judy Garland, including famous “That’s Amore” for Dean Martin) to Carmine Coppola and Nino Rota (“The Godfather”), on to Angelo Badalamenti (“Twin Peaks”). So there are several big names but less known for their Italian ancestry in the empyrean of American pop-rock: Steve Porcaro of Toto, Steve Tyler (Victor Tallarico) of Aerosmith, Jon Bon Jovi (John Bongiovi), the crazy performer Weird Al Yancovic (half Italian for mother's side), without forgetting some important show managers, choreographers, talent scouts and music video directors who worked with great legends such as Bob Dylan and Michael Jacskson.




This documentary does not want to be another Italian immigration journey that everyone is familiar with,  but a tribute to quality music, a dreamlike atmosphere, and the cultural influences that created the everlasting magic of lyrics and compositions.

Among the connotative qualities of being Italian, there is the innate disposition to artistic and musical sensitivity and creativity. Music is the expression of a people, their beauty, their fantasy. Many Italian immigrants played in bands in their small villages and their familiarity with the musical instruments was well known and appreciated, as well as their knowledge of a wide range of popular repertoires.

The basic proposal of “Italian blood” is an one hour documentary but in the case of co-production with cultural and institutional Italian-Americans, it could be produced as a longer version of 80 minutes, in English and Italian, also for commercial exploitation on DVD.

A documentary project by Luca Martera © 2017


11 ottobre 2017

Un "documentario dal vivo" per raccontare gli Stati Uniti attraverso un secolo di cinema italiano


Se sappiamo bene come Hollywood ha rappresentato gli italiani e gli italo-americani - brutalmente, attraverso le 4 M di mamma, mandolino, mafia e macaroni - raramente, invece, si è indagato sul modo in cui gli italiani stessi hanno raccontato e rappresentato il popolo americano.

E' questo il tema del documentario dal vivo che sto portando in tour in Italia e Stati Uniti. Si tratta di un divertente, scandaloso e affascinante viaggio tra storia, letteratura, antropologia, sociologia, emigrazione, mass-media attraverso una selezione delle sequenze più significative tratte da film e documentari italiani dagli anni del muto sino ai giorni nostri. 

La prima presentazione dal titolo "Chi vuò fa' l'Amerikano?" si è tenuta lunedì 23 ottobre al Centro Studi Americani di Roma nell'ambito del Festival Diplomacy. 



La seconda presentazione dal titolo Non solo Kansas City: Alberto Sordi, un romano in America da Ollio a Kissinger si è tenuta lunedì 13 novembre nella Sala del Mappamondo del Parlamento italiano.


Sono centinaia i film prodotti in Italia e girati sia nello Stivale che direttamente negli States con battute, riferimenti e personaggi legati al Nuovo Mondo. Oltre alla figura dell'italo-americano che ha fatto fortuna (il cosiddetto prominent) ed è malato di nostalgia patriottica, diverse sono le tipologie-stereotipi ricorrenti: ufficiali dell’esercito guerrafondai e tutti d’un pezzo, bionde bellissime e ovviamente oche, mafiosi italo-americani tonti e dal volto orripilante, figli dei fiori perennemente su di giri, sadici agenti CIA con l’occhio ceruleo, emigrati di ritorno cafoni e arricchiti malati di nostalgia patriottica, soldati negri sempre ubriachi, avidi e grassi uomini d'affari con sigaro e cappellone texano, cowboy imperialisti e indiani un po’ troppo comunisti, miliardarie pluri-divorziate in cerca di latin lover.


Nel periodo muto e fascista, gli stereotipi sugli Stati Uniti riflettono i valori di quel tempo in cui si immagina un Eldorado esotico e tentacolare, popolato da cowboy giustizieri, indiani selvaggi, servitori negri, gangster vagamente latini (ma mai italiani per ragioni di censura), donne dai capelli platino in abito da sera e ricchi capitalisti in frac che fumano il sigaro e perennemente col bicchiere di whisky in mano.

Tutto cambia con l’arrivo degli Alleati nel 1943. Gli italiani vedono per la prima volta come parlano e sono fatti gli americani, che da liberatori regalano cioccolata, sigarette e calze di nylon a "segnorine" e sciuscià. Diversi film del Neorealismo firmati da Rossellini, De Sica e altri registi raccontano questo periodo difficile con uno sguardo talvolta critico e in alcuni casi anche anticipatore. Oltre al fenomeno delle “spose di guerra”, si parla infatti anche dei soldati di colore che fanno figli con donne italiane e vengono trattati come persone quando invece negli Stati Uniti sono ancora vittime della segregazione razziale, che rimarrà in vigore ancora sino a metà degli anni ‘60.
                                               

Numerosissimi sono gli incroci, gli scambi e le influenze tra cinema americano e italiano dagli anni ‘50. Dalla Hollywood sul Tevere a base di kolossal biblici di serie A e "sandaloni" e "peplum" di serie B ai premi Oscar a Federico Fellini, Anna Magnani e Sophia Loren, dal successo mondiale degli spaghetti-western di Sergio Leone alle centinaia di film a stelle e strisce girati in Italia da “Vacanze Romane” di William Wyler a “To Rome with Love” di Woody Allen.

Tutti i più grandi registi italiani si sono cimentati, almeno una volta, con temi e luoghi dell’immaginario a stelle e strisce: oltre ai già citati De Sica e Rossellini, figurano anche Fellini, Antonioni, Pasolini, Rosi, Petri, De Filippo, Monicelli, Lizzani, Montaldo, Scola, Salce, Ferreri, Bertolucci, Wertmuller, Cavani e più di recente Tornatore e Sorrentino. Per non citare i divertenti sfottò al capitalismo e consumismo americano di Totò, Alberto Sordi, Marcello Mastroianni, Ugo Tognazzi, Vittorio Gassman, Nino Manfredi, Monica Vitti e Paolo Villaggio.


Né mancano interessanti e insoliti racconti sull’altra America negli anni caldi della contestazione e delle lotte per i diritti civili in numerosi documentari che riflettono lo sguardo e l'ideologia dei loro autori nel contesto di quei tempi: cattolico-pacifista (Cesare Zavattini, Mario Soldati), marxista-terzomondista (Antonello Branca, Ansano Giannarelli), nostalgico-reazionario (Luigi Barzini Jr., Giovanni Guareschi), anti-americano di estrema sinistra (Ugo Gregoretti, Giuseppe Ferrara, Andrea Frezza, Paolo Pietrangeli) e anarchico-libertario con il filone dei mondo-movies firmati da Gualtiero Jacopetti, Tinto Brass, Giancarlo Fusco e Luigi Vanzi, autore quest’ultimo di “America paese di dio” del 1965 con un commento lungimirante firmato da Italo Calvino.

La fine degli anni '70 segna il tramonto della stagione d'oro del cinema italiano con lo sfruttamento sistematico di tutti quei generi e sottogeneri che, tra omaggi-oltraggi, remake non dichiarati e parodie grossolane, continuavano a rifarsi a un immaginario made in USA popolato da poliziotti giustizieri, alieni, zombie e cannibali. 

Dagli anni ‘80 agli anni 2000, sono diversi i casi di film italiani che anticipano la cosiddetta "fuga di cervelli" negli States dovuta all'eterna crisi e la conseguente disoccupazione giovanile in Italia: da "Lontano da dove" di Stefania Casini a "Summertime" di Massimo Mazzucco, da “Once We Were Strangers” di Emanuele Crialese fino a "My name is Tanino" di Paolo Virzì. Per il resto prevale più il calcolo che la voglia di raccontare storie autentiche, capaci di catturare lo spirito del tempo. Ecco, quindi, che alcuni cineasti italiani hanno preferito volgere lo sguardo al passato con operazioni nostalgia, vagamente ricattatorie e decisamente ammiccanti al mercato americano. Il riferimento non può che andare agli Oscar vinti da Tornatore per "Nuovo Cinema Paradiso", Salvatores per "Mediterraneo", il compianto Troisi per "Il Postino" (il premio andò alle musiche, ma fu candidato anche come miglior film), Benigni per "La vita è bella" e Sorrentino per "La grande bellezza", quest'ultimo di fatto remake non dichiarato de "La Dolce Vita". 

Negli ultimi dieci anni, sembra consolidarsi invece una nuova ondata di registi italiani che dirigono film recitati in lingua inglese per il mercato globale, da Roberto Minervini  a Luca Guadagnino, da Gianfranco Rosi a Andrea Pallaoro, includendo in questa categoria il già hollywoodiano Gabriele Muccino.


Alla fine qual è il bilancio di cent’anni di Stati Uniti visti dal cinema italiano? Grosso modo è stata una battaglia che hanno perso sia gli italiani che gli americani. Un film è soprattutto un prodotto commerciale e non uno strumento per capire i popoli e quindi entrambe le cinematografie hanno badato, quasi sempre, più a sfruttare biecamente i rispettivi stereotipi che ad analizzare le differenze culturali con umorismo e reale interesse antropologico. Visto che entrambe le cinematografie si sono scambiate in un secolo di storia sorrisi e canzoni, applausi e risate, baci e schiaffi, abbracci e insulti, mani sul sedere e bombe, al termine dello show sarà assegnato il premio "Asino d'oro" ai peggiori film italiani e americani che hanno rappresentato i due popoli riducendoli a stereotipi da cartolina. Il premio si propone di stimolare produttori, sceneggiatori e registi di serie tv, show e film di Hollywood a "studiare di più" e se non altro a giocare con gli stereotipi, puntando su soluzioni e storie più intelligenti come, ad esempio, nella commedia "Un pesce di nome Wanda" dove gli Americani insultano gli Inglesi magnificando gli italiani...




Per richiedere la conferenza-show per scuole, università, aziende, associazioni, fondazioni e abitazioni private, leggi qui.

Clicca qui per leggere questo testo in inglese.







5 ottobre 2017

Conferenza-show "Gli Americani nel Cinema Italiano"


Presentazione in italiano

Presentazione in inglese

Che cos'è la conferenza-show


Eventi già realizzati:
Centro Studi Americani, Roma;
Sala del Mappamondo, Montecitorio.

Prossimi appuntamenti:
- Università della California, Roma;
- Consolato americano, Napoli;
- Ambasciata americana, Roma.