1 novembre 2017

Non solo Kansas City: Alberto Sordi, un romano in America da Ollio a Kissinger



Da dove nasce l’ossessione per gli Stati Uniti di Alberto Sordi? Fu davvero lui a inventare la voce di Oliver Hardy? A chi si ispirarono gli sceneggiatori Lucio Fulci e Sandro Continenza per il personaggio di Nando Moriconi di Un americano a Roma? Come mai non andò in porto il progetto di fare un sequel con Un romano a New York? Cosa hanno imparato gli studenti Robert De Niro e Dustin Hoffman vedendo i film di Sordi all’Actors Studio? E soprattutto: Sordi è stato un inguaribile filo-americano o al contrario un acerrimo anti-americano?

Di tutto questo si è parlato nella conferenza-show dal titolo Non solo Kansas City: Alberto Sordi, un romano in America da Ollio a Kissinger ternutasi il 13 novembre 2017 nella Sala del Mappamondo della Camera dei Deputati a Roma.


Alberto "Henry" Sordi

L’evento, promosso dalla Fondazione Italia Usa, ha reso omaggio al grande attore romano facendo conoscere al grande pubblico storie, curiosità e aneddoti legati al suo rapporto con gli Stati Uniti: dal concorso da lui vinto nel 1937 per doppiare Oliver Hardy al film mancato del 1975 nei panni del Segretario di Stato americano Henry Kissinger.

La storia dell’italiano Sordi può infatti essere intrecciata con molti grandi eventi che hanno visto protagonisti italiani e americani nel Novecento: la Grande Guerra (Addio alle armi), l’armistizio dell’8 settembre 1943 (Tutti a casa), l'arrivo degli alleati (Polvere di Stelle), la passione di Nando Moriconi per tutto ciò che è yankee negli anni della Ricostruzione e del Piano Marshall (Un Americano a Roma), il consumismo e il capitalismo americano a confronto con la civiltà contadina e neo-industriale italiana del boom. Dal venditore di bambini (Il giudizio universale) all mafioso brianzolo e piccolo borghese alle prese con il gangsterismo newyorchese (Mafioso), dal latin lover (I tre volti, Venezia, la luna e tu) al caso umano televisivo (Un italiano in America); e ancora: il miserabile che gioca a scopa con la miliardaria Bette Davis (Lo scopone scientifico), l’industriale misogino contrario all'emancipazione delle donne americane (Io e Caterina), l’uomo medio che critica l’invadenza di “Dallas” (Il tassinaro), il faccendiere che gioca con l’alta finanza internazionale (Assolto per aver commesso il fatto).


Albertone con Woody Allen e Andy Warhol

Tra film girati, progetti rimasti nel cassetto, vacanze e viaggi di lavoro, retrospettive e omaggi da New York a Los Angeles, quella di Sordi negli States è una storia altrettanto divertente e ricca di particolari poco conosciuti che sono stati svelati nel corso della conferenza, moderata dal giornalista Giampiero Gramaglia, da Luca Martera, documentarista tra Italia e Stati Uniti, attraverso sequenze tratte da film, cinegiornali e interviste.


Clicca qui per leggere l'articolo di Filippo Ceccarelli per il Venerdì di Repubblica sulla conferenza-show.



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27 ottobre 2017

Americanismo e Antiamericanismo nel cinema italiano: Il Caso Mattei e la morte di Pasolini



                                                                                  Al centro, Furio Colombo e Gian Maria Volonté


“Io faccio affari con petrolieri, non venditori di petrolio”. La frase-lapide è del miliardario texano dal volto pingue e roseo (vagamente maialesco) che così sprezzantemente liquida Enrico Mattei durante una colazione di lavoro. Piccato, il fondatore dell’Eni, attraverso il suo interprete, gli ordina di tradurre in inglese alla lettera: ”Questo colloquio se lo ricorderà per tutta la vita, parola di Enrico Mattei”. L’interprete, diplomatico, saluta il petroliere e il suo assistente, dicendo: “Temo che l’affare sia saltato. Arrivederci signori”.

Questa scena è tratta dal film del 1972 di Francesco Rosi “Il caso Mattei” dedicato alla vita di Mattei, interpretato con la solita abilità mimetica da Gian Maria Volonté. A far da attore-traduttore nel film fu Furio Colombo, giornalista, scrittore, americanista e parlamentare della Repubblica, presente alla conferenza-show "Chi vuò fà l’Amerikano? - Un secolo di Stati Uniti attraverso il Cinema Italiano” che si è tenuta lunedì 23 ottobre al Centro Studi Americani di Roma.


Colpi di stato, opposti estremismi, servizi deviati, cadaveri eccellenti e la solita CIA che manipola tutto e tutti. Il film di Rosi, col senno di poi, si presta a tante, forse troppe, letture ex-post. Alla domanda, rivolta dal curatore dell’evento Luca Martera all’ex direttore dell’Unità Colombo, sul perché Rosi abbia scelto di realizzare un film che - visto oggi - sembra finanziato dall’Eni per raccontare la lotta di uno uomo solo contro tutti, Colombo ha precisato: “La storia di Mattei riguardava un pezzo di Italia contro un altro pezzo d’Italia e l’omicidio del giornalista De Mauro (che aiutò Rosi nelle ricerche per il film) non può essere collegato all’omicidio Pasolini. A Rosi piaceva curare più l’aspetto formale costruendo un puzzle che doveva lasciare volutamente molti punti interrogativi”. Come molti ricorderanno, Pasolini aveva da poco finito di girare “Salò” nel 1975 e da qualche anno stava lavorando al romanzo uscito postumo “Petrolio” che, per molti, sarebbe la vera ragione della sua morte poiché in alcune pagine - all’inizio ritenute perse ma poi rese note dal senatore ora in galera Marcello Dell’Utri - Pasolini parlò di P2, quando ancora non si sapeva cosa fosse, indicando nel successore di Mattei all’Eni, Eugenio Cefis, il fondatore della loggia massonica nonché il mandante dell'omicidio Mattei in combutta con i servizi segreti americani.

Ma, oltre a Rosi, come hanno raccontato gli Stati Uniti quei registi, produttori e sceneggiatori che hanno fatto grande il cinema italiano? Così Martera: “In Italia, siamo sempre stati divisi su tutto e quindi anche in questo ambito si sono sviluppate correnti filo-americane e anti-americane di centro, destra e sinistra. Poi, a guardare bene, ci fu molta cautela da parte di molti “maestri” perché nel periodo d’oro i film italiani facevano il giro del mondo ma la distribuzione restava in mano agli americani. Ad inquadrare bene il fenomeno con il suo proverbiale cinismo fu Alberto Sordi, che così volle rassicurare quel giovane Sottosegretario allo Spettacolo di nome Giulio Andreotti sulle sorti del nostro cinema negli anni di Scelba e del Piano Marshall: “Vanno ai comizi dei metalmeccanici, ma se poi i produttori non li pagano in nero e in Svizzera, i film non li fanno”. Come dire, cuore a sinistra e portafoglio a destra, ieri, oggi e domani.


E ancora: la raccomandazione chiesta da Tony Renis al boss mafioso Joe Adonis per avere un ruolo nel film “Il Padrino” di Francis Ford Coppola, Mike Bongiorno agit-prop al servizio di Clare Boothe Luce, l’interpretazione nei panni di un simil-Cupido di Benito Mussolini nel film muto americano “La città eterna”, il film su Sacco e Vanzetti di Giuliano Montaldo che fa riaprire l’inchiesta negli Stati Uniti sui due anarchici che riescono ad ottenere la riabilitazione nel 1977, il finale del film del 1975 di Giuseppe Ferrara “Faccia di spia” che mostra le due Torri Gemelle coperte da un fiume di sangue a significare la commistione tra gli affari di Wall Street e gli eccidi nel mondo made in CIA.

Di questo e molto altro si è parlato nella conferenza-show ideata da Martera e promossa nell’ambito del Festival Diplomacy diretto da Giorgio Bartolomucci, in collaborazione con la rivista di cinema Sentieri Selvaggi. Qui di seguito la playlist con alcuni estratti dalla conferenza durante la quale l'autore, in base all'art. 70 della legge sul diritto d'autore, ha fatto uso di citazioni cinematografiche per finalità di critica, analisi e discussione.


Al termine della conferenza il critico cinematografico Simone Emiliani ha chiacchierato con Martera su come i registi italiani hanno raccontato gli Stati Uniti negli ultimi anni e il discorso non è potuto che cadere sul produttore americano Harvey Weinstein, il cui ruolo è stato fondamentale per far ottenere gli Oscar ai film italiani “Nuovo Cinema Paradiso”, “Il postino”, “Mediterraneo” e “La vita è bella”. A proposito del film di Benigni, all’epoca del tour promozionale negli Stati Uniti, il regista toscano fu preso in giro dal programma satirico di Mtv “Celebrity Deathmatch” che vedeva scontrarsi in una lotta all’ultimo sangue personaggi famosi riprodotti in plastilina. Come avversario di Benigni, Mtv scelse Benito Mussolini, definito nella scheda di presentazione come colui che mandò al macello gli italiani, invase l’Etiopia e fu amico di Hitler. Descrizione di Benigni: massacratore di lingua inglese, invasore di spazio personale altrui e amico personale di Harvey Weinstein...

Per richiedere il racconto-show sugli Americani nel Cinema Italiano per scuole, università, aziende, associazioni, fondazioni e abitazioni private, leggi qui.









11 ottobre 2017

Un "documentario dal vivo" per raccontare gli Stati Uniti attraverso un secolo di cinema italiano


Se sappiamo bene come Hollywood ha rappresentato gli italiani e gli italo-americani - brutalmente, attraverso le 4 M di mamma, mandolino, mafia e macaroni - raramente, invece, si è indagato sul modo in cui gli italiani stessi hanno raccontato e rappresentato il popolo americano.

E' questo il tema del documentario dal vivo che sto portando in tour in Italia e Stati Uniti. Si tratta di un divertente, scandaloso e affascinante viaggio tra storia, letteratura, antropologia, sociologia, emigrazione, mass-media attraverso una selezione delle sequenze più significative tratte da film e documentari italiani dagli anni del muto sino ai giorni nostri. 

La prima presentazione dal titolo "Chi vuò fa' l'Amerikano?" si è tenuta lunedì 23 ottobre 2017 al Centro Studi Americani di Roma nell'ambito del Festival Diplomacy. 



La seconda presentazione dal titolo Non solo Kansas City: Alberto Sordi, un romano in America da Ollio a Kissinger si è tenuta lunedì 13 novembre 2017 nella Sala del Mappamondo del Parlamento italiano.


Sono centinaia i film prodotti in Italia e girati sia nello Stivale che direttamente negli States con battute, riferimenti e personaggi legati al Nuovo Mondo. Oltre alla figura dell'italo-americano che ha fatto fortuna (il cosiddetto prominent) ed è malato di nostalgia patriottica, diverse sono le tipologie-stereotipi ricorrenti: ufficiali dell’esercito guerrafondai e tutti d’un pezzo, bionde bellissime e ovviamente oche, mafiosi italo-americani tonti e dal volto orripilante, figli dei fiori perennemente su di giri, sadici agenti CIA con l’occhio ceruleo, emigrati di ritorno cafoni e arricchiti malati di nostalgia patriottica, soldati negri sempre ubriachi, avidi e grassi uomini d'affari con sigaro e cappellone texano, cowboy imperialisti e indiani un po’ troppo comunisti, miliardarie pluri-divorziate in cerca di latin lover.


Nel periodo muto e fascista, gli stereotipi sugli Stati Uniti riflettono i valori di quel tempo in cui si immagina un Eldorado esotico e tentacolare, popolato da cowboy giustizieri, indiani selvaggi, servitori negri, gangster vagamente latini (ma mai italiani per ragioni di censura), donne dai capelli platino in abito da sera e ricchi capitalisti in frac che fumano il sigaro e perennemente col bicchiere di whisky in mano.

Tutto cambia con l’arrivo degli Alleati nel 1943. Gli italiani vedono per la prima volta come parlano e sono fatti gli americani, che da liberatori regalano cioccolata, sigarette e calze di nylon a "segnorine" e sciuscià. Diversi film del Neorealismo firmati da Rossellini, De Sica e altri registi raccontano questo periodo difficile con uno sguardo talvolta critico e in alcuni casi anche anticipatore. Oltre al fenomeno delle “spose di guerra”, si parla infatti anche dei soldati di colore che fanno figli con donne italiane e vengono trattati come persone quando invece negli Stati Uniti sono ancora vittime della segregazione razziale, che rimarrà in vigore ancora sino a metà degli anni ‘60.
                                               

Numerosissimi sono gli incroci, gli scambi e le influenze tra cinema americano e italiano dagli anni ‘50. Dalla Hollywood sul Tevere a base di kolossal biblici di serie A e "sandaloni" e "peplum" di serie B ai premi Oscar a Federico Fellini, Anna Magnani e Sophia Loren, dal successo mondiale degli spaghetti-western di Sergio Leone alle centinaia di film a stelle e strisce girati in Italia da “Vacanze Romane” di William Wyler a “To Rome with Love” di Woody Allen.

Tutti i più grandi registi italiani si sono cimentati, almeno una volta, con temi e luoghi dell’immaginario a stelle e strisce: oltre ai già citati De Sica e Rossellini, figurano anche Fellini, Antonioni, Pasolini, Rosi, Petri, De Filippo, Monicelli, Lizzani, Montaldo, Scola, Salce, Ferreri, Bertolucci, Wertmuller, Cavani e più di recente Tornatore e Sorrentino. Per non citare i divertenti sfottò al capitalismo e consumismo americano di Totò, Alberto Sordi, Marcello Mastroianni, Ugo Tognazzi, Vittorio Gassman, Nino Manfredi, Monica Vitti e Paolo Villaggio.


Né mancano interessanti e insoliti racconti sull’altra America negli anni caldi della contestazione e delle lotte per i diritti civili in numerosi documentari che riflettono lo sguardo e l'ideologia dei loro autori nel contesto di quei tempi: cattolico-pacifista (Cesare Zavattini, Mario Soldati), marxista-terzomondista (Antonello Branca, Ansano Giannarelli), nostalgico-reazionario (Luigi Barzini Jr., Giovanni Guareschi), anti-americano di estrema sinistra (Ugo Gregoretti, Giuseppe Ferrara, Andrea Frezza, Paolo Pietrangeli) e anarchico-libertario con il filone dei mondo-movies firmati da Gualtiero Jacopetti, Tinto Brass, Giancarlo Fusco e Luigi Vanzi, autore quest’ultimo di “America paese di dio” del 1965 con un commento lungimirante firmato da Italo Calvino.

La fine degli anni '70 segna il tramonto della stagione d'oro del cinema italiano con lo sfruttamento sistematico di tutti quei generi e sottogeneri che, tra omaggi-oltraggi, remake non dichiarati e parodie grossolane, continuavano a rifarsi a un immaginario made in USA popolato da poliziotti giustizieri, alieni, zombie e cannibali. 

Dagli anni ‘80 agli anni 2000, sono diversi i casi di film italiani che anticipano la cosiddetta "fuga di cervelli" negli States dovuta all'eterna crisi e la conseguente disoccupazione giovanile in Italia: da "Lontano da dove" di Stefania Casini a "Summertime" di Massimo Mazzucco, da “Once We Were Strangers” di Emanuele Crialese fino a "My name is Tanino" di Paolo Virzì. Per il resto prevale più il calcolo che la voglia di raccontare storie autentiche, capaci di catturare lo spirito del tempo. Ecco, quindi, che alcuni cineasti italiani hanno preferito volgere lo sguardo al passato con operazioni nostalgia, vagamente ricattatorie e decisamente ammiccanti al mercato americano. Il riferimento non può che andare agli Oscar vinti da Tornatore per "Nuovo Cinema Paradiso", Salvatores per "Mediterraneo", il compianto Troisi per "Il Postino" (il premio andò alle musiche, ma fu candidato anche come miglior film), Benigni per "La vita è bella" e Sorrentino per "La grande bellezza", quest'ultimo di fatto remake non dichiarato de "La Dolce Vita". 

Negli ultimi dieci anni, sembra consolidarsi invece una nuova ondata di registi italiani che dirigono film recitati in lingua inglese per il mercato globale, da Roberto Minervini  a Luca Guadagnino, da Gianfranco Rosi a Andrea Pallaoro, includendo in questa categoria il già hollywoodiano Gabriele Muccino.


Alla fine qual è il bilancio di cent’anni di Stati Uniti visti dal cinema italiano? Grosso modo è stata una battaglia che hanno perso sia gli italiani che gli americani. Un film è soprattutto un prodotto commerciale e non uno strumento per capire i popoli e quindi entrambe le cinematografie hanno badato, quasi sempre, più a sfruttare biecamente i rispettivi stereotipi che ad analizzare le differenze culturali con umorismo e reale interesse antropologico. Visto che entrambe le cinematografie si sono scambiate in un secolo di storia sorrisi e canzoni, applausi e risate, baci e schiaffi, abbracci e insulti, mani sul sedere e bombe, al termine dello show sarà assegnato il premio "Asino d'oro" ai peggiori film italiani e americani che hanno rappresentato i due popoli riducendoli a stereotipi da cartolina. Il premio si propone di stimolare produttori, sceneggiatori e registi di serie tv, show e film di Hollywood a "studiare di più" e se non altro a giocare con gli stereotipi, puntando su soluzioni e storie più intelligenti come, ad esempio, nella commedia "Un pesce di nome Wanda" dove gli Americani insultano gli Inglesi magnificando gli italiani...




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11 maggio 2017

Business tra Italia, Stati Uniti e Cina: un documentario per raccontare come si fa



Dall'intervista di Giovanni Minoli a Luca Martera per il programma Mix24 di giovedì 11 maggio 2017 (da 13m a 27m).

Stereotipi, fraintendimenti linguistici, barriere culturali. Passi se succede nei film o nelle serie tv di Hollywood, ma se dobbiamo fare affari quanto contano le differenze culturali?

Negli ultimi anni si è fatta strada una nuova disciplina, “la Business anthropology”, che aiuta quelle aziende che vogliono conquistare mercati esteri ad evitare errori e figuracce quando si deve negoziare un contratto, gestire dipendenti e rivolgersi alle autorità di quel paese. Partiamo dagli Stati Uniti. Per il fatto che conosciamo più o meno la loro storia e più o meno la loro lingua, pensiamo di conoscerli bene, ma non è proprio così. Essendo il loro, un mercato basato sulla concorrenza, il rispetto dei brevetti e la tutela del consumatore, il rischio di cause legali è sempre in agguato e questo ha portato sempre di più negli ultimi anni a una sorveglianza di tipo orwelliano in tutti gli ambienti lavorativi per evitare il rischio che un dipendente o un acquirente sia tentato dall’usare prodotti e servizi in maniera impropria e poi fare causa al solo scopo di arricchirsi.

Ma quali differenze ci sono nell’ambito della cultura aziendale americana riguardo il rispetto degli orari e la gerarchia?

Se non si raggiunge un accordo, non si tira per le lunghe ma ci si rivede un altro giorno. Se il capo dice qualcosa di sbagliato, puoi farglielo capire e lui non si offende. Poi c’è l’integrity, cioè l’etica aziendale. Ad esempio, un manager deve sapere quando prendere le distanze da un dipendente che gli si rivolge con troppa piaggeria o fa il ruffiano. La pianificazione, poi, è molto importante: le scadenze vanno rispettate. Se dici una cosa deve essere quella, altrimenti ti bollano per sempre con il marchio di flip flopper, una che salta di qua e di là. L’abilità di lavorare in gruppo è fondamentale. Non c’è il paternalismo dovuto alla conduzione familiare. Manager e dipendenti pranzano insieme e ci parli più o meno quando vuoi. Disagree and commit, dicono gli americani, cioè dissentire e impegnarsi, lavoro di squadra prima di tutto anche se non condividi la policy aziendale allo scopo di ottenere il massimo risultato.

Perché è diversa l’etica del successo tra Americani e italiani?

Qui siamo proprio agli antipodi. In Italia spesso il successo non ti viene perdonato e quel senso di invidia e disfattismo fa sì che a spartirsi la torta siano sempre gli stessi soggetti con le stesse fette. Negli Stati Uniti, se uno lavora e crea nuove industrie, la torta diventa più grande e quindi anche se la fetta che uno prende è grande, anche la fetta degli altri è grande permettendo al paese di espandersi e fiorire.

Luca, cosa devono imparare invece gli imprenditori italiani che vogliono approdare nella terra del Dragone?

Be’, intanto che Cina la chiamiamo così solo noi occidentali e che loro si definiscono quelli del  “Regno di mezzo” ovvero al centro di tutto. Questo per far capire che siamo noi a doverci adeguare a loro e non viceversa. L’arte del maneggio poi - tra l’altro, questa, parola veneziana da cui discendono le parole management e manager - in Cina è antica quanto quella nostra. Quando si fanno affari con loro, si deve tenere conto di vari aspetti: oltre alla barriera linguistica, ci sono il rischio di violazione del copyright, la complessità della burocrazia e la difficoltà nell’ottenimento delle licenze.

Ma forse ancora più insormontabili delle difficoltà con la lingua, sono le differenze culturali. Si pensa erroneamente che l’etica del lavoro in Cina mortifichi la creatività, il genio e il talento, come li concepiamo noi. Le cose stanno proprio così?

Ai cinesi non piace l’enfasi rimanendo fedeli al precetto confuciano “mastica amaro e sopporta la dura fatica”. I primi anni sono duri e prevale la mattress culture (cultura del materasso) cioè l’abitudine imposta agli ingegneri del reparto di ricerca e sviluppo di dormire in ufficio nei primi anni della fondazione di una nuova azienda. I lavativi sono disprezzati tant’é che usano l’espressione “sei come un raviolo brasato attaccato alla padella” per indicare il dipendente scansafatiche o corrotto che rimane attaccato alla propria poltrona. Questo porta anche a fondere vita privata e lavorativa e non si ha timore di condividere i propri problemi con i capi o i colleghi.

Quanto ai rapporti con aziende straniere, non avendo un codice civile e commerciale come lo intendiamo noi, come ci si regola in genere?

Le negoziazioni in genere continuano nel tempo e i contratti firmati non sono mai definitivi, cosa che per un imprenditore occidentale è molto difficile da comprendere. Ma anche in questo caso ci aiuta la filosofia. Oltre al celebre l’arte della guerra di Sun Tzu, i cinesi portano avanti gli affari seguendo i 36 stratagemmi del trattato militare compilato in epoca Ming (tra il 1300 e il 1600) utile per tutte le transazioni e la strategia dei 24 caratteri elaborata da Deng Xiaoping negli anni ‘90. Qualche esempio: osservare con calma, trattare gli affari senza fretta, nascondere le proprie capacità e aspettare l’occasione propizia, mai rivendicare la propria leadership, essere bravi nel mantenere un basso profilo. Non è solo un balletto artificioso di buone maniere ma per i cinesi è l’unico modo per testare la mostra spontaneità, sincerità e onestà per poterci definire amici, prima ancora di siglare un accordo o intraprendere una qualsiasi forma di collaborazione. Mai parlare tanto per parlare, anche si ti chiedono per quale squadra tifi o del clima che hai lasciato a Roma o Milano alla partenza. Una volta però conquistata la fiducia di un imprenditore cinese, la guanxi (relazione) è per sempre e non bisogna neanche stupirsi se questo accordo verrà celebrato non con una stretta di mano ma con un rutto liberatorio. Per i cinesi non bisogna mai tenersi niente dentro. Vale anche per le scatarrate che vediamo sconcertati fare ai turisti cinesi in Italia. Ma un cinese mi ha spiegato che lo fanno così spesso a causa dell’aria inquinata.

Luca, su questi argomenti stai sviluppando il progetto di ricavarne un documentario?

Sì, gare di sputi a parte, mi piacerebbe poter raccontare per immagini tutto quello che devono fare e non fare gli imprenditori italiani che vogliono affermarsi in mercati difficili e competitivi come quello americano, cinese, ma anche messicano, russo, giapponese, brasiliano e indiano partendo proprio dalle relazioni culturali prim’ancora di quelle commerciali.

Hai già un produttore?

No, e mi piacerebbe trovarne più di uno tra quelle stesse aziende italiane che hanno aperto o vorrebbero aprire una filiale all’estero, magari con l’aiuto e il coinvolgimento delle camere di commercio italiane all’estero, di esperti come Venanzio Ciampa di The Promoction Factory, Umberto Mucci di We The Italians e Gabriele Caramellino di Italo Globali e di quegli studi legali e aziende di intermediazione che si occupano di formazione e business anthropology, come Export Usa di Muriel Nussbaumer.


PER CONTATTARMI
Tutti coloro che sono interessati a partecipare al documentario, possono contattarmi scrivendo un messaggio privato sulla mia pagina social di Facebook.











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4 aprile 2017

Chi sono e che cosa fanno gli "Italo Globali"?



"Essere Italo Globali significa saper vedere e saper cogliere le opportunità di questa epoca, interagendo con esse. Questi temi riguardano soprattutto l’imprenditoria, l’economia, la comunicazione, la creatività, l’innovazione e la scienza. In tal senso, pensiamo che Italo Globali sia un grande tema “tecnico” per il presente e per il futuro dell’Italia".

Così li definisce Gabriele Caramellino, giornalista, esperto di comunicazione e new media, collaboratore di Nòva - Il Sole 24 Ore (l’area del quotidiano dedicata alla ricerca, all’innovazione e alla creatività) e curatore del volume "Italo Globali. Viaggio nell'Italia che vive al ritmo del mondo" (Lupetti Editore, 2014) che raccoglie gli interventi di decine di "cervelli italiani in movimento e non in fuga" su come si vive e lavora da "inbetweener" tra la madrepatria e il paese che ti ha dato una migliore opportunità di lavoro.


Nel libro figurano i contributi di diversi imprenditori e professionisti che hanno fatto del "made in Italy" il loro punto di forza, oltre alla testimonianza di due decani doc: il fotografo Oliviero Toscani e il mass-mediologo Alberto Abruzzese.

L'iniziativa è diventata anche un momento di confronto con due convegni che si sono tenuti nella sala Aldo Moro della Camera dei Deputati, il primo il 4 ottobre 2016 e il secondo il 30 marzo 2017. 




Durante il mio intervento del 30 marzo (da 2h 2m) ripreso dalla webtv della Camera e caricato sul canale Italo Globali di Youtube, ho parlato della mia attività di regista, documentarista e sceneggiatore nel cinema, nella televisione e nel web tra Roma e Milano, New York e Los Angeles. In particolare, mi sono soffermato su come vengono percepiti gli italiani dai media negli Stati Uniti, sulle relazioni culturali tra Italia e Cina e su alcune nuove tendenze dell'industria audiovisiva statunitense. 


Clicca qui per leggere il comunicato stampa del convegno. 
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28 marzo 2017

Tutta la storia di Ralph Minichiello, il marine italo-americano che dirottò il Boeing nel 1969 da Los Angeles a Roma





Nel 1969 tutti i giornali e le tv del mondo ne hanno parlato.

E’ stato forse l’unico italiano a fare la guerra in Vietnam ma non ha nulla a che a fare con John Rambo, il personaggio interpretato da Sylvester Stallone, al quale è stato spesso accostato.

A 19 anni era già un veterano di guerra, un marine pluridecorato con 5 medaglie al valore.

Robert De Niro convinse Giancarlo Giannini a fare un film su di lui ma poi il progetto saltò. Mel Gibson ci ha riprovato ma lui ha detto di no.

Divenne un eroe involontario per i pacifisti di tutto il mondo, che hanno visto nella sua impresa folle e temeraria un atto di sfida nei confronti del governo americano.

Nel 1985 progettò di vendicarsi dei medici che avevano fatto morire sua moglie incinta rimasta per 5 ore in sala travaglio ma desiste dopo che un amico lo avvicina alla lettura del Bibbia.

Ma chi è veramente e che cosa ha fatto Raffaele Minichiello?

Giovanni Minoli lo ha incontrato per farsi raccontare la sua incredibile storia in tre puntate, curate da Luca Martera, nel corso di Mix24 in onda da martedì 28 a giovedì 30 marzo 2017. L'occasione è data dall'uscita del libro "Il marine" (Mondadori) scritto dal giornalista Pier Luigi Vercesi.


Il 31 ottobre 1969 si è reso protagonista del più lungo dirottamento nella storia dell'aviazione civile, oltre 19 ore da Los Angeles a Roma per un totale di quasi 11 mila chilometri in aria.

Avvincente come la trama di un film, la sua è una storia che merita di essere raccontata.


Emigrato nel 1963 a 14 anni con i suoi genitori da Melito Irpino, in provincia di Avellino, per trasferirsi a Seattle, Minichiello si arruola qualche anno dopo come lance corporal, cioè soldato scelto, partendo volontario per la guerra del Vietnam.

Marine pluridecorato per le sue missioni – aveva sparato e ucciso ed era sopravvissuto  agli agguati dei cecchini nel delta del Mekong e alle bombe che ragazzini vietcong e prostitute sorridenti facevano esplodere nelle strade di Da Nang e nei bordelli di Saigon – Ralph entra in conflitto con i suoi capi, quando scopre un ammanco sul suo conto per un errore contabile dell’amministrazione. Così perde la testa e mette a soqquadro lo spaccio della base andandosene via con duecento dollari di viveri.



Il 29 ottobre lo aspetta la corte marziale ed a questo punto che decide di disertare e pagando un collega per farsi sostituire va a Sacramento a comprarsi un fucile e il 31 ottobre 1969, a  Los Angeles, sale a bordo del Boeing, con un mitra a canna corta e 350 pallottole nascoste nella borsa. Puntando il fucile contro una hostess, si fa accompagnare dal comandante e ordina di andare a New York.

L’aereo, con ottanta passeggeri a bordo, fa quattro scali intermedi (Denver, New York, Bangor nel Maine e Shannon in Irlanda) e il solo e unico colpo sparato finisce sul soffitto della cabina.  I suoi sei ostaggi, i quattro piloti, l'hostess e il motorista, non muovono un dito perché forse Ralph potrebbe avere altri armi addosso.



Atterrato a Roma, Ralph riesce ad evitare gli agguati delle teste di cuoio dell’Fbi e chiede una macchina per Napoli, ma quando si accorge di essere braccato, abbandona la vettura, rifugiandosi nel Santuario del Divino Amore sull’Ardeatina. Lì stanco viene catturato e consegnato alla giustizia italiana. In questura, circondato da giornalisti e cine-operatori, si difende in un italiano stentato: “Paisà, perché mi state arrestando?”.

Ralph fu condannato a sette anni di reclusione per aver introdotto e detenuto armi e munizioni da guerra (di cui soltanto 1 e mezzo realmente scontati). La giustizia italiana tenne in conto delle dovute attenuanti generiche (in primis il mancato indennizzo dovuto al marines Minichiello durante la guerra in Vietnam). La buona condotta lo liberò dopo diciotto mesi.



Oggi è un 67enne di bell’aspetto, modi gentili e raffinati, vive con la sua famiglia a Milano. I conti con la giustizia americana sono stati perdonati da tempo e Ralph è un cittadino libero anche in America.

da sinistra, Giovanni Minoli, Raffaele Minichiello, Luca Martera


Clicca sui seguenti link per ascoltare le tre parti dell'intervista di Giovanni Minoli a Raffaele Minichiello.

Prima parte (da 28 minuti) - Martedì, 28 marzo 2017

Seconda parte (da 26 minuti) - Mercoledì, 29 marzo 2017

Terza parte (da 27 minuti) - Giovedì, 30 marzo 2017







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