28 marzo 2017

Tutta la storia di Ralph Minichiello, il marine italo-americano che dirottò il Boeing nel 1969 da Los Angeles a Roma





Nel 1969 tutti i giornali e le tv del mondo ne hanno parlato.

E’ stato forse l’unico italiano a fare la guerra in Vietnam ma non ha nulla a che a fare con John Rambo, il personaggio interpretato da Sylvester Stallone, al quale è stato spesso accostato.

A 19 anni era già un veterano di guerra, un marine pluridecorato con 5 medaglie al valore.

Robert De Niro convinse Giancarlo Giannini a fare un film su di lui ma poi il progetto saltò. Mel Gibson ci ha riprovato ma lui ha detto di no.

Divenne un eroe involontario per i pacifisti di tutto il mondo, che hanno visto nella sua impresa folle e temeraria un atto di sfida nei confronti del governo americano.

Nel 1985 progettò di vendicarsi dei medici che avevano fatto morire sua moglie incinta rimasta per 5 ore in sala travaglio ma desiste dopo che un amico lo avvicina alla lettura del Bibbia.


Ma chi è veramente e che cosa ha fatto Raffaele Minichiello?
Giovanni Minoli lo ha incontrato per farsi raccontare la sua incredibile storia in tre puntate, curate da Luca Martera, nel corso di Mix24 in onda da martedì 28 a giovedì 30 marzo 2017. L'occasione è data dall'uscita del libro "Il marine" (Mondadori) scritto dal giornalista Pier Luigi Vercesi.


Il 31 ottobre 1969 si è reso protagonista del più lungo dirottamento nella storia dell'aviazione civile, oltre 19 ore da Los Angeles a Roma per un totale di quasi 11 mila chilometri in aria.

Avvincente come la trama di un film, la sua è una storia che merita di essere raccontata.


Emigrato nel 1963 a 14 anni con i suoi genitori da Melito Irpino, in provincia di Avellino, per trasferirsi a Seattle, Minichiello si arruola qualche anno dopo come lance corporal, cioè soldato scelto, partendo volontario per la guerra del Vietnam.

Marine pluridecorato per le sue missioni – aveva sparato e ucciso ed era sopravvissuto  agli agguati dei cecchini nel delta del Mekong e alle bombe che ragazzini vietcong e prostitute sorridenti facevano esplodere nelle strade di Da Nang e nei bordelli di Saigon – Ralph entra in conflitto con i suoi capi, quando scopre un ammanco sul suo conto per un errore contabile dell’amministrazione. Così perde la testa e mette a soqquadro lo spaccio della base andandosene via con duecento dollari di viveri.



Il 29 ottobre lo aspetta la corte marziale ed a questo punto che decide di disertare e pagando un collega per farsi sostituire va a Sacramento a comprarsi un fucile e il 31 ottobre 1969, a  Los Angeles, sale a bordo del Boeing, con un mitra a canna corta e 350 pallottole nascoste nella borsa. Puntando il fucile contro una hostess, si fa accompagnare dal comandante e ordina di andare a New York.

L’aereo, con ottanta passeggeri a bordo, fa quattro scali intermedi (Denver, New York, Bangor nel Maine e Shannon in Irlanda) e il solo e unico colpo sparato finisce sul soffitto della cabina.  I suoi sei ostaggi, i quattro piloti, l'hostess e il motorista, non muovono un dito perché forse Ralph potrebbe avere altri armi addosso.



Atterrato a Roma, Ralph riesce ad evitare gli agguati delle teste di cuoio dell’Fbi e chiede una macchina per Napoli, ma quando si accorge di essere braccato, abbandona la vettura, rifugiandosi nel Santuario del Divino Amore sull’Ardeatina. Lì stanco viene catturato e consegnato alla giustizia italiana. In questura, circondato da giornalisti e cine-operatori, si difende in un italiano stentato: “Paisà, perché mi state arrestando?”.

Ralph fu condannato a sette anni di reclusione per aver introdotto e detenuto armi e munizioni da guerra (di cui soltanto 1 e mezzo realmente scontati). La giustizia italiana tenne in conto delle dovute attenuanti generiche (in primis il mancato indennizzo dovuto al marines Minichiello durante la guerra in Vietnam). La buona condotta lo liberò dopo diciotto mesi.



Oggi è un 67enne di bell’aspetto, modi gentili e raffinati, vive con la sua famiglia a Milano. I conti con la giustizia americana sono stati perdonati da tempo e Ralph è un cittadino libero anche in America.

da sinistra, Giovanni Minoli, Raffaele Minichiello, Luca Martera


Clicca sui seguenti link per ascoltare le tre parti dell'intervista di Giovanni Minoli a Raffaele Minichiello.

Prima parte (da 28 minuti) - Martedì, 28 marzo 2017

Seconda parte (da 26 minuti) - Mercoledì, 29 marzo 2017

Terza parte (da 27 minuti) - Giovedì, 30 marzo 2017







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19 febbraio 2017

Come si fanno ad aprire le porte di Hollywood?

Intervista ad Alessandro Minoli di Luca Martera per Tv Zoom


Jeff & Some Aliens racconta di tre alieni che stanno studiando il nostro pianeta con l’aiuto di Jeff, l’uomo più “medio” del mondo. Jeff è un bravo ragazzo, uno sfigato che sta semplicemente cercando di stare a galla in un mondo complicato, e gli alieni diventano in pratica i suoi coinquilini pigri e fannulloni. Hanno sempre voglia di aiutare Jeff, anche se non capiscono bene come funziona questo nostro mondo. Per esempio, nella seconda puntata, Jeff si trova senza soldi per portare la sua fidanzata fuori a mangiare sushi. Gli alieni lo aiutano con una loro tecnologia che gli permette di creare dal nulla qualsiasi cosa voglia, ma c’è una conseguenza: più cose realizza, meno gli resta da vivere. Messo alla prova, bastano cinque minuti a Jeff per perdere il controllo sui suoi impulsi e per perdere 20 anni di vita, comprando Porsche, animali esotici e altre stupidaggini.

  da sinistra, Alessandro Minoli, l'attore Brett Gelman, Sean Donnelly

Così descrive la sua “creatura” Alessandro Minoli, al suo debutto come showrunner con Sean Donnelly della nuova sitcom animata in 6 episodi, Jeff & Some Aliens, in onda dallo scorso 11 gennaio su Comedy Central Usa. I primi tre episodi sono visibili sul sito cc.com e al momento non è ancora noto quando la serie sarà trasmessa in Italia dal canale Sky di Comedy Central. Abbiamo incontrato Alessandro Minoli per farci spiegare com’è nato il suo progetto.

Alessandro, ti senti più italiano o americano?
Sono nato in Italia e qui ho passato i primi sei anni della mia vita. I miei primi e più profondi ricordi sono italiani. Ma ho vissuto e studiato all’estero tutta la mia vita. Quindi, in apparenza, sono diventato americano – con tanto di accento doc e fidanzata texana – conosco molti oscuri e inimmaginabili dettagli della “pop-culture”, ma alla fine sogno segretamente un piatto di spaghetti alle vongole e un pomeriggio al mare. Per tanti anni ho lottato, pronunciando tutte le parole italiane – incluso il mio nome – come un italiano, ma visto che parlo inglese come un americano, quando salta fuori all’improvviso una “R” arrotata o la “L” leggera italiana, la gente sembra spaventata, e non capisce più niente. Ormai, mi chiamano “Olé” invece di Ale, e quando ordino al ristorante, pronuncio i piatti italiani come Stanlio e Ollio per essere sicuro di essere capito.

Che studi hai fatto?
Alla New York University ho studiato teatro, sceneggiatura e anche composizione musicale. Dopo la laurea, ho passato sei mesi a studiare improvvisazione comica alla scuola di Philippe Gaulier a Parigi. Poi sono tornato a New York, e mentre cominciavo a trovare i primi lavoretti, continuavo gli studi seguendo corsi all’UCB (Upright Citizens Brigade), la più famosa scuola d’improvvisazione comica della Grande Mela, che è diventata il punto di riferimento per la commedia alternativa in America.

In che cosa consistevano questi primi lavori a New York?
Quando ho finito la scuola, stavamo vivendo il primo “boom” di contenuti  online – siti come YouTube erano all’avanguardia – e si investiva tanto, sprecando soldi, nella creazione di corti e serie per il web destinati a troppi canali, tutti diversi.  A quel tempo, ho avuto la fortuna di trovare lavoro come scrittore, produttore e attore per siti come MTV.comIFC.com e altri ed è lì che ho imparato a produrre, realizzare e montare due o tre corti alla settimana a volte.  Contemporaneamente, ho fatto un po’ di stand-up comedy e su Internet si possono trovare uno o due dei miei vecchi sketch.

Come hai cominciato a lavorare in televisione?
Sbattendo la testa come un mulo contro ogni porta. Stavo cercando un mezzo che contenesse tutte le cose che mi interessavano – scrittura, regia, recitazione, musica – e la televisione mi sembrava il luogo ideale. Io e il mio amico d’infanzia, il co-creatore di Jeff & Some Aliens Sean Donnelly, abbiamo deciso un giorno di fare tutto quello che potevamo per realizzare una serie televisiva. La nostra ignoranza di come funzionasse il sistema ci ha permesso un ottimismo abbastanza ridicolo, che ci ha spinto a creare, da soli, un “pilot”. In questo caso, l’unico tipo di contenuto che potevamo fare gratis senza aiuto era un’animazione di 10 minuti, che abbiamo chiamato Basement Gary. Questo corto ci ha permesso, un passo alla volta, di aprirci le porte di Hollywood.

Come e perché hai deciso a un certo punto di trasferirti a Los Angeles?
Los Angeles rimane il centro del mondo dello spettacolo. Anche prima di andare a vivere a lì, ho fatto 2-3 “pellegrinaggi”, sempre con idee in mano, preparando “pitch” che recitavo a chiunque avesse anche mezzo aggancio con lo showbiz, tipo cugini di coinquilini di nemici e di amici. Pian piano, io e Sean abbiamo trovato un manager – che era in realtà il padre pensionato di un amico, che era stanco di giocare a golf tutto il giorno e voleva fare qualcosa -, che ha letteralmente aperto le pagine gialle dello spettacolo e fatto centinaia di telefonate, trovandoci un giovane agente. Così, abbiamo fatto un sacco di incontri e dopo un po’ abbiamo siglato il nostro primo accordo con Fox, che ha comprato lo stesso Basement Gary per svilupparlo.

Come hai presentato la proposta di Jeff & Some Aliens?
Il pitch è una danza misteriosa in cui creatori presentano le loro idee ai diversi produttori e canali di Hollywood, sperando di conquistare la loro fiducia per trovare i fondi per avviare il progetto. Nel caso di Jeff & Some Aliens, avevamo già creato nove corti per un’altra serie su Comedy Central, dal titolo TripTank. Comedy Central, negli Usa, fa parte del pacchetto “basic cable” ed è famoso anche in Italia per i suoi show irriverenti come  South Park, The Daily Show, Broad City, Inside Amy Schumer e altri. In Fox abbiamo fatto il nostro “pitch” descrivendo i personaggi, l’ambientazione, le diverse trame, insomma tutto quello che serviva per creare un nuovo mondo con materiale narrativo sufficiente per durare anni e anni.

Tu non nasci come disegnatore, ma ti sei ritrovato a creare una sitcom animata. Come mai?
Ci sono tante idee che, per realizzarle, hanno bisogno di risorse. Questo limite spesso è di ostacolo ancora prima di partire, ma il bello dell’animazione è che basta una penna (elettronica) e un accesso diretto all’immaginazione. Il mio partner, Sean, è un artista di grandissimo livello e quindi, invece di spendere un anno cercando disperatamente di trovare soldi, abbiamo deciso di fare qualcosa di animato. Io, che a malapena disegno, mi sono messo davanti al computer per il nostro primo progetto e ho disegnato sfondi, e infatti alcuni di questi sono inguardabili. Da questo primo progetto siamo arrivati a Jeff & Some Aliens, anche se negli ultimi anni, abbiamo sviluppato progetti di “live action”. È vero che ci sono tante serie animate che hanno come target un pubblico adulto. Credo che ogni anno, con tutto quello che c’è da vedere, il pubblico diventi sempre più sofisticato.  Nel nostro caso, abbiamo cercato di parlare di argomenti seri – la malinconia di diventare adulto, l’importanza di seguire con tenacia i propri sogni - ma senza limitarci nella rappresentazione dell’imbecillità assoluta. Alla fine, l’animazione è anche un modo per esplorare anche l’oscenità e la follia senza limiti al servizio di una storia interessante.


Clicca qui per continuare a leggere l'intervista.



24 gennaio 2017

Come hanno raccontato la televisione il cinema italiano e americano?



La televisione nasce come diretta concorrente del cinema e sin dai suoi primi vagiti numerosi registi non hanno perso tempo nel condannarla come strumento di manipolazione e istupidimento delle masse al servizio del potere politico. La rassegna getta uno sguardo su questo particolare sottogenere del cinema italiano, nato addirittura in epoca fascista con i film Mille lire al mese e Batticuore - che già anticipano in nuce la commistione patologica tra politica e spettacolo - e arrivato al capolinea negli ultimi anni con il de profundis firmato da Matteo Garrone, il quale con Reality ha raccontato la voglia di protagonismo di quegli italiani senza arte né parte in perenne gara per lasciare qualche traccia di sé nell’etere.

Nel cinema americano il television-movie è un genere assai frequentato, in particolare il sottogenere dei film sul giornalismo televisivo: da Sindrome cinese a Dentro la notizia, da Cambio marito a Qualcosa di personale, da Eroe per caso a Da Morire sino a La Seconda guerra civile americana e Insider – Dietro la notizia, che chiudono definitivamente la riflessione sul potere micidiale dell’informazione televisiva, in particolare nel suo rapporto con l’establishment, come hanno ben dimostrato anche i satirici Sesso e Potere e Candidato a sorpresa e i documentari The Yes Men Fix the World, Bowling for Columbine e Fahrenheit 9/11, questi ultimi due di Michael Moore.





Punta estrema della critica a questo medium è sicuramente Assassini nati di Oliver Stone: esibizionismo e voyeurismo, compiacimento del torbido e gusto dell’orrido, uso e abuso di sangue, morte, violenza, massacro e ogni altra materia raccapricciante, vengono dispiegati, in questo film altamente controverso, nella convulsa e frantumata rappresentazione di una società che i media tengono sotto la non resistibile fascinazione del crimine.

Oltre al tv-reporting, altri generi sono stati presi di mira dal cinema americano: la soap opera con Tootsie e Bolle di sapone, la sitcom con Autofocus, i giochi con Quiz show, Magnolia e Confessioni di una mente pericolosa, i varietà con Bamboozled, Re per una notte e i reality show con The Contenders, Ed Tv, American Dreamz e Live!

Sul potere di suggestione, abuso di credulità popolare e istupidimento prodotto dalla televisione, quattro sono i titoli fondamentali entrati nella storia del cinema: l’antesignano Un volto nella folla, il pamplettistico Quinto potere («Sono incazzato nero e tutto questo non lo sopporterò più» invitava a ripetere l’anchorman Peter Finch) e i poetici Oltre il giardinoThe Truman Show. Chiara e netta è in queste pellicole la condanna della tv come «strumento del diavolo» della realtà contemporanea.


Per il cinema europeo: molto prima dell’avvento della tv verità e della televisione del dolore, Bertrand Tavernier ha raccontato un mondo dispotico dove la morte ne La Morte in diretta è spiata da una telecamera miniaturizzata inserita nell’occhio di un operatore, mentre Pedro Almodovar ha tinteggiato, in Kika, un quadro eccessivo degli eccessi del reality-show.

Discorso a parte merita il cinema italiano, che ha raccontato miserie (molte) e grandezze (poche) della Tv di Stato prima e commerciale poi sin dai primi anni dalla nascita del nuovo medium in più di trecento film, soprattutto commedie, prodotte dagli anni ’50 sino a oggi e dirette tra gli altri da Federico Fellini, Michelangelo Antonioni, Dino Risi, Mario Monicelli, Luigi Zampa, Luigi Comencini, Gianni Amelio, Ettore Scola, Elio Petri, Nanni Moretti. In realtà la critica alla tv risale addirittura - come si diceva sopra - agli anni ‘30 con il film di epoca fascista Mille lire al mese ambientato - come da retorica dei "telefoni bianchi" - in Ungheria e nel quale un’interferenza mescola in maniera inconsapevolmente lungimirante le immagini di un comizio e quello di uno spettacolo di danza.



Un curioso reperto di satira televisiva formato Rai monocanale è I Teddy Boys della Canzone del 1960 diretto da Domenica Paolella con protagonisti Delia Scala, Teddy Reno e Paolo Panelli, i quali, non riuscendo a farsi ricevere dal direttore della tv, se ne organizzano una clandestina – finanziata dal Cavalier Amato! – che a poco a poco ottiene un enorme successo di pubblico. I tre sfuggono alla polizia e alla fine saranno nominati direttore del secondo canale. Serie B tanto demenziale quanto profetica. Non mancano in questo periodo i film che criticano apertamente la censura Rai e la responsabilità della tv di Stato nell’istupidimento degli italiani: da Pugni, pupe e marinai a Urlatori alla sbarra, sino a quelli degli anni del boom I mostri (episodi: L’oppio dei popoli e Il Testamento di San Francesco), Il profeta, Un italiano in America e il gustoso episodio Guglielmo il dentone dal film I complessi. Di grande attualità sono ancora, in particolare, il direttore del Tg unico nazionale che non permette al caporedattore di parlare male delle forze dell’ordine (Mordi e fuggi) e il viscido funzionario Rai che scheda i suoi dipendenti in base all’orientamento sessuale (Contestazione generale, episodio La bomba alla televisione), una figura ispirata a Federico Umberto D’Amato, storico capo dell’Ufficio Affari Riservati, che cominciò alla fine degli anni Sessanta a occuparsi anche di personaggi dello spettacolo tra militanti e simpatizzanti di sinistra, tra cui Dario Fo, Enzo Jannacci, Milva, Sergio Endrigo, Caterina Caselli, Giorgio Gaber, Gian Maria Volonté, Federico Fellini, Mario Scaccia, Florinda Bolkan, Gianni Morandi.

Tanti anni dopo lo stesso Fellini farà ricorso al suo prediletto immaginario circense per rappresentare, in Ginger e Fred, la degradazione dello spettacolo popolare nel formato tipicamente italiano del contenitore televisivo, attaccando frontalmente Silvio Berlusconi nella figura del Cavaliere Lombardoni, patron di una Cinecittà prefigurata già nel 1985 come fabbrica di casi umani a uso e consumo della tv. 

Dagli anni Novanta sino a oggi il cinema italiano è ritornato spesso sull’argomento, puntando più alla critica facile (Perdiamoci di vista, Ricordati di me) che alla riflessione sul potere del mezzo (Il siero della vanità), concentrandosi inevitabilmente negli anni successivi su Silvio Berlusconi (Viva Zapatero!, Il Caimano, Silvio Forever, Belluscone), ovvero il primo capo di governo di un Paese democratico che ha trasformato il consumatore, il tifoso di calcio e lo spettatore televisivo in un’unica persona: l’elettore.





Di questo confronto tra cinema italiano e americano sul tema della televisione si è parlato durante la presentazione della rassegna dal titolo Piccolo Schermo, Grande Scherno, promossa dalla Cineteca Nazionale e tenutasi dal 3 al 7 febbraio 2017 al Cinema Trevi di Roma. Nel corso dell'incontro, il curatore della rassegna Luca Martera ha raccontato al pubblico in sala per 90 minuti di questo particolare confronto commentando numerose sequenze di film americani e italiani.



Clicca qui per leggere il programma della rassegna.

Clicca qui per ascoltare l'intervista a Luca Martera da Mix24.

Clicca qui per leggere l'articolo di Tv Zoom sulla rassegna.


27 dicembre 2016

Quali sono e come si pronunciano le parole inglesi più usate in Italia?




Colgate, Levi's, Titanic, David Bowie e ancora: management, welfare, mobile, stalking. Sono tutti esempi di parole inglesi spesso pronunciate male dagli italiani. Ovviamente ci si capisce stando in Italia, ma se si va all'estero e si parla in inglese, sarebbe consigliabile "resettare" la pronuncia italica con cui siamo cresciuti e usare quella corretta. Altrimenti si rischia di andare incontro a quell'esperienza surreale che a noi italiani sembra impossibile ovvero che il tuo interlocutore inglese non capisca realmente quello che stai dicendo e tu pensi che lui stia fingendo prendendoti in giro. Da buon italiano permaloso, giuro che all'inizio pensavo anch'io che fosse così, ma invece è il contrario. Se dico palla, non sto dicendo pelle, ecco: la stessa cosa avviene in inglese...

Nel video seguente ho affidato la lettura di una decina di questi esempi al mio amico americano Frank Pisaturo, che mi ha aiutato nella realizzazione del mio webshow in lingua inglese dedicato ai Griffin - Family Guy



Clicca qui per leggere l'intera lista delle parole inglesi più usate in Italia lette da Frank nei video che compongono la playlist di Youtube qui sopra. Oltre alle parole, figurano altre cinque sezioni: acronimi, nomi di celebrità, titoli di film e canzoni, marche commerciali, storia e geografia. Se avete dei suggerimenti per parole di cui volete ascoltare la corretta pronuncia, scriveteli nella casella delle risposte in coda a questo post.

Frank sarà anche uno dei tutor per quegli italiani che desiderano migliorare il proprio livello di American English, partendo dal livello intermedio, durante i soggiorni cultural-linguistici di 2 o 4 settimane in programma a Providence per l'estate del 2017.

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25 dicembre 2016

Vuoi migliorare il tuo inglese-americano? Soggiorni cultural-linguistici da 2 a 4 settimane a Providence


murale di benvenuto a Providence

PROVIDENCE
Providence è la capitale del Rhode Island, lo stato più piccolo degli Stati Uniti, grande più o meno quanto la Val d'Aosta. La sua particolarità però è un'altra e ci riguarda da vicino: qui c'è la più alta percentuale di americani di origine italiana.


DOVE SI TROVA E CHI CI VIVE
Affacciata sull'Oceano Atlantico, Providence dista 1 ora di auto da Boston e quasi 4 ore da New York. Ha le dimensioni umane di una città italiana medio-piccola con meno di 200 mila abitanti, è camminabile/ciclabile e ha pure la sua Little Italy composta da italiani-italiani venuti qui negli anni Sessanta e Settanta. La storia dell'emigrazione italiana passa infatti anche da queste parti e ha una storia ancora più antica. Fu qui che molti meridionali, provenienti soprattutto da Puglia e Campania, emigrarano all'inizio del Novecento per sfuggire alla miseria e coltivare il sogno americano nel paese del latte e del miele. E basta farsi un giro adesso nei paesi vicini a Providence per leggere ovunque cognomi italiani di americani di terza, quarta e quinta generazione sui cartelloni pubblicitari che pubblicizzano studi di avvocati, medici, imprenditori nel settore immobiliare e ovviamente ristoranti ed enoteche.


Tony's Colonial Food Store

ECCO COSA CI SONO ANDATO A FARE
Ho trascorso a Providence i mesi estivi del 2016 per motivi di lavoro. Oltre all'italianità, mi interessava vedere da vicino i luoghi che hanno ispirato Seth MacFarlane per l'ambientazione della sitcom animata per adulti da lui creata "Family Guy" (Griffin, in Italia). Il risultato è questo webshow in lingua inglese, che vi invito a vedere se volete divertirvi ad ascoltare il mio "leggerissimo" accento italiano.


PERCHE' PROVIDENCE E' COOL
Il webshow non è sottotitolato in italiano perché questi video hanno un po' la funzione di farvi venire l'acquolina in bocca. Providence non è ovviamente "glamorous" come New York o Boston, ma essendo più piccola con tutti i servizi che funzionano (dal trasporto privato tramite Uber o Lyft ai deli aperti anche di notte) è il luogo ideale per studiare, osservare e fare esperienza a contatto diretto con l'American Way of Life

CHE NE DIRESTI DI TRASCORRERCI UN MESE?
Al momento sto organizzando il primo ciclo di soggiorni intensivi della durata a scelta di 2 settimane o un mese, in programma per l'estate del 2017, per quegli italiani disposti a migliorare il proprio livello di inglese-americano in una vera full-immersion cultural-linguistica, dalla colazione mattutina alla sbronza sociale della sera sino allo show-ricordo a fine mese in cui racconterete in inglese la vostra esperienza in un comedy-club.

IL COSTO NON E' PROIBITIVO E SARAI SODDISFATTO
Qual è il valore aggiunto di questa proposta? Tutte le spese di viaggio in aereo e vitto saranno ovviamente a carico vostro, ma l'alloggio per un mese avrà il prezzo competitivo di 500 dollari e di 300 dollari per due settimane. Sarò io a farvi da guida in questo insolito viaggio alla scoperta del paese che amiamo. Perché se non lo amassimo, io non avrei scritto questo post e voi non lo stareste leggendo. Ho scritto insolito perché alla fine di questo viaggio ne saprete di più su come raggiungere i vostri obiettivi personali e aziendali: trasferirvi, trovare lavoro, fare affari, viverci per un po’, continuare a studiare, fare turismo intelligente. Io vi fornirò alcune utili chiavi di accesso basate sulla mia esperienza di viaggiatore negli Stati Uniti tra piccole, medie e grandi città come professionista a contatto continuamente con aziende, enti e istituzioni italiane e americane. Se parteciperete al soggiorno, capirete anche come funziona la mentalità americana, al di là delle distorsioni e luoghi comuni spesso raccontati dai mass media ma soprattutto eviterete spese inutili, perdite di tempo, errori, stress e quant’altro potrebbe ritardare, o peggio farvi arrendere, e tornare in Italia con l’amaro in bocca.
lungofiume di Providence

IL PREMIO PER I PIU' AUDACI
Per coloro che avranno tempo e possibilità di prolungare l'esperienza oltre il mese, ho previsto la possibilità di farsi ospitare da famiglie italo-americane interessate a fare scambio linguistico. In questo caso l'ospitalità sarà gratuita per un massimo di un altro mese e per il mio servizio di mediatore mi dovrà essere corrisposto un piccolo compenso per il servizio. 

Se avete domande e chiarimenti, scrivetemi un messaggio privato sulla mia pagina Facebook.

Cliccate qui per accedere alla fotogallery di Providence.

Clicca qui per leggere l'intervista a Mary Ann Sorrentino, la prima donna americana a essere scomunicata dal Vaticano.



CHI SONO E CHE COSA FACCIO
Lavoro dal 1997 come autore e regista creando contenuti per il cinema, la televisione e il web con una predilezione per i generi legati alla satira e la comicità. Ho lavorato e collaborato per Rai-Mediaset-La7 con Antonio Ricci (Striscia la Notizia), Giovanni Minoli (La Storia siamo Noi), Enrico Mentana (Matrix), Piero Chiambretti (Chiambretti Night), Mike Bongiorno, Gianni Boncompagni, Paolo Limiti e altri big della tv. Dal 2011 mi divido tra Roma, Milano, New York e Los Angeles, realizzando documentari e svolgendo attività di consulenza tra Italia e Stati Uniti legata ai media, business d'impresa, ricerche storiche, giornalismo investigativo e progetti di divulgazione della lingua e della cultura americana in Italia. Clicca qui per leggere il mio cv con i link video a tutti i miei lavori (tv, cinema, web, startup, editoria).














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24 dicembre 2016

Mary Ann Sorrentino, la prima donna americana scomunicata dal Vaticano





Articolo di Luca Martera per il quotidiano Taranto Buonasera 

«Io non mi considero americana. Mi considero una donna che vive negli Stati Uniti ma che è nata nel paese sbagliato. Ogni volta che atterro a Linate o Fiumicino, appena sento l’odore del primo espresso, so di essere a casa». Mary Ann Sorrentino è una signora italo-americana anomala. Dimenticate le tre m: mamma, mafia e mandolino; con lei non c’è alcuna possibilità di imbattersi in stereotipi, in verità, duri a morire visto che i luoghi comuni servono anche a vendere l’italianità agli americani.

E a Federal Hill, il quartiere italo-americano di Providence, è tutto un pullulare di botteghe e ristoranti dove nello stesso posto si fa la spesa, si mangia e si portano a casa gli avanzi, anche se si tratta di pizza, perché qui le porzioni sono sempre troppo grandi. «L’America non è un paese profondo, è un paese superficiale. Il mondo vede gli americani attraverso Hollywood ma per chi ci è nato e ci vive è diverso».





Mary Ann ci accoglie nella sua casa di Cranston, sobborgo residenziale a pochi chilometri da Providence, capitale dello stato più piccolo degli Usa – grande più o meno quanto la Val d’Aosta – che ha altre due particolarità: la più alta percentuale di cattolici e di americani di origine italiana, anche se dall’ultimo censimento gli ispanici hanno sorpassato i “bianchi caucasici”.

Affacciata sull’Oceano Atlantico, Providence è una piccola città con meno di 100 mila abitanti che dista 1 ora di auto da Boston e quasi 4 ore da New York. Qui è nato lo scrittore H. P. Lovecraft e qui ha sede una delle università più prestigiose d’America, la Brown. Due le attività economiche che rendevano Providence da sempre un posto speciale: la pesca e l’allevamento dei molluschi e l’industria della bigiotteria, ma la crisi negli ultimi 10 anni l'ha trasformata in città di transito per lavoratori del terziario.

Mary Ann è una vulcanica signora di 72 anni, figlia di genitori ischitani emigrati a Providence, e quindi americana di prima generazione. «Furono gli irlandesi a costruire le prime chiese cattoliche negli Stati Uniti, anche in Rhode Island. Quando sono arrivati gli italiani, con gli irlandesi ci sono stati conflitti e gli emigrati cattolici erano costretti a seguire la messa nel garage o nei sottoscala. Ma dopo anni di tensioni, dopo aver chiesto il permesso al Vaticano, qui a Cranston, ad esempio, i cattolici hanno costruito nella piazza principale una chiesa più grande, bella e barocca proprio di fronte a quella degli irlandesi». La storia dell’emigrazione italiana passa infatti anche da queste parti. Fu qui che molti meridionali, provenienti soprattutto da Puglia e Campania, emigrarono all’inizio del Novecento per sfuggire alla miseria e realizzare il sogno americano nel paese del latte e del miele.


Nata e cresciuta a Providence, Mary Ann è una celebrità locale. Dopo essersi laureata in psicologia, lingue e letteratura con una specializzazione in demografia e aver frequentato per un anno l’Università a Firenze, negli anni ‘70 comincia la sua attività a favore del movimento pro-choice (diritto di aborto) e negli anni successivi diventa una delle firme di punta del maggior quotidiano locale e conduttrice di un seguitissimo talk show radiofonico. «In Rhode Island la vita di provincia ti espone sempre al giudizio degli altri. Se sei un libero pensatore, stai sempre a scontrarti. Ma in un posto più piccolo, puoi avere un’influenza decisiva, a New York sarei stata una delle tante “crazy liberal”. Apprezzo tutte le opportunità che mi ha dato questo paese. Lo so, tutto il mondo ce lo riconosce ed è una fissazione degli stranieri, ma questa opportunità è solo di natura economica. Negli Stati Uniti manca quella ricchezza culturale che esiste in Italia o in altri paesi europei. In Italia puoi trovare ancora uno spazzino con la licenza elementare che ti recita Dante, qui anche le persone che concorrono al Congresso non hanno mai letto la Costituzione».

Sarebbe facile smentire Mary Ann sull’altrettanto basso livello della classe politica italiana ma qui stiamo parlando di quella porzione di America conservatrice, cosiddetta “suprematista”, a prevalenza bianca, bigotta e un po’ ignorante e anche questo, poi, tutto sommato è un altro stereotipo.

«Nonostante il successo accademico, ai miei tempi l’obiettivo rimaneva quello di sposare un uomo. Ma dopo 9 mesi di gravidanza e 2 settimane di allattamento, ho subito pensato a fare altro». Mary Ann ha una unica figlia, Luisa, ed è da sempre sposatissima con Albert Ciullo, giudice civile in pensione. «Ho incontrato più pregiudizi come donna che come italo-americana. Ricordo una volta di aver insegnato a un uomo, che poi è stato promosso e io ero rimasta indietro. E mia madre diceva: è un uomo e devi accettarlo».

Mary Ann - si diceva - è atipica come italo-americana, anche perché il suo italiano fluentissimo non lascia indifferenti e se ci si dovesse limitare a descrivere il contesto della Little Italy di Providence in cui è cresciuta, è praticamente impossibile non citare il più noto boss mafioso di queste parti, Raymond Patriarca, che ha governato per anni a braccetto con i politici corrotti locali. Tra questi uno su tutti: il sindaco con parrucchino Buddy Cianci, eletto una prima volta alla fine degli anni ‘70, poi finito in galera per appalti truccati e poi rieletto negli anni ‘90. A lui si devono “fioriere” e “gite nel canale a bordo della gondola, come a Venezia”. Se poi uno si sforza di andare oltre, fortunatamente spuntano ovunque cognomi italiani di avvocati, medici, insegnanti e imprenditori che hanno reso ricco questo piccolo stato producendo ricchezza in maniera onesta e pagando le tasse.



Nel 1985 un evento sconvolge la vita di Mary Ann e della sua famiglia. La figlia è in procinto di ricevere la cresima e durante il colloquio di routine con il parroco, si ritrova ad essere davanti alla Santa Inquisizione. Dal 1977 al 1987 Mary Ann è alla guida del consultorio privato “Planned Parenthood”, nato da una singolare preoccupazione di tipo razzista, quasi eugenetica. «Questi consultori erano nati per volontà di quei comitati di bianchi che non tolleravano che certi gruppi etnici facevano troppo figli. Un po’ come quei commenti di tipo razzista che fa adesso Donald Trump. Ma questo non era il nostro scopo».

A Planned Parenthood Mary Ann è un’attivista Pro-Choice a favore dell’aborto – legale in tutti gli Stati Uniti dal 1973 – e il suo lavoro è quello di educare e guidare le giovani donne - tutte, non solo quelle nere con una scarsa istruzione - a essere consapevoli della scelta di tenere il bambino o di abortire, accettando in entrambi i casi queste responsabilità.

Ritorniamo alla cresima. Il parroco di Providence Salvatore Matano conosce l’attività di Mary Ann e non ci mette molto a scoprire le carte: la figlia potrà ricevere i sacramenti ma lei non potrà accompagnarla all’altare perché persona non gradita alla gerarchia ecclesiastica locale. Ricorda Mary Ann: «Gli dissi testuale: “Lei non vuole che io venga all’altare perché sono  a capo di una clinica dove si pratica l’aborto e che rispetta le leggi degli Stati Uniti? Lei mi sta dicendo che mia figlia non può ricevere i sacramenti da un prelato che abusa sessualmente dei bambini? E questo che mi sta dicendo?”.

Dalla vicenda Mary Ann ne uscirà come la prima donna americana a essere scomunicata dalla chiesa cattolica per il suo impegno nel movimento pro-choice, mentre Matano - un po’ come i procuratori distrettuali che ambiscono a diventare governatori dello Stato - diventerà vescovo. «Ai tempi della scomunica, secondo un sondaggio, 2/3 della popolazione era con me e contro la posizione della chiesa. Ricordo che dopo la scomunica bruciarono anche la mia immagine durante una manifestazione. Quado sei impegnato nel sociale, devi andare incontro alle conseguenze e sai anche che puoi rimanere da solo, rischiando la galera».


Mary Ann in galera non ci è finita ma ha vinto la sua battaglia sensibilizzando l’opinione pubblica americana negli anni della presidenza Reagan su tutto quello che ruota attorno a una gravidanza indesiderata, molto spesso frutto di violenze domestiche legate statisticamente all’abuso di alcool da parte di uomini bianchi.

«Le giovani generazioni non hanno la minima idea dei diritti acquisiti e non immaginano che un giorno qualche politico possa essere eletto facendo fare dei passi indietro. Quando vado ai convegni, dico alle ragazze: “Chiedete a vostra nonna com’era e vi dirà che cosa significava non avere alternative”. Noi abbiamo fatto queste lotte per permettere a queste giovani oggi di godere di questi diritti e quindi se tenere un bambino, darlo in adozione, abortire, informarsi per prevenire malformazioni e gravidanze precoci durante l’adolescenza».

La nostra visita a casa di Mary Ann si è conclusa e per lei non ci sono dubbi. «Sono completamente a mio agio con gli italiani. Trovo sempre meno conforto in questo paese e non so come andrà a finire. E se uno mi dicesse domani, non puoi fare più avanti e indietro, ma devi scegliere. Be’ non esiterei a scegliere l’Italia».







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