11 ottobre 2017

Un "documentario dal vivo" per raccontare gli Stati Uniti attraverso un secolo di cinema italiano


Se sappiamo bene come Hollywood ha rappresentato gli italiani e gli italo-americani - brutalmente, attraverso le 4 M di mamma, mandolino, mafia e macaroni - raramente, invece, si è indagato sul modo in cui gli italiani stessi hanno raccontato e rappresentato il popolo americano.

E' questo il tema del documentario dal vivo che porterò in tour in Italia e Stati Uniti da ottobre 2017. Sarà un divertente, scandaloso e affascinante viaggio tra storia, letteratura, antropologia, sociologia, emigrazione, mass-media attraverso una selezione delle sequenze più significative tratte da film e documentari italiani dagli anni del muto sino ai giorni nostri. 

La prima presentazione dal titolo "Chi vuò fa' l'Amerikano?" si terrà lunedì 23 ottobre alle ore 17.30 al Centro Studi Americani di Roma nell'ambito del Festival Diplomacy. 




Sono centinaia i film prodotti in Italia e girati sia nello Stivale che direttamente negli States con battute, riferimenti e personaggi legati al Nuovo Mondo. Oltre alla figura dell'italo-americano che ha fatto fortuna (il cosiddetto prominent) ed è malato di nostalgia patriottica, diverse sono le tipologie-stereotipi ricorrenti: ufficiali dell’esercito guerrafondai e tutti d’un pezzo, bionde bellissime e ovviamente oche, mafiosi italo-americani tonti e dal volto orripilante, figli dei fiori perennemente su di giri, sadici agenti CIA con l’occhio ceruleo, emigrati di ritorno cafoni e arricchiti malati di nostalgia patriottica, soldati negri sempre ubriachi, avidi e grassi uomini d'affari con sigaro e cappellone texano, cowboy imperialisti e indiani un po’ troppo comunisti, miliardarie pluri-divorziate in cerca di latin lover.


Nel periodo muto e fascista, gli stereotipi sugli Stati Uniti riflettono i valori di quel tempo in cui si immagina un Eldorado esotico e tentacolare, popolato da cowboy giustizieri, indiani selvaggi, servitori negri, gangster vagamente latini (ma mai italiani per ragioni di censura), donne dai capelli platino in abito da sera e ricchi capitalisti in frac che fumano il sigaro e perennemente col bicchiere di whisky in mano.

Tutto cambia con l’arrivo degli Alleati nel 1943. Gli italiani vedono per la prima volta come parlano e sono fatti gli americani, che da liberatori regalano cioccolata, sigarette e calze di nylon a "segnorine" e sciuscià. Diversi film del Neorealismo firmati da Rossellini, De Sica e altri registi raccontano questo periodo difficile con uno sguardo talvolta critico e in alcuni casi anche anticipatore. Oltre al fenomeno delle “spose di guerra”, si parla infatti anche dei soldati di colore che fanno figli con donne italiane e vengono trattati come persone quando invece negli Stati Uniti sono ancora vittime della segregazione razziale, che rimarrà in vigore ancora sino a metà degli anni ‘60.
                                               

Numerosissimi sono gli incroci, gli scambi e le influenze tra cinema americano e italiano dagli anni ‘50. Dalla Hollywood sul Tevere a base di kolossal biblici di serie A e "sandaloni" e "peplum" di serie B ai premi Oscar a Federico Fellini, Anna Magnani e Sophia Loren, dal successo mondiale degli spaghetti-western di Sergio Leone alle centinaia di film a stelle e strisce girati in Italia da “Vacanze Romane” di William Wyler a “To Rome with Love” di Woody Allen.

Tutti i più grandi registi italiani si sono cimentati, almeno una volta, con temi e luoghi dell’immaginario a stelle e strisce: oltre ai già citati De Sica e Rossellini, figurano anche Fellini, Antonioni, Pasolini, Rosi, Petri, De Filippo, Monicelli, Lizzani, Montaldo, Scola, Salce, Ferreri, Bertolucci, Wertmuller, Cavani e più di recente Tornatore e Sorrentino. Per non citare i divertenti sfottò al capitalismo e consumismo americano di Totò, Alberto Sordi, Marcello Mastroianni, Ugo Tognazzi, Vittorio Gassman, Nino Manfredi, Monica Vitti e Paolo Villaggio.


Né mancano interessanti e insoliti racconti sull’altra America negli anni caldi della contestazione e delle lotte per i diritti civili in numerosi documentari che riflettono lo sguardo e l'ideologia dei loro autori nel contesto di quei tempi: cattolico-pacifista (Cesare Zavattini, Mario Soldati), marxista-terzomondista (Antonello Branca, Ansano Giannarelli), nostalgico-reazionario (Luigi Barzini Jr., Giovanni Guareschi), anti-americano di estrema sinistra (Ugo Gregoretti, Giuseppe Ferrara, Andrea Frezza, Paolo Pietrangeli) e anarchico-libertario con il filone dei mondo-movies firmati da Gualtiero Jacopetti, Tinto Brass, Giancarlo Fusco e Luigi Vanzi, autore quest’ultimo di “America paese di dio” del 1965 con un commento lungimirante firmato da Italo Calvino.

La fine degli anni '70 segna il tramonto della stagione d'oro del cinema italiano con lo sfruttamento sistematico di tutti quei generi e sottogeneri che, tra omaggi-oltraggi, remake non dichiarati e parodie grossolane, continuavano a rifarsi a un immaginario made in USA popolato da poliziotti giustizieri, alieni, zombie e cannibali. 

Dagli anni ‘80 agli anni 2000, sono diversi i casi di film italiani che anticipano la cosiddetta "fuga di cervelli" negli States dovuta all'eterna crisi e la conseguente disoccupazione giovanile in Italia: da "Lontano da dove" di Stefania Casini a "Summertime" di Massimo Mazzucco, da “Once We Were Strangers” di Emanuele Crialese fino a "My name is Tanino" di Paolo Virzì. Per il resto prevale più il calcolo che la voglia di raccontare storie autentiche, capaci di catturare lo spirito del tempo. Ecco, quindi, che alcuni cineasti italiani hanno preferito volgere lo sguardo al passato con operazioni nostalgia, vagamente ricattatorie e decisamente ammiccanti al mercato americano. Il riferimento non può che andare agli Oscar vinti da Tornatore per "Nuovo Cinema Paradiso", Salvatores per "Mediterraneo", il compianto Troisi per "Il Postino" (il premio andò alle musiche, ma fu candidato anche come miglior film), Benigni per "La vita è bella" e Sorrentino per "La grande bellezza", quest'ultimo di fatto remake non dichiarato de "La Dolce Vita". 


Negli ultimi dieci anni, sembra consolidarsi invece una nuova ondata di registi italiani che dirigono film recitati in lingua inglese per il mercato globale, da Roberto Minervini  a Luca Guadagnino, da Gianfranco Rosi a Andrea Pallaoro, includendo in questa categoria il già hollywoodiano Gabriele Muccino.


Alla fine qual è il bilancio di cent’anni di Stati Uniti visti dal cinema italiano? Grosso modo è stata una battaglia che hanno perso sia gli italiani che gli americani. Un film è soprattutto un prodotto commerciale e non uno strumento per capire i popoli e quindi entrambe le cinematografie hanno badato, quasi sempre, più a sfruttare biecamente i rispettivi stereotipi che ad analizzare le differenze culturali con umorismo e reale interesse antropologico. Visto che entrambe le cinematografie si sono scambiate in un secolo di storia sorrisi e canzoni, applausi e risate, baci e schiaffi, abbracci e insulti, mani sul sedere e bombe, al termine dello show sarà assegnato il premio "Asino d'oro" ai peggiori film italiani e americani che hanno rappresentato i due popoli riducendoli a stereotipi da cartolina. Il premio si propone di stimolare produttori, sceneggiatori e registi di serie tv, show e film di Hollywood a "studiare di più" e se non altro a giocare con gli stereotipi, puntando su soluzioni e storie più intelligenti come, ad esempio, nella commedia "Un pesce di nome Wanda" dove gli Americani insultano gli Inglesi magnificando gli italiani...







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Clicca qui per leggere questo testo in inglese.






6 luglio 2017

Long live Hollywood stereotypes. Ok, but do you know how Italian cinema has mocked the US people?



How do American movies and TV shows portray Italians and Italian-Americans?

Is the history of ethnic prejudices really the same for everyone in the United States? If all Muslims are terrorists like Osama Bin Laden and the Jews are all greedy like Bernie Madoff, Italians are obviously all mobsters like Al Capone.

Wops, dagoes and guineas are some of the epithets once used in the United States against Italian immigrants. Stereotypes are still alive and everlasting. In addition to the categories of garlic eaters and snatchers, there are the pinch-butt greaseheads, in other words the harmless and rude womanizers. That originated from the myth of the Latin lover Rudy Valentino, and finds it new glory in the working class king of the dancefloor Tony Manero (John Travolta, star of Saturday Night Fever). And last but not least, there’s Guido, the derogatory nickname that Italian Americans of new generations are called.


Guidos and Guidettes are the epitome of Italian caricature and the exaggeration of the popular classes. For them, life is above all for sustaining and sculpting muscles, using bad words and having lots of sex. MTV America has dedicated a reality show to this tribe called Jersey Shore. It aired in 2009 with high ranking, a year after the first Italian-American reality show entitled That's Amore (2008) with the typical disrespectful lover Domenico Nesci. 


Beside the figure of the Latin Lover, another stereotype is still live: the mafioso. From Scarface in the 30s, to the dramedy mob-saga of The Sopranos in the 2000s, through the 70s milestone The Godfather, Italian mobsters have always been a mix of glamour and stupidity, violence and sweeteness--perfect for cinematic plots. After all, gangster movies are to western movies as mobsters are to cowboys: both American heroes.



Latin Lovers and mafioso stereotypes mark a century of cultural differences among Italians, Italian Americans and US people in general. This is the world, these are the cultures and the races according to Hollywood.

In  recent years, however, something changed. Hollywood is more sensitive to Chinese people due to their massive audience and toward African-Americans due to the political correctness. But just for the Italians and Italian-Americans they insist on using the usual stereotypes of 4 (the 4 M's): Mamas, Mafia, Macaroni and Mandolins, even though the image of Italians has changed in recent times thanks to excellence in the fields of fashion, design and cuisine worldwide.

But what would happen if people from the US were mocked for a time? Italian cinema did it many times during its golden years from 50’s to 70’s.



Stubborn army generals, dumb blondes, spoiled wealthy fat women, greedy gangly corporate men, CIA agents that pitilessly torture, racist urban and rural cowboys, negro servants, charitable and drunk soldiers, silly Italian American mobsters, doped up old hippies, dogmatic Protestant preachers, tacky and uneducated tourists.

They are just some examples of recurring stereotypes of US people portrayed in hundreds of Italian movies. Regarding this topic, I’m currently working on a live documentary. I’ll tour the United States in 2018 in schools, universities, foundations, cultural institutes and associations. It's a sort of hybrid between a stand up comedy show and an academic dissertation. I'll tell funny anecdotes about cultural differences between Italians and Americans, taking inspiration from Italian films.



It will be a long journey through history, emigration, racism, sex, violence, music and comedy with a peculiar standpoint: Italian cynicism. Indeed, we adopted Hollywood stereotypes in our movies but “pimped them out,” so more sex, more violence, and above all more political incorrectness and never with traditional Happy Endings. The main goal of this live documentary is to better understand how Americans and Italians, with their respective prejudices, judged other countries.

In the Silent Age Movies and Fascist Era, stereotypes about the United States reflected the values of the time. America was imagined as an exotic and sprawling El Dorado, populated by giant cowboys, wild Indians, negro servants, Latin gangsters (but never Italians due to the domestic censorship), platinum-blonde haired women in evening dresses and rich capitalists who always smoked cigars with whiskey glasses in their hand.


Everything changed with the arrival of the Allies in 1943. The Italians saw Americans in person for the first time. They gifted chocolate, cigarettes and nylon stockings to little shoe-shiners and poor girls. Several Neorealism films directed by Rossellini, De Sica and other filmmakers depicted this difficult time with a critical look. In addition to the "war bride" phenomenon, there were also Black soldiers who made children with Italian women and were treated as equals when they were still victims of racial segregation in the United States through the 60's.

Since the 1950s, there were numerous crosses, exchanges and influences between American and Italian movie industries. From “The Hollywood on the Tiber,” based on biblical colossal movies and B-series "sandals" and "peplum" movies, to Oscar winners like Federico Fellini, Anna Magnani and Sophia Loren. From Sergio Leone's world-wide spaghetti-western successes to hundreds of American films shot in Italy, from William Wyler's Roman Holiday to Woody Allen’s To Rome with Love.


All the greatest Italian filmmakers have, at least once, been involved with US topics and places. In addition to the already mentioned De Sica and Rossellini, there are Fellini, Antonioni, Pasolini, Rosi, Petri, De Filippo, Monicelli, Lizzani, Montaldo, Scola, Salce, Ferreri, Bertolucci, Cavani, Wertmuller and more recently, Tornatore and Sorrentino. Not to mention the amusing jokes against American capitalism and consumerism by comedians Totò, Alberto Sordi, Marcello Mastroianni, Ugo Tognazzi, Vittorio Gassman, Nino Manfredi, Monica Vitti and Paolo Villaggio.

And there were also interesting and unusual Italian documentaries about America during the civil rights struggles in the 60’s and 70’s. These films reflected the ideologies of their authors in the context of those times: Catholic-pacifist (Cesare Zavattini, Mario Soldati), extremist left-wing anti-American (Ugo Gregoretti, Giuseppe Ferrara, Andrea Frezza, Paolo Pietrangeli), Marxist-pro Third World (Antonello Branca, Ansano Giannarelli), nostalgic-conservative (Luigi Barzini Jr., Giovanni Guareschi), and anarchist-libertarian with the genre of Mondo-movies directed by Gualtiero Jacopetti, Tinto Brass, Giancarlo Fusco and Italo Calvino -- the last of which wrote the far-sighted script of America's Country of God in 1965.


The end of the 70’s marked the sunset of the golden age of Italian cinema with the systematic exploitation of all those US subgenres. Many of these movies were trashy remakes and coarse parodies, populated by cop killers, aliens, zombies, and cannibals.

Over the last 30 years, there have been a few rare Italian films set in the present. On the one hand, the new wave of the Italian educated migrants in the US has been anticipated in the movies: Lontano da dove (Far from where), Un tassinaro a New York (A taxi driver in New York) and My name is Tanino. On the other hand, many Italian directors avoided telling authentic stories. Rather, they preferred to look back at the past with nostalgia and bootlicker operations for the American market. The reference can only go to Oscar-winning Tornatore for Nuovo Cinema Paradiso, Salvatores for Mediterraneo, Troisi for Il Postino (The Postman, in which the prize went to the music, but he was also nominated for best film), Benigni for Life is Beautiful and Sorrentino for The Great Beauty. The latter film was in fact an unrecognized remake of La Dolce Vita (The Sweet Life).


Doing my research, I realized that Italians were the first ethnic group to be shown as protagonist in Hollywood movies and not just in secondary roles. They have been exploited as have been African Americans and Asians, but unlike them, Italians were considered “white.” At least, the Northern ones were. The more dark-skinned Southern Italians were not included among the Caucasians, but Hollywood exploited their emotional and cinematic tools. Indeed, the mafioso, the singer and the latin lover set the stereotypes since the Silent Age.

Therefore, Italians have always been present in Hollywood movies as heroes / anti-heroes (from Scarface to The Godfather from Saturday Night Fever to The Sopranos) and in thousands of character roles (almost always negative: short, fat, ugly, sweaty, sloppy from the pimp to the waiter, from the drug dealer to the policeman). 


By the way, during my show I'll also screen recent examples of Hollywood stereotypes from movies and TV shows of the last decade to prove that Italians - in my opinion - are the only group to still be depicted in stereotypical ways, probably because the Italian anti-defamation league is weaker than those of Jewish, Black and Asian peoples.

Actually, there is another ambiguous implication about this. In many cases, Italian American writers-producers-directors were themselves responsible to exploit the stereotypes of their ethnic group. Mario Puzo, Gay Talese, Francis Ford Coppola, Garry Marshall (real name: Masciarelli), Nicholas Pileggi and Martin Scorsese are great artists who made a lot of money but rarely took these stereotypes to another level. After all, there have been extraordinary examples of Italian Americans never portrayed in a movie like Fiorello La Guardia (the incorruptible politician who fought against Lucky Luciano), Philip Zimbardo (the psychologist, known for the Stanford prison experiment) and Vito Russo (the first Italian American gay activist).


In the end, after analyzing 100 years of Italian cinema, what conclusions can we draw about the US people?

It has been a big battle that has lost both Italians and Americans.

Movies are mainly a commercial product and not a tool to understand peoples, so both Italian and American movie industries have cynically exploited their stereotypes rather than analyze cultural differences with humor and real anthropological interest.




Because both movie industries have been entrenched in a century of history smiles and songs, applause and laughters, kisses and slaps, hugs and insults, hands on the butt and bombs, I also thought to create the "Golden Moron" prize to award the worst Italian and American films that represented the two peoples, reducing them to postcard stereotypes.

The award aims to stimulate Hollywood TV producers, screenwriters and directors to "study more" and at least play with stereotypes, focusing on more intelligent solutions and stories, such as in the comedy A Fish called Wanda where Americans insult the British, magnifying the Italians...




This live documentary is a new format created by me that mixes sociology, history and mass media through stand up comedy and academic remarks. 

The show will take place in the US among all scholars and lovers of Italian and American history, for future reference, with the help and support of the various cultural Italian and American institutions in Italy and the United States.

The length of my live doc is flexible and I have material for an entire school semester. I analyzed thousands of Italian movies and documentaries, shot in all the big US cities (New York, Boston, Miami, New Orleans, Chicago, Dallas, Houston, Las Vegas, Los Angeles, San Francisco), classic American landmarks (from Death Valley to Disneyland) and other places less known to Europeans, for instance the Appalachians, Davenport (Iowa) and Saint Louis in Missouri.

They will be shown: in their original English version (many Italian movies were originally shot in English), dubbed version in English or Italian with English subtitles.

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11 maggio 2017

Business tra Italia, Stati Uniti e Cina: un documentario per raccontare come si fa



Dall'intervista di Giovanni Minoli a Luca Martera per il programma Mix24 di giovedì 11 maggio 2017 (da 13m a 27m).

Stereotipi, fraintendimenti linguistici, barriere culturali. Passi se succede nei film o nelle serie tv di Hollywood, ma se dobbiamo fare affari quanto contano le differenze culturali?

Negli ultimi anni si è fatta strada una nuova disciplina, “la Business anthropology”, che aiuta quelle aziende che vogliono conquistare mercati esteri ad evitare errori e figuracce quando si deve negoziare un contratto, gestire dipendenti e rivolgersi alle autorità di quel paese. Partiamo dagli Stati Uniti. Per il fatto che conosciamo più o meno la loro storia e più o meno la loro lingua, pensiamo di conoscerli bene, ma non è proprio così. Essendo il loro, un mercato basato sulla concorrenza, il rispetto dei brevetti e la tutela del consumatore, il rischio di cause legali è sempre in agguato e questo ha portato sempre di più negli ultimi anni a una sorveglianza di tipo orwelliano in tutti gli ambienti lavorativi per evitare il rischio che un dipendente o un acquirente sia tentato dall’usare prodotti e servizi in maniera impropria e poi fare causa al solo scopo di arricchirsi.

Ma quali differenze ci sono nell’ambito della cultura aziendale americana riguardo il rispetto degli orari e la gerarchia?

Se non si raggiunge un accordo, non si tira per le lunghe ma ci si rivede un altro giorno. Se il capo dice qualcosa di sbagliato, puoi farglielo capire e lui non si offende. Poi c’è l’integrity, cioè l’etica aziendale. Ad esempio, un manager deve sapere quando prendere le distanze da un dipendente che gli si rivolge con troppa piaggeria o fa il ruffiano. La pianificazione, poi, è molto importante: le scadenze vanno rispettate. Se dici una cosa deve essere quella, altrimenti ti bollano per sempre con il marchio di flip flopper, una che salta di qua e di là. L’abilità di lavorare in gruppo è fondamentale. Non c’è il paternalismo dovuto alla conduzione familiare. Manager e dipendenti pranzano insieme e ci parli più o meno quando vuoi. Disagree and commit, dicono gli americani, cioè dissentire e impegnarsi, lavoro di squadra prima di tutto anche se non condividi la policy aziendale allo scopo di ottenere il massimo risultato.

Perché è diversa l’etica del successo tra Americani e italiani?

Qui siamo proprio agli antipodi. In Italia spesso il successo non ti viene perdonato e quel senso di invidia e disfattismo fa sì che a spartirsi la torta siano sempre gli stessi soggetti con le stesse fette. Negli Stati Uniti, se uno lavora e crea nuove industrie, la torta diventa più grande e quindi anche se la fetta che uno prende è grande, anche la fetta degli altri è grande permettendo al paese di espandersi e fiorire.

Luca, cosa devono imparare invece gli imprenditori italiani che vogliono approdare nella terra del Dragone?

Be’, intanto che Cina la chiamiamo così solo noi occidentali e che loro si definiscono quelli del  “Regno di mezzo” ovvero al centro di tutto. Questo per far capire che siamo noi a doverci adeguare a loro e non viceversa. L’arte del maneggio poi - tra l’altro, questa, parola veneziana da cui discendono le parole management e manager - in Cina è antica quanto quella nostra. Quando si fanno affari con loro, si deve tenere conto di vari aspetti: oltre alla barriera linguistica, ci sono il rischio di violazione del copyright, la complessità della burocrazia e la difficoltà nell’ottenimento delle licenze.

Ma forse ancora più insormontabili delle difficoltà con la lingua, sono le differenze culturali. Si pensa erroneamente che l’etica del lavoro in Cina mortifichi la creatività, il genio e il talento, come li concepiamo noi. Le cose stanno proprio così?

Ai cinesi non piace l’enfasi rimanendo fedeli al precetto confuciano “mastica amaro e sopporta la dura fatica”. I primi anni sono duri e prevale la mattress culture (cultura del materasso) cioè l’abitudine imposta agli ingegneri del reparto di ricerca e sviluppo di dormire in ufficio nei primi anni della fondazione di una nuova azienda. I lavativi sono disprezzati tant’é che usano l’espressione “sei come un raviolo brasato attaccato alla padella” per indicare il dipendente scansafatiche o corrotto che rimane attaccato alla propria poltrona. Questo porta anche a fondere vita privata e lavorativa e non si ha timore di condividere i propri problemi con i capi o i colleghi.

Quanto ai rapporti con aziende straniere, non avendo un codice civile e commerciale come lo intendiamo noi, come ci si regola in genere?

Le negoziazioni in genere continuano nel tempo e i contratti firmati non sono mai definitivi, cosa che per un imprenditore occidentale è molto difficile da comprendere. Ma anche in questo caso ci aiuta la filosofia. Oltre al celebre l’arte della guerra di Sun Tzu, i cinesi portano avanti gli affari seguendo i 36 stratagemmi del trattato militare compilato in epoca Ming (tra il 1300 e il 1600) utile per tutte le transazioni e la strategia dei 24 caratteri elaborata da Deng Xiaoping negli anni ‘90. Qualche esempio: osservare con calma, trattare gli affari senza fretta, nascondere le proprie capacità e aspettare l’occasione propizia, mai rivendicare la propria leadership, essere bravi nel mantenere un basso profilo. Non è solo un balletto artificioso di buone maniere ma per i cinesi è l’unico modo per testare la mostra spontaneità, sincerità e onestà per poterci definire amici, prima ancora di siglare un accordo o intraprendere una qualsiasi forma di collaborazione. Mai parlare tanto per parlare, anche si ti chiedono per quale squadra tifi o del clima che hai lasciato a Roma o Milano alla partenza. Una volta però conquistata la fiducia di un imprenditore cinese, la guanxi (relazione) è per sempre e non bisogna neanche stupirsi se questo accordo verrà celebrato non con una stretta di mano ma con un rutto liberatorio. Per i cinesi non bisogna mai tenersi niente dentro. Vale anche per le scatarrate che vediamo sconcertati fare ai turisti cinesi in Italia. Ma un cinese mi ha spiegato che lo fanno così spesso a causa dell’aria inquinata.

Luca, su questi argomenti stai sviluppando il progetto di ricavarne un documentario?

Sì, gare di sputi a parte, mi piacerebbe poter raccontare per immagini tutto quello che devono fare e non fare gli imprenditori italiani che vogliono affermarsi in mercati difficili e competitivi come quello americano, cinese, ma anche messicano, russo, giapponese, brasiliano e indiano partendo proprio dalle relazioni culturali prim’ancora di quelle commerciali.

Hai già un produttore?

No, e mi piacerebbe trovarne più di uno tra quelle stesse aziende italiane che hanno aperto o vorrebbero aprire una filiale all’estero, magari con l’aiuto e il coinvolgimento delle camere di commercio italiane all’estero, di esperti come Venanzio Ciampa di The Promoction Factory, Umberto Mucci di We The Italians e Gabriele Caramellino di Italo Globali e di quegli studi legali e aziende di intermediazione che si occupano di formazione e business anthropology, come Export Usa di Muriel Nussbaumer.


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4 aprile 2017

Chi sono e che cosa fanno gli "Italo Globali"?



"Essere Italo Globali significa saper vedere e saper cogliere le opportunità di questa epoca, interagendo con esse. Questi temi riguardano soprattutto l’imprenditoria, l’economia, la comunicazione, la creatività, l’innovazione e la scienza. In tal senso, pensiamo che Italo Globali sia un grande tema “tecnico” per il presente e per il futuro dell’Italia".

Così li definisce Gabriele Caramellino, giornalista, esperto di comunicazione e new media, collaboratore di Nòva - Il Sole 24 Ore (l’area del quotidiano dedicata alla ricerca, all’innovazione e alla creatività) e curatore del volume "Italo Globali. Viaggio nell'Italia che vive al ritmo del mondo" (Lupetti Editore, 2014) che raccoglie gli interventi di decine di "cervelli italiani in movimento e non in fuga" su come si vive e lavora da "inbetweener" tra la madrepatria e il paese che ti ha dato una migliore opportunità di lavoro.


Nel libro figurano i contributi di diversi imprenditori e professionisti che hanno fatto del "made in Italy" il loro punto di forza, oltre alla testimonianza di due decani doc: il fotografo Oliviero Toscani e il mass-mediologo Alberto Abruzzese.

L'iniziativa è diventata anche un momento di confronto con due convegni che si sono tenuti nella sala Aldo Moro della Camera dei Deputati, il primo il 4 ottobre 2016 e il secondo il 30 marzo 2017. 




Durante il mio intervento del 30 marzo (da 2h 2m) ripreso dalla webtv della Camera e caricato sul canale Italo Globali di Youtube, ho parlato della mia attività di regista, documentarista e sceneggiatore nel cinema, nella televisione e nel web tra Roma e Milano, New York e Los Angeles. In particolare, mi sono soffermato su come vengono percepiti gli italiani dai media negli Stati Uniti, sulle relazioni culturali tra Italia e Cina e su alcune nuove tendenze dell'industria audiovisiva statunitense. 


Clicca qui per leggere il comunicato stampa del convegno. 
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28 marzo 2017

Tutta la storia di Ralph Minichiello, il marine italo-americano che dirottò il Boeing nel 1969 da Los Angeles a Roma





Nel 1969 tutti i giornali e le tv del mondo ne hanno parlato.

E’ stato forse l’unico italiano a fare la guerra in Vietnam ma non ha nulla a che a fare con John Rambo, il personaggio interpretato da Sylvester Stallone, al quale è stato spesso accostato.

A 19 anni era già un veterano di guerra, un marine pluridecorato con 5 medaglie al valore.

Robert De Niro convinse Giancarlo Giannini a fare un film su di lui ma poi il progetto saltò. Mel Gibson ci ha riprovato ma lui ha detto di no.

Divenne un eroe involontario per i pacifisti di tutto il mondo, che hanno visto nella sua impresa folle e temeraria un atto di sfida nei confronti del governo americano.

Nel 1985 progettò di vendicarsi dei medici che avevano fatto morire sua moglie incinta rimasta per 5 ore in sala travaglio ma desiste dopo che un amico lo avvicina alla lettura del Bibbia.

Ma chi è veramente e che cosa ha fatto Raffaele Minichiello?

Giovanni Minoli lo ha incontrato per farsi raccontare la sua incredibile storia in tre puntate, curate da Luca Martera, nel corso di Mix24 in onda da martedì 28 a giovedì 30 marzo 2017. L'occasione è data dall'uscita del libro "Il marine" (Mondadori) scritto dal giornalista Pier Luigi Vercesi.


Il 31 ottobre 1969 si è reso protagonista del più lungo dirottamento nella storia dell'aviazione civile, oltre 19 ore da Los Angeles a Roma per un totale di quasi 11 mila chilometri in aria.

Avvincente come la trama di un film, la sua è una storia che merita di essere raccontata.


Emigrato nel 1963 a 14 anni con i suoi genitori da Melito Irpino, in provincia di Avellino, per trasferirsi a Seattle, Minichiello si arruola qualche anno dopo come lance corporal, cioè soldato scelto, partendo volontario per la guerra del Vietnam.

Marine pluridecorato per le sue missioni – aveva sparato e ucciso ed era sopravvissuto  agli agguati dei cecchini nel delta del Mekong e alle bombe che ragazzini vietcong e prostitute sorridenti facevano esplodere nelle strade di Da Nang e nei bordelli di Saigon – Ralph entra in conflitto con i suoi capi, quando scopre un ammanco sul suo conto per un errore contabile dell’amministrazione. Così perde la testa e mette a soqquadro lo spaccio della base andandosene via con duecento dollari di viveri.



Il 29 ottobre lo aspetta la corte marziale ed a questo punto che decide di disertare e pagando un collega per farsi sostituire va a Sacramento a comprarsi un fucile e il 31 ottobre 1969, a  Los Angeles, sale a bordo del Boeing, con un mitra a canna corta e 350 pallottole nascoste nella borsa. Puntando il fucile contro una hostess, si fa accompagnare dal comandante e ordina di andare a New York.

L’aereo, con ottanta passeggeri a bordo, fa quattro scali intermedi (Denver, New York, Bangor nel Maine e Shannon in Irlanda) e il solo e unico colpo sparato finisce sul soffitto della cabina.  I suoi sei ostaggi, i quattro piloti, l'hostess e il motorista, non muovono un dito perché forse Ralph potrebbe avere altri armi addosso.



Atterrato a Roma, Ralph riesce ad evitare gli agguati delle teste di cuoio dell’Fbi e chiede una macchina per Napoli, ma quando si accorge di essere braccato, abbandona la vettura, rifugiandosi nel Santuario del Divino Amore sull’Ardeatina. Lì stanco viene catturato e consegnato alla giustizia italiana. In questura, circondato da giornalisti e cine-operatori, si difende in un italiano stentato: “Paisà, perché mi state arrestando?”.

Ralph fu condannato a sette anni di reclusione per aver introdotto e detenuto armi e munizioni da guerra (di cui soltanto 1 e mezzo realmente scontati). La giustizia italiana tenne in conto delle dovute attenuanti generiche (in primis il mancato indennizzo dovuto al marines Minichiello durante la guerra in Vietnam). La buona condotta lo liberò dopo diciotto mesi.



Oggi è un 67enne di bell’aspetto, modi gentili e raffinati, vive con la sua famiglia a Milano. I conti con la giustizia americana sono stati perdonati da tempo e Ralph è un cittadino libero anche in America.

da sinistra, Giovanni Minoli, Raffaele Minichiello, Luca Martera


Clicca sui seguenti link per ascoltare le tre parti dell'intervista di Giovanni Minoli a Raffaele Minichiello.

Prima parte (da 28 minuti) - Martedì, 28 marzo 2017

Seconda parte (da 26 minuti) - Mercoledì, 29 marzo 2017

Terza parte (da 27 minuti) - Giovedì, 30 marzo 2017







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