20 maggio 2017

Long live Hollywood stereotypes. Ok, but do you know how Italian cinema mocked the US people?



How do American movies and TV shows portray Italians and Italian-Americans?

Is the history of ethnic prejudices really the same for everyone in the United States? If all Muslims are terrorists like Osama Bin Laden and the Jews are all greedy like Bernie Madoff, Italians are obviously all mobsters like Al Capone.

Wops, dagoes and guineas are some of the epithets once used in the United States against Italian immigrants. Stereotypes are still alive and everlasting. In addition to the categories of garlic eaters and snatchers, there are the pinch-butt greaseheads, in other words the harmless and rude womanizer. That originated from the myth of the Latin lover Rudy Valentino and finds new glory in the working class king of the dancefloor Tony Manero (John Travolta, star of Saturday Night Fever). And last but not least, there’s Guido, the derogatory nickname that Italian Americans of new generations are called.



Guidos and Guidettes are the epitome of Italian caricature and the exaggeration of the popular classes. For them, live is above all for sustaining and sculpting muscles, using bad words and having lots of sex. MTV America has dedicated a reality show to this tribe called Jersey Shore, aired in 2009 with high ranking, a year after the first Italian-American reality show entitled That's Amore (2008) with the typical disrespectful lover Domenico Nesci. 




Beside the figure of the Latin Lover, there is another stereotype still live: the mafioso. From Scarface in the 30s, to the dramedy mob-saga of The Sopranos in the 2000s, through the 70s milestone The Godfather, Italian mobsters have always been a mix of glamour and stupidity, violence and sweeteness--perfect for cinematic plots. After all, gangster movies are to western movies as mobsters are to cowboys: both American heroes.




Latin Lovers and mafioso stereotypes strongly mark a century of cultural differences among Italians, Italian Americans and US people in general. This is the world, these are the cultures and the races according to Hollywood.

In the last years, however, something changed. Hollywood is more sensitive to Chinese people due to their massive audience and toward African-Americans due to the politically correctness. But just for the Italians and Italian-Americans they insist on using the usual stereotypes of 4 M: Mamas, Mafia, macaroni and mandolins, even though the image of Italians has changed in recent times thanks to excellence in the fields of fashion, design and cuisine worldwide.

But how would it be if people from the US were mocked for a time? Italian cinema did it many times during its golden years from 50’s to 70’s.



Stubborn army generals, dumb blondes, spoiled wealthy fat women, greedy gangly corporate men, CIA agents that pitilessly torture, racist urban and rural cowboys, negro servants, charitable and drunk soldiers, silly Italian American mobsters, doped up old hippies, dogmatic Protestant preachers, tacky and uneducated tourists.

They are just some examples of recurring stereotypes of US people portrayed in hundreds of Italian movies. Regarding this topic, I’m currently working on a live documentary in which I’ll tour in the United States this September and October in schools, universities, foundations, cultural institutes and associations. 

This live documentary is a new format created by me that mixes sociology, history and mass media through stand up comedy and academic remarks. 

The main goal of this live documentary is to better understand how Americans and Italians, from their standpoint, judged other countries. It had not been a win-win game, because the subtitle could be: "How Hollywood and Cinecittà (The Roman Cineland) cynically exploited stereotypes just for business".

The debut in Italian will be in June at Centro Studi Americani in Rome. Later the show will take place in the US among all scholars and lovers of Italian and American history, for future reference, with the help and support of the various cultural Italian and American institutions in Italy and the United States.

If you would like to have more details, send me a message on my Facebook page.


















11 maggio 2017

Business tra Italia, Stati Uniti e Cina: un documentario per raccontare come si fa



Dall'intervista di Giovanni Minoli a Luca Martera per il programma Mix24 di giovedì 11 maggio 2017 (da 13m a 27m).

Stereotipi, fraintendimenti linguistici, barriere culturali. Passi se succede nei film o nelle serie tv di Hollywood, ma se dobbiamo fare affari quanto contano le differenze culturali?

Negli ultimi anni si è fatta strada una nuova disciplina, “la Business anthropology”, che aiuta quelle aziende che vogliono conquistare mercati esteri ad evitare errori e figuracce quando si deve negoziare un contratto, gestire dipendenti e rivolgersi alle autorità di quel paese. Partiamo dagli Stati Uniti. Per il fatto che conosciamo più o meno la loro storia e più o meno la loro lingua, pensiamo di conoscerli bene, ma non è proprio così. Essendo il loro, un mercato basato sulla concorrenza, il rispetto dei brevetti e la tutela del consumatore, il rischio di cause legali è sempre in agguato e questo ha portato sempre di più negli ultimi anni a una sorveglianza di tipo orwelliano in tutti gli ambienti lavorativi per evitare il rischio che un dipendente o un acquirente sia tentato dall’usare prodotti e servizi in maniera impropria e poi fare causa al solo scopo di arricchirsi.

Ma quali differenze ci sono nell’ambito della cultura aziendale americana riguardo il rispetto degli orari e la gerarchia?

Se non si raggiunge un accordo, non si tira per le lunghe ma ci si rivede un altro giorno. Se il capo dice qualcosa di sbagliato, puoi farglielo capire e lui non si offende. Poi c’è l’integrity, cioè l’etica aziendale. Ad esempio, un manager deve sapere quando prendere le distanze da un dipendente che gli si rivolge con troppa piaggeria o fa il ruffiano. La pianificazione, poi, è molto importante: le scadenze vanno rispettate. Se dici una cosa deve essere quella, altrimenti ti bollano per sempre con il marchio di flip flopper, una che salta di qua e di là. L’abilità di lavorare in gruppo è fondamentale. Non c’è il paternalismo dovuto alla conduzione familiare. Manager e dipendenti pranzano insieme e ci parli più o meno quando vuoi. Disagree and commit, dicono gli americani, cioè dissentire e impegnarsi, lavoro di squadra prima di tutto anche se non condividi la policy aziendale allo scopo di ottenere il massimo risultato.

Perché è diversa l’etica del successo tra Americani e italiani?

Qui siamo proprio agli antipodi. In Italia spesso il successo non ti viene perdonato e quel senso di invidia e disfattismo fa sì che a spartirsi la torta siano sempre gli stessi soggetti con le stesse fette. Negli Stati Uniti, se uno lavora e crea nuove industrie, la torta diventa più grande e quindi anche se la fetta che uno prende è grande, anche la fetta degli altri è grande permettendo al paese di espandersi e fiorire.

Luca, cosa devono imparare invece gli imprenditori italiani che vogliono approdare nella terra del Dragone?

Be’, intanto che Cina la chiamiamo così solo noi occidentali e che loro si definiscono quelli del  “Regno di mezzo” ovvero al centro di tutto. Questo per far capire che siamo noi a doverci adeguare a loro e non viceversa. L’arte del maneggio poi - tra l’altro, questa, parola veneziana da cui discendono le parole management e manager - in Cina è antica quanto quella nostra. Quando si fanno affari con loro, si deve tenere conto di vari aspetti: oltre alla barriera linguistica, ci sono il rischio di violazione del copyright, la complessità della burocrazia e la difficoltà nell’ottenimento delle licenze.

Ma forse ancora più insormontabili delle difficoltà con la lingua, sono le differenze culturali. Si pensa erroneamente che l’etica del lavoro in Cina mortifichi la creatività, il genio e il talento, come li concepiamo noi. Le cose stanno proprio così?

Ai cinesi non piace l’enfasi rimanendo fedeli al precetto confuciano “mastica amaro e sopporta la dura fatica”. I primi anni sono duri e prevale la mattress culture (cultura del materasso) cioè l’abitudine imposta agli ingegneri del reparto di ricerca e sviluppo di dormire in ufficio nei primi anni della fondazione di una nuova azienda. I lavativi sono disprezzati tant’é che usano l’espressione “sei come un raviolo brasato attaccato alla padella” per indicare il dipendente scansafatiche o corrotto che rimane attaccato alla propria poltrona. Questo porta anche a fondere vita privata e lavorativa e non si ha timore di condividere i propri problemi con i capi o i colleghi.

Quanto ai rapporti con aziende straniere, non avendo un codice civile e commerciale come lo intendiamo noi, come ci si regola in genere?

Le negoziazioni in genere continuano nel tempo e i contratti firmati non sono mai definitivi, cosa che per un imprenditore occidentale è molto difficile da comprendere. Ma anche in questo caso ci aiuta la filosofia. Oltre al celebre l’arte della guerra di Sun Tzu, i cinesi portano avanti gli affari seguendo i 36 stratagemmi del trattato militare compilato in epoca Ming (tra il 1300 e il 1600) utile per tutte le transazioni e la strategia dei 24 caratteri elaborata da Deng Xiaoping negli anni ‘90. Qualche esempio: osservare con calma, trattare gli affari senza fretta, nascondere le proprie capacità e aspettare l’occasione propizia, mai rivendicare la propria leadership, essere bravi nel mantenere un basso profilo. Non è solo un balletto artificioso di buone maniere ma per i cinesi è l’unico modo per testare la mostra spontaneità, sincerità e onestà per poterci definire amici, prima ancora di siglare un accordo o intraprendere una qualsiasi forma di collaborazione. Mai parlare tanto per parlare, anche si ti chiedono per quale squadra tifi o del clima che hai lasciato a Roma o Milano alla partenza. Una volta però conquistata la fiducia di un imprenditore cinese, la guanxi (relazione) è per sempre e non bisogna neanche stupirsi se questo accordo verrà celebrato non con una stretta di mano ma con un rutto liberatorio. Per i cinesi non bisogna mai tenersi niente dentro. Vale anche per le scatarrate che vediamo sconcertati fare ai turisti cinesi in Italia. Ma un cinese mi ha spiegato che lo fanno così spesso a causa dell’aria inquinata.

Luca, su questi argomenti stai sviluppando il progetto di ricavarne un documentario?

Sì, gare di sputi a parte, mi piacerebbe poter raccontare per immagini tutto quello che devono fare e non fare gli imprenditori italiani che vogliono affermarsi in mercati difficili e competitivi come quello americano, cinese, ma anche messicano, russo, giapponese, brasiliano e indiano partendo proprio dalle relazioni culturali prim’ancora di quelle commerciali.

Hai già un produttore?

No, e mi piacerebbe trovarne più di uno tra quelle stesse aziende italiane che hanno aperto o vorrebbero aprire una filiale all’estero, magari con l’aiuto e il coinvolgimento delle camere di commercio italiane all’estero, di esperti come Venanzio Ciampa di The Promoction Factory, Umberto Mucci di We The Italians e Gabriele Caramellino di Italo Globali e di quei studi legali e aziende di intermediazione che si occupano di formazione e business anthropology, come Export Usa di Muriel Nussbaumer.


PER CONTATTARMI
Tutti coloro che sono interessati a partecipare al documentario, possono contattarmi scrivendo un messaggio privato sulla mia pagina social di Facebook.


CHI SONO E CHE COSA FACCIO
Lavoro dal 1997 come autore e regista creando contenuti per il cinema, la televisione e il web con una predilezione per i generi legati alla satira e la comicità. Ho lavorato e collaborato per Rai-Mediaset-La7 con Antonio Ricci (Striscia la Notizia), Giovanni Minoli (La Storia siamo Noi), Enrico Mentana (Matrix), Piero Chiambretti (Chiambretti Night), Mike Bongiorno, Gianni Boncompagni, Paolo Limiti e altri big della tv. Dal 2011 mi divido tra Roma, Milano, New York e Los Angeles, realizzando documentari e svolgendo attività di consulenza tra Italia e Stati Uniti legata ai media, business d'impresa, ricerche storiche, giornalismo investigativo e progetti di divulgazione della lingua e della cultura americana in Italia. Clicca qui per leggere il mio cv con i link video a tutti i miei lavori (tv, cinema, web, startup, editoria).














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4 aprile 2017

Chi sono e che cosa fanno gli "Italo Globali"?



"Essere Italo Globali significa saper vedere e saper cogliere le opportunità di questa epoca, interagendo con esse. Questi temi riguardano soprattutto l’imprenditoria, l’economia, la comunicazione, la creatività, l’innovazione e la scienza. In tal senso, pensiamo che Italo Globali sia un grande tema “tecnico” per il presente e per il futuro dell’Italia".

Così li definisce Gabriele Caramellino, giornalista, esperto di comunicazione e new media, collaboratore di Nòva - Il Sole 24 Ore (l’area del quotidiano dedicata alla ricerca, all’innovazione e alla creatività) e curatore del volume "Italo Globali. Viaggio nell'Italia che vive al ritmo del mondo" (Lupetti Editore, 2014) che raccoglie gli interventi di decine di "cervelli italiani in movimento e non in fuga" su come si vive e lavora da "inbetweener" tra la madrepatria e il paese che ti ha dato una migliore opportunità di lavoro.


Nel libro figurano i contributi di diversi imprenditori e professionisti che hanno fatto del "made in Italy" il loro punto di forza, oltre alla testimonianza di due decani doc: il fotografo Oliviero Toscani e il mass-mediologo Alberto Abruzzese.

L'iniziativa è diventata anche un momento di confronto con due convegni che si sono tenuti nella sala Aldo Moro della Camera dei Deputati, il primo il 4 ottobre 2016 e il secondo il 30 marzo 2017. 




Durante il mio intervento del 30 marzo (da 2h 2m) ripreso dalla webtv della Camera e caricato sul canale Italo Globali di Youtube, ho parlato della mia attività di regista, documentarista e sceneggiatore nel cinema, nella televisione e nel web tra Roma e Milano, New York e Los Angeles. In particolare, mi sono soffermato su come vengono percepiti gli italiani dai media negli Stati Uniti, sulle relazioni culturali tra Italia e Cina e su alcune nuove tendenze dell'industria audiovisiva statunitense. 


Clicca qui per leggere il comunicato stampa del convegno. 
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28 marzo 2017

Tutta la storia di Ralph Minichiello, il marine italo-americano che dirottò il Boeing nel 1969 da Los Angeles a Roma





Nel 1969 tutti i giornali e le tv del mondo ne hanno parlato.

E’ stato forse l’unico italiano a fare la guerra in Vietnam ma non ha nulla a che a fare con John Rambo, il personaggio interpretato da Sylvester Stallone, al quale è stato spesso accostato.

A 19 anni era già un veterano di guerra, un marine pluridecorato con 5 medaglie al valore.

Robert De Niro convinse Giancarlo Giannini a fare un film su di lui ma poi il progetto saltò. Mel Gibson ci ha riprovato ma lui ha detto di no.

Divenne un eroe involontario per i pacifisti di tutto il mondo, che hanno visto nella sua impresa folle e temeraria un atto di sfida nei confronti del governo americano.

Nel 1985 progettò di vendicarsi dei medici che avevano fatto morire sua moglie incinta rimasta per 5 ore in sala travaglio ma desiste dopo che un amico lo avvicina alla lettura del Bibbia.

Ma chi è veramente e che cosa ha fatto Raffaele Minichiello?

Giovanni Minoli lo ha incontrato per farsi raccontare la sua incredibile storia in tre puntate, curate da Luca Martera, nel corso di Mix24 in onda da martedì 28 a giovedì 30 marzo 2017. L'occasione è data dall'uscita del libro "Il marine" (Mondadori) scritto dal giornalista Pier Luigi Vercesi.


Il 31 ottobre 1969 si è reso protagonista del più lungo dirottamento nella storia dell'aviazione civile, oltre 19 ore da Los Angeles a Roma per un totale di quasi 11 mila chilometri in aria.

Avvincente come la trama di un film, la sua è una storia che merita di essere raccontata.


Emigrato nel 1963 a 14 anni con i suoi genitori da Melito Irpino, in provincia di Avellino, per trasferirsi a Seattle, Minichiello si arruola qualche anno dopo come lance corporal, cioè soldato scelto, partendo volontario per la guerra del Vietnam.

Marine pluridecorato per le sue missioni – aveva sparato e ucciso ed era sopravvissuto  agli agguati dei cecchini nel delta del Mekong e alle bombe che ragazzini vietcong e prostitute sorridenti facevano esplodere nelle strade di Da Nang e nei bordelli di Saigon – Ralph entra in conflitto con i suoi capi, quando scopre un ammanco sul suo conto per un errore contabile dell’amministrazione. Così perde la testa e mette a soqquadro lo spaccio della base andandosene via con duecento dollari di viveri.



Il 29 ottobre lo aspetta la corte marziale ed a questo punto che decide di disertare e pagando un collega per farsi sostituire va a Sacramento a comprarsi un fucile e il 31 ottobre 1969, a  Los Angeles, sale a bordo del Boeing, con un mitra a canna corta e 350 pallottole nascoste nella borsa. Puntando il fucile contro una hostess, si fa accompagnare dal comandante e ordina di andare a New York.

L’aereo, con ottanta passeggeri a bordo, fa quattro scali intermedi (Denver, New York, Bangor nel Maine e Shannon in Irlanda) e il solo e unico colpo sparato finisce sul soffitto della cabina.  I suoi sei ostaggi, i quattro piloti, l'hostess e il motorista, non muovono un dito perché forse Ralph potrebbe avere altri armi addosso.



Atterrato a Roma, Ralph riesce ad evitare gli agguati delle teste di cuoio dell’Fbi e chiede una macchina per Napoli, ma quando si accorge di essere braccato, abbandona la vettura, rifugiandosi nel Santuario del Divino Amore sull’Ardeatina. Lì stanco viene catturato e consegnato alla giustizia italiana. In questura, circondato da giornalisti e cine-operatori, si difende in un italiano stentato: “Paisà, perché mi state arrestando?”.

Ralph fu condannato a sette anni di reclusione per aver introdotto e detenuto armi e munizioni da guerra (di cui soltanto 1 e mezzo realmente scontati). La giustizia italiana tenne in conto delle dovute attenuanti generiche (in primis il mancato indennizzo dovuto al marines Minichiello durante la guerra in Vietnam). La buona condotta lo liberò dopo diciotto mesi.



Oggi è un 67enne di bell’aspetto, modi gentili e raffinati, vive con la sua famiglia a Milano. I conti con la giustizia americana sono stati perdonati da tempo e Ralph è un cittadino libero anche in America.

da sinistra, Giovanni Minoli, Raffaele Minichiello, Luca Martera


Clicca sui seguenti link per ascoltare le tre parti dell'intervista di Giovanni Minoli a Raffaele Minichiello.

Prima parte (da 28 minuti) - Martedì, 28 marzo 2017

Seconda parte (da 26 minuti) - Mercoledì, 29 marzo 2017

Terza parte (da 27 minuti) - Giovedì, 30 marzo 2017







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19 febbraio 2017

Come si fanno ad aprire le porte di Hollywood?

Intervista ad Alessandro Minoli di Luca Martera per Tv Zoom


Jeff & Some Aliens racconta di tre alieni che stanno studiando il nostro pianeta con l’aiuto di Jeff, l’uomo più “medio” del mondo. Jeff è un bravo ragazzo, uno sfigato che sta semplicemente cercando di stare a galla in un mondo complicato, e gli alieni diventano in pratica i suoi coinquilini pigri e fannulloni. Hanno sempre voglia di aiutare Jeff, anche se non capiscono bene come funziona questo nostro mondo. Per esempio, nella seconda puntata, Jeff si trova senza soldi per portare la sua fidanzata fuori a mangiare sushi. Gli alieni lo aiutano con una loro tecnologia che gli permette di creare dal nulla qualsiasi cosa voglia, ma c’è una conseguenza: più cose realizza, meno gli resta da vivere. Messo alla prova, bastano cinque minuti a Jeff per perdere il controllo sui suoi impulsi e per perdere 20 anni di vita, comprando Porsche, animali esotici e altre stupidaggini.

  da sinistra, Alessandro Minoli, l'attore Brett Gelman, Sean Donnelly

Così descrive la sua “creatura” Alessandro Minoli, al suo debutto come showrunner con Sean Donnelly della nuova sitcom animata in 6 episodi, Jeff & Some Aliens, in onda dallo scorso 11 gennaio su Comedy Central Usa. I primi tre episodi sono visibili sul sito cc.com e al momento non è ancora noto quando la serie sarà trasmessa in Italia dal canale Sky di Comedy Central. Abbiamo incontrato Alessandro Minoli per farci spiegare com’è nato il suo progetto.

Alessandro, ti senti più italiano o americano?
Sono nato in Italia e qui ho passato i primi sei anni della mia vita. I miei primi e più profondi ricordi sono italiani. Ma ho vissuto e studiato all’estero tutta la mia vita. Quindi, in apparenza, sono diventato americano – con tanto di accento doc e fidanzata texana – conosco molti oscuri e inimmaginabili dettagli della “pop-culture”, ma alla fine sogno segretamente un piatto di spaghetti alle vongole e un pomeriggio al mare. Per tanti anni ho lottato, pronunciando tutte le parole italiane – incluso il mio nome – come un italiano, ma visto che parlo inglese come un americano, quando salta fuori all’improvviso una “R” arrotata o la “L” leggera italiana, la gente sembra spaventata, e non capisce più niente. Ormai, mi chiamano “Olé” invece di Ale, e quando ordino al ristorante, pronuncio i piatti italiani come Stanlio e Ollio per essere sicuro di essere capito.

Che studi hai fatto?
Alla New York University ho studiato teatro, sceneggiatura e anche composizione musicale. Dopo la laurea, ho passato sei mesi a studiare improvvisazione comica alla scuola di Philippe Gaulier a Parigi. Poi sono tornato a New York, e mentre cominciavo a trovare i primi lavoretti, continuavo gli studi seguendo corsi all’UCB (Upright Citizens Brigade), la più famosa scuola d’improvvisazione comica della Grande Mela, che è diventata il punto di riferimento per la commedia alternativa in America.

In che cosa consistevano questi primi lavori a New York?
Quando ho finito la scuola, stavamo vivendo il primo “boom” di contenuti  online – siti come YouTube erano all’avanguardia – e si investiva tanto, sprecando soldi, nella creazione di corti e serie per il web destinati a troppi canali, tutti diversi.  A quel tempo, ho avuto la fortuna di trovare lavoro come scrittore, produttore e attore per siti come MTV.comIFC.com e altri ed è lì che ho imparato a produrre, realizzare e montare due o tre corti alla settimana a volte.  Contemporaneamente, ho fatto un po’ di stand-up comedy e su Internet si possono trovare uno o due dei miei vecchi sketch.

Come hai cominciato a lavorare in televisione?
Sbattendo la testa come un mulo contro ogni porta. Stavo cercando un mezzo che contenesse tutte le cose che mi interessavano – scrittura, regia, recitazione, musica – e la televisione mi sembrava il luogo ideale. Io e il mio amico d’infanzia, il co-creatore di Jeff & Some Aliens Sean Donnelly, abbiamo deciso un giorno di fare tutto quello che potevamo per realizzare una serie televisiva. La nostra ignoranza di come funzionasse il sistema ci ha permesso un ottimismo abbastanza ridicolo, che ci ha spinto a creare, da soli, un “pilot”. In questo caso, l’unico tipo di contenuto che potevamo fare gratis senza aiuto era un’animazione di 10 minuti, che abbiamo chiamato Basement Gary. Questo corto ci ha permesso, un passo alla volta, di aprirci le porte di Hollywood.

Come e perché hai deciso a un certo punto di trasferirti a Los Angeles?
Los Angeles rimane il centro del mondo dello spettacolo. Anche prima di andare a vivere a lì, ho fatto 2-3 “pellegrinaggi”, sempre con idee in mano, preparando “pitch” che recitavo a chiunque avesse anche mezzo aggancio con lo showbiz, tipo cugini di coinquilini di nemici e di amici. Pian piano, io e Sean abbiamo trovato un manager – che era in realtà il padre pensionato di un amico, che era stanco di giocare a golf tutto il giorno e voleva fare qualcosa -, che ha letteralmente aperto le pagine gialle dello spettacolo e fatto centinaia di telefonate, trovandoci un giovane agente. Così, abbiamo fatto un sacco di incontri e dopo un po’ abbiamo siglato il nostro primo accordo con Fox, che ha comprato lo stesso Basement Gary per svilupparlo.

Come hai presentato la proposta di Jeff & Some Aliens?
Il pitch è una danza misteriosa in cui creatori presentano le loro idee ai diversi produttori e canali di Hollywood, sperando di conquistare la loro fiducia per trovare i fondi per avviare il progetto. Nel caso di Jeff & Some Aliens, avevamo già creato nove corti per un’altra serie su Comedy Central, dal titolo TripTank. Comedy Central, negli Usa, fa parte del pacchetto “basic cable” ed è famoso anche in Italia per i suoi show irriverenti come  South Park, The Daily Show, Broad City, Inside Amy Schumer e altri. In Fox abbiamo fatto il nostro “pitch” descrivendo i personaggi, l’ambientazione, le diverse trame, insomma tutto quello che serviva per creare un nuovo mondo con materiale narrativo sufficiente per durare anni e anni.

Tu non nasci come disegnatore, ma ti sei ritrovato a creare una sitcom animata. Come mai?
Ci sono tante idee che, per realizzarle, hanno bisogno di risorse. Questo limite spesso è di ostacolo ancora prima di partire, ma il bello dell’animazione è che basta una penna (elettronica) e un accesso diretto all’immaginazione. Il mio partner, Sean, è un artista di grandissimo livello e quindi, invece di spendere un anno cercando disperatamente di trovare soldi, abbiamo deciso di fare qualcosa di animato. Io, che a malapena disegno, mi sono messo davanti al computer per il nostro primo progetto e ho disegnato sfondi, e infatti alcuni di questi sono inguardabili. Da questo primo progetto siamo arrivati a Jeff & Some Aliens, anche se negli ultimi anni, abbiamo sviluppato progetti di “live action”. È vero che ci sono tante serie animate che hanno come target un pubblico adulto. Credo che ogni anno, con tutto quello che c’è da vedere, il pubblico diventi sempre più sofisticato.  Nel nostro caso, abbiamo cercato di parlare di argomenti seri – la malinconia di diventare adulto, l’importanza di seguire con tenacia i propri sogni - ma senza limitarci nella rappresentazione dell’imbecillità assoluta. Alla fine, l’animazione è anche un modo per esplorare anche l’oscenità e la follia senza limiti al servizio di una storia interessante.


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