25 maggio 2018

Un "documentario dal vivo" per raccontare gli Stati Uniti attraverso un secolo di cinema italiano


Se sappiamo bene come Hollywood ha rappresentato gli italiani e gli italo-americani - brutalmente, attraverso le 4 M di mamma, mandolino, mafia e macaroni - raramente, invece, si è indagato sul modo in cui gli italiani stessi hanno raccontato e rappresentato il popolo americano.

E' questo il tema del documentario dal vivo che sto portando in tour in Italia dal 2017 e dall'autunno 2018 anche negli Stati Uniti. Si tratta di un divertente, scandaloso e affascinante viaggio tra storia, letteratura, antropologia, sociologia, emigrazione, mass-media attraverso una selezione delle sequenze più significative tratte da film e documentari italiani dagli anni del muto sino ai giorni nostri. 

La prima presentazione dal titolo Chi vuò fa' l'Amerikano? si è tenuta lunedì 23 ottobre 2017 al Centro Studi Americani di Roma nell'ambito del Festival Diplomacy. 



La seconda presentazione dal titolo Non solo Kansas City: Alberto Sordi, un romano in America da Ollio a Kissinger si è tenuta lunedì 13 novembre 2017 nella Sala del Mappamondo del Parlamento italiano.


La terza presentazione dal titolo AmericaNapoli - 100 anni di film vesuviani tra Hollywood e Cinecittà si è tenuta mercoledì 18 aprile 2018 al Palazzo delle Arti di Napoli. 



La quarta presentazione si è tenuta nell'ambito della rassegna da me curata L'America vista dall'Italia promossa dalla Cineteca Nazionale - Centro Sperimentale di Cinematografia al Cinema Trevi di Roma dal 15 al 24 maggio 2018.  


                                                                                                 da sinistra Luca Verdone, Max Tortora e Luca Martera

Sono centinaia i film prodotti in Italia e girati sia nello Stivale che direttamente negli States con battute, riferimenti e personaggi legati al Nuovo Mondo. Oltre alla figura dell'italo-americano che ha fatto fortuna (il cosiddetto prominent) ed è malato di nostalgia patriottica, diverse sono le tipologie-stereotipi ricorrenti: ufficiali dell’esercito guerrafondai e tutti d’un pezzo, bionde bellissime e ovviamente oche, mafiosi italo-americani tonti e dal volto orripilante, figli dei fiori perennemente su di giri, sadici agenti CIA con l’occhio ceruleo, emigrati di ritorno cafoni e arricchiti malati di nostalgia patriottica, soldati negri sempre ubriachi, avidi e grassi uomini d'affari con sigaro e cappellone texano, cowboy imperialisti e indiani un po’ troppo comunisti, miliardarie pluri-divorziate in cerca di latin lover.


Nel periodo muto e fascista, gli stereotipi sugli Stati Uniti riflettono i valori di quel tempo in cui si immagina un Eldorado esotico e tentacolare, popolato da cowboy giustizieri, indiani selvaggi, servitori negri, gangster vagamente latini (ma mai italiani per ragioni di censura), donne dai capelli platino in abito da sera e ricchi capitalisti in frac che fumano il sigaro e perennemente col bicchiere di whisky in mano.

Tutto cambia con l’arrivo degli Alleati nel 1943. Gli italiani vedono per la prima volta come parlano e sono fatti gli americani, che da liberatori regalano cioccolata, sigarette e calze di nylon a "segnorine" e sciuscià. Diversi film del Neorealismo firmati da Rossellini, De Sica e altri registi raccontano questo periodo difficile con uno sguardo talvolta critico e in alcuni casi anche anticipatore. Oltre al fenomeno delle “spose di guerra”, si parla infatti anche dei soldati di colore che fanno figli con donne italiane e vengono trattati come persone quando invece negli Stati Uniti sono ancora vittime della segregazione razziale, che rimarrà in vigore ancora sino a metà degli anni ‘60.
                                               

Numerosissimi sono gli incroci, gli scambi e le influenze tra cinema americano e italiano dagli anni ‘50. Dalla Hollywood sul Tevere a base di kolossal biblici di serie A e "sandaloni" e "peplum" di serie B ai premi Oscar a Federico Fellini, Anna Magnani e Sophia Loren, dal successo mondiale degli spaghetti-western di Sergio Leone alle centinaia di film a stelle e strisce girati in Italia da “Vacanze Romane” di William Wyler a “To Rome with Love” di Woody Allen.

Tutti i più grandi registi italiani si sono cimentati, almeno una volta, con temi e luoghi dell’immaginario a stelle e strisce: oltre ai già citati De Sica e Rossellini, figurano anche Fellini, Antonioni, Pasolini, Rosi, Petri, De Filippo, Monicelli, Lizzani, Montaldo, Scola, Salce, Ferreri, Bertolucci, Wertmuller, Cavani e più di recente Tornatore e Sorrentino. Per non citare i divertenti sfottò al capitalismo e consumismo americano di Totò, Alberto Sordi, Marcello Mastroianni, Ugo Tognazzi, Vittorio Gassman, Nino Manfredi, Monica Vitti e Paolo Villaggio.


Né mancano interessanti e insoliti racconti sull’altra America negli anni caldi della contestazione e delle lotte per i diritti civili in numerosi documentari che riflettono lo sguardo e l'ideologia dei loro autori nel contesto di quei tempi: cattolico-pacifista (Cesare Zavattini, Mario Soldati), marxista-terzomondista (Antonello Branca, Ansano Giannarelli), nostalgico-reazionario (Luigi Barzini Jr., Giovanni Guareschi), anti-americano di estrema sinistra (Ugo Gregoretti, Giuseppe Ferrara, Andrea Frezza, Paolo Pietrangeli) e anarchico-libertario con il filone dei mondo-movies firmati da Gualtiero Jacopetti, Tinto Brass, Giancarlo Fusco e Luigi Vanzi, autore quest’ultimo di “America paese di dio” del 1965 con un commento lungimirante firmato da Italo Calvino.

La fine degli anni '70 segna il tramonto della stagione d'oro del cinema italiano con lo sfruttamento sistematico di tutti quei generi e sottogeneri che, tra omaggi-oltraggi, remake non dichiarati e parodie grossolane, continuavano a rifarsi a un immaginario made in USA popolato da poliziotti giustizieri, alieni, zombie e cannibali. 

Dagli anni ‘80 agli anni 2000, sono diversi i casi di film italiani che anticipano la cosiddetta "fuga di cervelli" negli States dovuta all'eterna crisi e la conseguente disoccupazione giovanile in Italia: da "Lontano da dove" di Stefania Casini a "Summertime" di Massimo Mazzucco, da “Once We Were Strangers” di Emanuele Crialese fino a "My name is Tanino" di Paolo Virzì. Per il resto prevale più il calcolo che la voglia di raccontare storie autentiche, capaci di catturare lo spirito del tempo. Ecco, quindi, che alcuni cineasti italiani hanno preferito volgere lo sguardo al passato con operazioni nostalgia, vagamente ricattatorie e decisamente ammiccanti al mercato americano. Il riferimento non può che andare agli Oscar vinti da Tornatore per "Nuovo Cinema Paradiso", Salvatores per "Mediterraneo", il compianto Troisi per "Il Postino" (il premio andò alle musiche, ma fu candidato anche come miglior film), Benigni per "La vita è bella" e Sorrentino per "La grande bellezza", quest'ultimo di fatto remake non dichiarato de "La Dolce Vita". 

Negli ultimi dieci anni, sembra consolidarsi invece una nuova ondata di registi italiani che dirigono film recitati in lingua inglese per il mercato globale, da Roberto Minervini  a Luca Guadagnino, da Gianfranco Rosi a Andrea Pallaoro, includendo in questa categoria il già hollywoodiano Gabriele Muccino.


Alla fine qual è il bilancio di cent’anni di Stati Uniti visti dal cinema italiano? Grosso modo è stata una battaglia che hanno perso sia gli italiani che gli americani. Un film è soprattutto un prodotto commerciale e non uno strumento per capire i popoli e quindi entrambe le cinematografie hanno badato, quasi sempre, più a sfruttare biecamente i rispettivi stereotipi che ad analizzare le differenze culturali con umorismo e reale interesse antropologico. Visto che entrambe le cinematografie si sono scambiate in un secolo di storia sorrisi e canzoni, applausi e risate, baci e schiaffi, abbracci e insulti, mani sul sedere e bombe, al termine dello show sarà assegnato il premio "Asino d'oro" ai peggiori film italiani e americani che hanno rappresentato i due popoli riducendoli a stereotipi da cartolina. Il premio si propone di stimolare produttori, sceneggiatori e registi di serie tv, show e film di Hollywood a "studiare di più" e se non altro a giocare con gli stereotipi, puntando su soluzioni e storie più intelligenti come, ad esempio, nella commedia "Un pesce di nome Wanda" dove gli Americani insultano gli Inglesi magnificando gli italiani...




Per richiedere la conferenza-show per scuole, università, aziende, associazioni, fondazioni e abitazioni private, leggi qui.







30 aprile 2018

Rassegna "L'America vista dall'Italia" al Cinema Trevi di Roma dal 15 al 24 maggio 2018


da sinistra Luca Verdone, Max Tortora e Luca Martera


Rassegna, promossa dal CSC - Cineteca Nazionale, a cura di Luca Martera al cinema Trevi dal 15 al 24 maggio 2018.
«Se Hollywood rappresenta da oltre un secolo gli italiani e gli italo-americani attraverso le "4 M" di mamma, mandolino, mafia e macaroni, altrettanto si può dire del cinema italiano che ha raccontato e rappresentato il popolo americano nei suoi pregi e difetti fin dai tempi del muto: guerrafondai, oche bionde, mafiosi dal volto orripilante, figli dei fiori strafatti, sadici agenti Cia, capitalisti avidi e grassi, cowboy imperialisti e indiani un po' troppo comunisti, miliardarie pluri-divorziate in cerca di latin lover. Ecco una parata di stereotipi yankee - talvolta motivata, ma molto spesso inseguita solo per fini di bieco "exploitation" - che vedremo in diversi film e documentari della rassegna» (Luca Martera, media maker tra Italia e Stati Uniti).


MARTEDI' 15: ANTI-AMERICANISMO ALL'ITALIANA 

ore 16.30 Permette? Rocco Papaleo di Ettore Scola (1971, 114')
«A New York per un match di boxe, l'ex pugile Rocco Papaleo (Mastroianni), immigrato in Alaska, si innamora della modella Jenny (Hutton): avrà una delusione dopo l'altra, e alla fine erediterà cinque chili di dinamite dall'amico barbone Gengis Khan (Reed). Scola (sceneggiatore con Ruggero Maccari) prova a descrivere l'altro lato del sogno americano, giustapponendo - con montaggio frammentato - pubblicitari fatui, poliziotti cattivi e relitti da Bowery: ma a non funzionare è innanzitutto il personaggio di Mastroianni, sognatore naïf fuori tempo massimo» (Mereghetti).

ore 18.30 Incontro moderato da Luca Martera con Flaminio Di Biagi, docente di Storia del Cinema presso il Loyola University Chicago Rome Center e autore del libro "Italomericani tra Hollywood e Cinecittà" (Le Mani, 2010).  

ore 20.00 America paese di Dio di Luigi Vanzi (1966, 95')
«Un concetto base che il documentario vuole comunicare è che l'America non è staccata dalla religiosità: la cerca, ne sente il bisogno, talvolta la possiede in maniera esibizionistica, ingenua o sbagliata. […] Le immagini sono talvolta critiche, spietate, ma corrispondenti all'esistente, verificate, non ovvie. Il testo […] nato dalle immagini, si sente che è arrivato a cose fatte, che lo scrittore (I. Calvino) ha tentato un discorso proprio, non sempre ottenendo la necessaria fusione» (M. Verdone).



MERCOLEDI' 16: IL SOGNO AMERICANO DEGLI AVATI 

ore 17.00 Dove comincia la notte di Maurizio Zaccaro (1991, 97')
«Indagando sulle cause del suicidio del padre, coinvolto nella provincia americana in un affaire con una sedicenne, un giovane uomo (Gallop) fa riemergere i fantasmi inconsci dei suoi famigliari. Un pretesto giallo per uno psicodramma collettivo riuscito, dove tutto vacilla e si disfa in un'America che sembra la proiezione del sogno europeo fattosi incubo. Scritto da Pupi Avati e girato da Zaccaro in America, in inglese, durante le riprese e con la stessa troupe diBix» (Mereghetti).

ore 19.00 La stanza accanto di Fabrizio Laurenti (1994, 92')
«Martin Yakobowsky, legale in un grande studio di Chicago, per dirimere una vertenza testamentaria a vantaggio di una comunità polacca di Hamilton (che ha ereditato una miniera da un benefattore, Lowell) torna sui luoghi dell'infanzia, dove, con un ragazzo ritardato, Teddy Boleslaw, aiutava lo zio August, titolare di un macello, a scannare le bestie. Da tempo in cura psichiatrica per le allucinazioni e gli incubi di cui soffre, Martin, chiedendo di tornare nella vecchia ala dell'hotel Hurst, alloggia nella stanza accanto a quella che vide un orrendo delitto, in cui la sua ragazza Ketty venne barbaramente mutilata assieme a due fratelli, piazzisti di lingerie. Le allucinazioni, l'incontro nell'ospizio col vecchio zio August, l'ira del padre dei due fratelli che lo ritiene responsabile del delitto, portano Martin a chiedersi se non sia lui il colpevole» (cinematografo.it).

ore 20.45 Incontro moderato da Luca Martera con il produttore Antonio Avati.

a seguire Bix di Pupi Avati (1991, 117')
«Per raccontare la leggenda di "Bix", il jazzofilo Pupi Avati ha abbandonato la "sua" Romagna e si è trasferito nei luoghi dove Leon Beiderbecke visse nei primi decenni del secolo. Le scene che raccontano i rapporti tra Bix e la sua borghese famiglia si svolgono proprio nella casa che fu di suo padre; laddove è stato possibile, anche le strade e il locale di ritrovo sono stati ritrovati (o ricostruiti) come allora. Si respira una forte atmosfera di autenticità in questo film, che per struttura narrativa, taglio delle inquadrature (dominano le riprese dal basso), e ritmo narrativo non nasconde, però, mai la propria ambizione di trascendere il tono della biografia naturalisticamente veritiera per attingere al Mito» (A. Viganò).


GIOVEDI' 17: I CONQUISTATORI DI HOLLYWOOD

ore 17.00 Trauma di Dario Argento (1993, 110')
Una ragazza anoressica, figlia di romeni immigrati in America, scappa dalla clinica psichiatrica a Minneapolis, mentre la città è sconvolta da una serie di delitti a catena. «Mentre giravo in America Due occhi diabolici, tre anni fa, scrissi un breve racconto intitolato L'enigma di Aura. Poi, mano a mano è nata la sceneggiatura. Ma non parla solo di amore: ci sono dentro la famiglia come luogo di disagio e malattia, il tema dell'emarginazione, le capacità medianiche, i disturbi psichici…» (Argento).

ore 19.00 My Name is Tanino di Paolo Virzì(2001, 115')
«Tanino, un giovane siciliano di vent'anni, incontra Sally, una ragazza americana in vacanza in Sicilia. I due si scambiano un bacio fugace e subito dopo Sally riparte per gli Stati Uniti, dimenticandosi la sua videocamera. Tanino, affascinato dal sogno americano e desideroso di rivedere la ragazza, decide di partire per l'America con la scusa di riportarle l'oggetto dimenticato, ma una volta arrivato, dopo una serie di avventure poco piacevoli, si rende conto che l'America non è esattamente come la sognava» (cinematografo.it).

ore 21.15 This Must be the Place di Paolo Sorrentino (2011, 120')
«La solitudine e la scoperta, il viaggio e la metafora esistenziale, il rock, le passioni sopite e un mazzo di grandi attori per confermarsi regista capace di raccontare le parabole discendenti, come in Italia, pochissimi altri. This Must Be the Place di Paolo Sorrentino è un magnifico film. Sean Penn interpreta Cheyenne. Rossetto, cerone, occhi tristi ed eloquio rallentato. Rock star 50enne in cantina per scelta volontaria, automa in un'irriconoscibile Dublino, alieno incapace di rimembrare il passato o proiettarsi nel futuro. [...] In un'America immobile, simile a un quadro di Hopper, guardare oltre la siepe equivarrà a rinascere» (Pagani).


VENERDI' 18: SORDI L'ANTI-AMERICANO A ROMA

ore 17.00 Un italiano in America di Alberto Sordi (1967, 108')
«Giuseppe, addetto ad un distributore di benzina in Italia, viene chiamato a raggiungere il padre che vive negli Stati Uniti e che si rifà improvvisamente vivo dopo anni di silenzio. L'incontro avviene a New York, durante uno "show" televisivo: Giuseppe riabbraccia il genitore e riceve in dono diecimila dollari e una macchina lussuosa. Colmo d'entusiasmo s'appresta a cominciare una nuova vita, abbagliato dalle prospettive di guadagno che il padre gli fa balenare, spacciandosi come uomo d'affari. In realtà, è un uomo pieno di debiti contratti nelle case da gioco in cui è conosciuto con il nomignolo di Mandolino. I debiti vengono pagati con i diecimila dollari, l'auto e persino il biglietto di ritorno di Giuseppe, che viene inoltre coinvolto dal padre in una vendetta di giocatori dalla quale esce pesto e sanguinante» (cinematografo.it).

ore 19.00 Incontro moderato da Luca Martera con Max Tortora e Luca Verdone.

ore 20.30 Assolto per aver commesso il fatto di Alberto Sordi (1992, 121')
Emilio Garrone, spacciandosi per un ispettore della Siae (della quale è in realtà un ex funzionario in pensione da molti anni), in merito al riscontro di alcune irregolarità amministrative riesce a indurre i titolari di varie emittenti radiotelevisive private a cedergliene la proprietà senza compenso. Divenuto in breve tempo un temibile concorrente dell'impero televisivo appartenente al cavalier Serra, il faccendiere riesce tramite un imbroglio a superarlo sul tempo nell'acquisto di un prestigioso network americano. «L'Italia ... sì, sì, è diventata un paese volgare, criminale, cattivo. […] Alla criminalità organizzata, io non voglio neanche pensare... Ho pensato, per questo film, [...] ai nostri nuovi miliardari, quelli che si sono accorti per tempo che la televisione poteva essere un grandissimo affare: in fondo racconto un altro capitolo dell'italiana "arte di arrangiarsi"» (Sordi).


SABATO 19: GANGSTERS D'AUTORE

ore 17.00 Gli intoccabili di Giuliano Montaldo (1969, 117')
«Il rapporto con Cassavetes fu problematico. Io avevo visto i suoi primi film, Shadows e Faces, e lo ammiravo moltissimo. Mi aspettavo di incontrare un collega, un eroe del cinema indipendente; vidi arrivare sul set una star di Hollywood con tutte le bizze e le pretese del caso. Capii ben presto che John recitava in film "commerciali" esclusivamente per guadagnare denaro da investire, poi, nei suoi film. Non gliene importava granché di Gli intoccabili e soprattutto era abituato a sfidare i registi: scoprii successivamente che non aveva mai [...] finito un film in cui fosse stato ingaggiato come attore. [...]. Era stato un braccio di ferro, un gioco di potere [...]. Poi, negli Usa, ci aiutò moltissimo a risolvere tutti i problemi sindacali con le Unions, mi invitò a casa sua... ma l'ultima inquadratura del film non me la fece! [...]. Gli intoccabili, con mia grande sorpresa, fu selezionato per il concorso a Cannes. [...] Il film ebbe un'ottima accoglienza di pubblico» (Montaldo).

ore 19.15 C'era una volta in America di Sergio Leone (1983, 226')
«Dal romanzo Mano armata (The Hoods, 1983) di Harry Grey (David Aaronson). All'origine dell'ultimo film di Leone (1929-89) c'è il tempo con la sua vertigine. Come struttura narrativa, è un labirinto alla Borges, un giardino dai sentieri incrociati, una nuova confutazione del tempo. La sua vicenda abbraccia un arco di quasi mezzo secolo, diviso in 3 momenti: 1922-23, quando i protagonisti sono ragazzini, angeli dalla faccia sporca alla dura scuola della strada nel Lower East Side di New York; 1932-33, quando sono diventati una banda di giovani gangster; 1968, quando Noodles (R. De Niro), come emergendo dalla nebbia del passato, ritorna a New York alla ricerca del tempo perduto. Se il 1922 e il 1932 sono flashback rispetto al 1968, il 1968 è un flashforward rispetto al 1933: il Noodles anziano è una proiezione di quel che Noodles, allucinato dall'oppio, ha sognato nella fumeria. Il presente non esiste: è una sfilata di fantasmi nello spazio incantato della memoria. Alle sconnessioni temporali corrispondono le dilatazioni dello spazio: con sapienti incastri tra esterni autentici ed esterni ricostruiti in teatro, Leone accompagna lo spettatore in un viaggio attraverso l'America metropolitana (e la storia del cinema su quell'America) che è reale e favoloso, archeologico e rituale» (Morandini).


DOMENICA 20: NON SOLO NEW YORK 

ore 17.30 Smog di Franco Rossi (1962, 100')
Un avvocato italiano in viaggio verso il Messico si ferma per un giorno a Los Angeles. Fa amicizia con un italiano che vive di espedienti, che lo introduce nel bel mondo californiano, fra ville e party, cinema e politica.«Smog è un film rigoroso e, in un certo senso, moralistico. È tutto un fatto speculare: se uno gira in una città a quel tempo così inedita quanto lo era Los Angeles finisce con l'essere un po' preso da quello che vede giorno per giorno, e la prima lettura del film sembra più una specie di curioso documentario su una città allora così remota che non un vero e proprio discorso. Invece questo c'era, c'era questa voglia di rappresentare, magari con lo stesso attore di Odissea nuda [Enrico Maria Salerno, n.d.r.], un certo tipo di italiano…» (Rossi).

ore 19.30 Occhiopinocchio di Francesco Nuti (1994, 139')
«Supercult pinocchiesco. Disastro produttivo, ma anche affascinante tentativo autoriale megalomane di un comico al massimo del suo successo pronto a giocarsi tutto. Film bizzarro, difficilmente collocabile nel panorama italiano, difeso strenuamente da Nuti, che ci ha speso tre anni di lavoro, scrivendolo, dirigendolo, interpretandolo e parzialmente producendolo, portandolo a termine un anno dopo la sua prevista uscita di Natale '93. Ma soprattutto è un caso, rarissimo nel nostro di cinema, di film monstre, di eccesso autoriale che si scontra con il potere della produzione, rappresentata in questo caso dalla coppia Cecchi Gori-Berlusconi [...]. A novembre del 1993, infatti, il film venne interrotto ("per la mia 'probabile labilità', questa è la causa ufficiale che ho letto. Ma io stavo benissimo" dice Nuti), gli studi vennero smontati e sembrò che tutto il progetto andasse in fumo. Le tesi erano diverse. Si parlava di eccessi di spese di lavorazione, di follie registiche [...]. A un anno esatto di distanza, Francesco Nuti riesce a riprendere in mano il suo film, a terminare le riprese e a lanciarlo in sala per Natale. [...] Il film è troppo lungo, non ben funzionante, perché si passa dall'eccesso iniziale di film alla Cimino a un minimalismo pieraccioniano. Il pubblico non ci va, ha capito che siamo di fronte a un'operazione Joan Lui, e non è interessato a un Nuti-Pinocchio, al comico che vuole far l'autore, vuole le vecchie storie comiche-romantiche» (Giusti).


MARTEDI' 22: BLACK POWER

ore 16.30 Crazy Joe di Carlo Lizzani (1974, 100')
Stanco della sua eterna posizione di subalterno malpagato, Joe - un mafioso della famiglia Gallo - tenta, spalleggiato da suo fratello Richie, di prendersi una fetta degli affari del boss. Sconfitto però, nell'impari lotta, finisce in galera. Mentre Joe sconta la pena, Falco incarica un ex amico del recluso, Vincent Coletti, di uccidere il più astuto esponente dei capifamiglia don Vittorio Santoni. Vincent invece passa dalla parte di questi che lo premia dandogli il "feudo" di Falco. «Unendo la sapienza espressiva del neorealismo con la tecnica americana Lizzani, a poco tempo di distanza dall'uscita nelle sale di Il Padrino […] confeziona un'opera senza dubbio meno "romantica" ma ugualmente emozionante da considerare come una pregevole premessa a ciò che Sergio Leone e Tonino Delli Colli, dieci anni più tardi, avrebbero saputo egregiamente fare con C'era una volta in America» (Giacci).

ore 18.15 Presentazione versione restaurata del film Harlem a cura di Luca Martera con il confronto tra la versione originale uscita a maggio '43 e le versione censurata dal Psychological Warfare Branch, la divisione propaganda politica degli Alleati, circolata nell'immediato dopoguerra.



a seguire Harlem di Carmine Gallone (1943, 90')
«Girotti è Tommaso Rossi, un giovanotto di provincia dal volto paffuto e imberbe che si reca a New York per trovare il fratello, Nazzari, imprenditore edile felicemente integrato nella comunità italiana. Con una laurea in architettura nel cassetto si trasforma di punto in bianco in Tom Ross, pugile di successo, dopo aver steso con un destro un famoso pugile in un locale di Harlem. Con questo film Girotti torna ad essere utilizzato per le sue capacità atletiche in un film voluto per propaganda antiamericana e un po' razzista» (Liberatori). «Turgido mix fra noir, mélo, feuilleton e film di boxe, sceneggiato da Sergio Amidei ed Emilio Cecchi e fortemente voluto da Luigi Freddi per stigmatizzare la società e la cultura americane» (Gianni Canova).

ore 20.30 Seize the Time di Antonello Branca (1970, 90')
«Film culto degli anni Settanta girato da Antonello Branca, sul movimento delle Pantere Nere. Il film vinse nel 1971 il Premio di qualità dell'allora ministero del Turismo e dello Spettacolo. Il lungometraggio venne realizzato negli Stati Uniti, seguendo dall'interno il lavoro del Black Panther Party. L'impianto narrativo di Branca fonde abilmente i canoni del cinema verité a quello del teatro di guerriglia» (Aamod). Copia proveniente dall'Archivio Audiovisivo del Movimento Operaio e Democratico


GIOVEDI' 24: KILLER A NEW YORK

ore 16.30 Lo squartatore di New York di Lucio Fulci (1982, 91')
«La polizia indaga sugli efferati crimini di un maniaco sessuale che uccida e mutila giovani donne piacenti, e sfida i tutori dell'ordine comunicando in anticipo, per telefono, il nome della vittima prescelta. […] Il film risulta alla fine poco più di un'esercitazione da mattatoio» (Fegatelli). «Ne Lo squartatore di New York la città rappresenta la paura collettiva e nello stesso tempo l'incubo di tanti individui soli» (Fulci).

ore 18.15 Colpo rovente di Piero Zuffi (1970, 111')
L'industriale Brown, dedito al traffico di droga, viene ucciso a New York. Sull'omicidio indaga Frank Berin, che si infiltra nell'organizzazione criminale. «Bel colpo per un primo film. Scenografo, pittore, esperto del melodramma, il romagnolo Piero Zuffi, dopo aver collaborato a qualche film, ha sentito il solletico. Aveva a disposizione un buon soggetto, elaborato, probabilmente, durante le visite in USA: nella quale nazione, come sappiamo, dilaga la moda, presso grandi e piccini, dell'"erba", delle varie droghe che procurano paradisi artificiali. [...] Il difetto di Colpo rovente è uno solo: lo spirito d'avventura è superiore allo spirito d'indagine psicologica. Il racconto è più pittoresco che reale. Le qualità sono molte: la sveltezza espositiva, la varietà dei caratteri e lo splendore della fotografia di Pasqualino De Santis. Il regista ha poi avuto la mano particolarmente felice scegliendo Carmelo Bene per la parte del "killer"» (Bianchi).

ore 20.30 Incontro moderato da Luca Martera con Roberto Faenza e il direttore della fotografia Giuseppe Pinori.

a seguire Copkiller di Roberto Faenza (1983, 107')
«A New York, sei poliziotti della Squadra Narcotici vengono uccisi da un misterioso assassino che usa come arma dei suoi delitti un coltello da cucina. Mentre la polizia indaga sugli scarsi indizi, la stampa accusa di corruzione e di responsabilità di quelle morti violente proprio gli ambienti ai vertici della Polizia. Ed effettivamente il tenente Fred O'Connor, incaricato delle indagini, ha una strana personalità: egli considera i deboli ed i drogati alla stregua di delinquenti che vanno puniti e, quindi, non prova rimorso ad approfittare di essi e farsi corrompere. Insieme all'amico e collega Bob, egli ha investito segretamente i soldi della corruzione in un lussuoso appartamento. Ed è proprio in quella casa che un giorno gli si presenta Leo, un giovane psicopatico, erede di una grande fortuna» (cinematografo.it).


Fonte: Fondazione CSC - Centro Sperimentale di Cinematografia
Diffusione culturale e programmazione: Laura Argento, Domenico Monetti e Luca Pallanch.

Cinema Trevi
Vicolo del Puttarello 25 (vicino alla Fontana di Trevi). 
L'ingresso è gratuito. Info: 06.6781206 - salatrevi@fondazionecsc.it









20 aprile 2018

Sei stato intervistato dalla Rai 20, 30 o 40 anni fa? Allora rivediti e commenta!



#05

#04

#03

#02

#01



Sei stato intervistato in un programma della Rai negli anni Settanta, Ottanta e Novanta e vorresti rivederti?

Attenzione, però. Non stiamo parlando di una semplice battuta pronunciata per strada ma di un'intervista di qualche minuto che Mamma Rai ti ha fatto al lavoro, a casa o nel tempo libero.

Se la tua apparizione in video ha questo requisito, guarda uno dei promo qui sopra e invia un messaggio Whatsapp o email indicando le tue generalità, il nome e l'anno in cui è andato in onda il programma. Aggiungi anche, se lo ricordi, l'argomento di cui hai parlato. Perché? Perché potresti essere intervistato di nuovo, sempre da Mamma Rai, per commentare quello che hai detto 20-30-40 anni fa da bambino, adolescente o adulto.

E rivederti in Voxpopuli, il mio nuovo programma in onda dal 18 giugno su Raitre dal lunedì al venerdì alle ore 20.20, prima di Un posto al Sole.

Il programma, della durata di 20 minuti, racconterà come sono cambiati gli stili di vita degli italiani dal 1978 fino ad oggi.

Sarà una sorta di videobox-amarcord di taglio sociologico che ri-darà voce a quegli italiani intervistati dalla Rai in centinaia di programmi di attualità, dai servizi dei tg ai programmi dell'accesso, dalle rubriche del dipartimento scuola educazione agli approfondimenti giornalistici.










5 aprile 2018

AmericaNapoli - 100 anni di film vesuviani tra Cinecittà e Hollywood



Qual è il primo film americano in cui si vede Napoli? Qual è il primo film italo-napoletano in cui si parla di 'Merica? Chi fu il più autenticamente anti-americano fra Totò e Eduardo De Filippo? Quanto c'è di vero e inventato nei film La Pelle di Liliana Cavani (dall'omonimo romanzo di Curzio Malaparte) e Il Re di Poggioreale sulla figura del camorrista Peppino Navarra? Perché Mario Merola fu invitato alla Casa Bianca dove ad attenderlo c'erano il presidente Gerald Ford e il Segretario di Stato Henry Kissinger? Chi è stato il miglior produttore napoletano (non è Dino De Laurentiis) a intortare gli americani? E' vero che Fellini avrebbe dovuto dirigere un film dal titolo Napoli - New York? Che cosa si portò da Los Angeles a Napoli in valigia l'attore Jack Lemmon per recitare nel film Maccheroni? Perché Julia Roberts ha usato una controfigura nella scena in cui mangia la pizza a Napoli nel film Mangia, Prega, Ama? Quale battuta del film Il talento di Mr. Ripley fece infuriare Fiorello? Cosa faceva tra un ciak e l'altro Vittorio De Sica sul set ischitano di Caccia alla Volpe? Cosa hanno fatto a Napoli Mark Twain e James Gandolfini alias Tony Soprano? Per quale motivo Jennifer Beals, l'eroina di Flashdance, impazzì d'amore per Massimino Troisi? Quale di queste tre cose ha fatto più danni al turismo di Napoli: la triade mefitica romanzo-film-serie Gomorra, l'agghiacciante Aitanic con Nino D'Angelo o i film partenopei e parte-terribili di Lina Wertmuller? Perché il pugliese d'origine John Turturro (emulo, a sua insaputa, di Renzo Arbore) è così innamorato di Napoli? 



Di tutto questo ho parlato nella conferenza-show dal titolo AmericaNapoli - 100 anni di film vesuviani tra Hollywood e Cinecittà  tenutasi mercoledì 18 aprile 2018 nelle sale del Palazzo delle Arti (PAN) di Napoli. 

L’evento è stato promosso dall'Associazione Culturale Musae di Carolina Giancotti e Francesco Carignani e presentato dalla giornalista Silvana De Dominicis.  Al termine della conferenza-show ha preso la parola il critico e giornalista Valerio Caprara per commentare il mio "documentario dal vivo".

Ma facciamo un passo indietro.




Il 16 dicembre 1796, in quello che era ancora il Regno di Napoli nasceva la più antica sede diplomatica degli Stati Uniti in Italia, la settima in tutto il mondo. 

Le relazioni commerciali tra Napoli e il Nuovo Mondo sono quindi di vecchissima data e furono anche culturali perché dalla Capitale del Sud partirono anche centinaia di artisti assieme ai milioni di emigranti meridionali che andarono alla volta dell'America tra il 1870 e il 1920. Musicisti, cantanti lirici, artiste di cafè chantant, e ancora impresari, maestri di canto e letterati sono alcune delle categorie di "skilled workers" che non ebbero problemi di visto per sbarcare a New York.


Ma questa infusione di napoletanità a New York non fu a senso unico. Solo gli storici della settima arte sanno che il cinema italiano muto dei pionieri era un'industria affermata che non aveva niente da invidiare a Hollywood. Napoli e Torino erano le capitali del cinema italiano e curiosamente nel capoluogo partenopeo si sviluppò un filone particolare di film legati ai movimenti migratori, da e per gli Stati Uniti. Nel 1924, il regista Eugenio Perego realizzò Vedi Napule e po' mori!, facendo già del meta-cinema perché raccontava la storia di Billy, produttore cinematografico americano, che giunge a Napoli per le riprese del suo film e per la parte di protagonista sceglie Pupatella, figlia di un'umile famiglia di pescatori. Il film è un grande inno alla napoletanità, in cui il binomio muto/musica trae dalla trama particolare ragion d'essere. Si tratta, infatti, quasi di un musical italoamericano ante litteram, che racconta il "sogno americano" di una bella napoletana, la figlia del popolo Pupatella, interpretetata da Leda Gys (al secolo Giselda Lombardi), diva del muto della stessa caratura di Francesca Bertini, mentre suo fratello è interpretato da un ancora adolescente Nino Taranto. Amori, gelosie, equivoci, passione e musica, in un intreccio di ambientazioni tra America e Napoli: questa la ricetta del grande successo del film, che innalzò Leda Gys a stella di prima grandezza.



La pellicola, prodotta dalla Lombardo Film (la futura Titanus), è persino a colori, con una gran varietà di virati, e rimane importante anche per la commistione con il genere documentario perché mostra le immagini rarissime del Festival di Piedigrotta in versione fascista del 1924. A raccontare la storia del film e contestualizzarne il periodo è (nella clip qui sopra) la docente e storica del cinema Giuliana Muscio - autrice del libro Piccole Italia, grandi schermi sul cinema dei migranti italiani negli Stati Uniti - durante una proiezione tenutasi nel giugno 2012 al Palladium di Roma con sonorizzazione dal vivo dell'orchestra dell'Università di Parma diretta dal maestro Luca Aversano.



Clicca qui per leggere il post sulla conferenza-show Alberto Sordi l'anti-americano a Roma.

Clicca qui per leggere il post sulla conferenza-show sugli Americani nel cinema italiano.














Clicca qui per vedere l'indice di tutti i post su come fare impresa negli Stati Uniti.

Clicca qui per vedere l'indice di tutti i post su come imparare l'American English per gli italiani.

Clicca qui per vedere l'indice di tutti i post sulle differenze culturali tra italiani e americani.

Clicca qui per vedere l'indice di tutti i post su temi di storia e cultura legati a Italia e Stati Uniti.